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Ebola fuori controllo in Congo, infermieri in prima linea senza stipendio da mesi

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 17/08/2026

Comunicati StampaEstero

Dopo che l'Uganda è stata dichiarata libera dall'Ebola il 28 luglio 2026, dopo aver registrato 20 casi confermati e due decessi l'Africa CDC e l'OMS hanno lanciato un appello urgente per un'azione guidata dalla comunità perché tutti gli sforzi si concentrino senza esitazione nella Repubblica Democratica del Congo per contenere l’epidemia che sta sfuggendo di mano.

 

L'epidemia in Congo

L'epidemia di Ebola in corso nella RDC è la diciassettesima registrata nel paese ed è stata dichiarata il 15 maggio 2026 nella provincia orientale dell'Ituri, dopo l'identificazione di casi ad alta mortalità nella zona sanitaria di Mongbwalu, dove l'OMS era stata allertata il 5 maggio 2026 per un'epidemia di malattia sconosciuta ad alta mortalità, poi confermata come virus Bundibugyo, un ceppo raro di Ebola. Si tratta di un ceppo particolarmente insidioso perché, a differenza del virus Ebola "classico", non esiste per esso un vaccino autorizzato né terapie specifiche, anche se le cure di supporto precoci possono salvare la vita.

Mentre l'Uganda ha dichiarato la fine della propria epidemia il 28 luglio 2026, il report OMS-Africa CDC ha evidenziato che in alcune aree della RDC orientale l'epidemia sta superando la capacità di risposta, rendendo indispensabile un rapido potenziamento di ogni aspetto degli sforzi di contenimento, e ha aggiunto che l'impegno del governo, delle comunità colpite e degli operatori sanitari deve essere sostenuto da risorse maggiori e da un supporto internazionale più forte.

 

Il difficile contesto

Le ragioni per cui la RDC fatica molto più dell'Uganda a contenere il contagio sono in gran parte legate al contesto in cui l'epidemia si è sviluppata. L'Ituri e le province limitrofe sono attraversate da conflitti armati e dalla presenza di milizie, che rendono difficile l'accesso in sicurezza degli operatori sanitari a intere zone. A questo si sommano infrastrutture stradali carenti o inesistenti, che rallentano il trasporto dei malati e dei campioni di laboratorio, spostamenti massicci di popolazione che favoriscono la diffusione del virus attraverso più province, e una diffusa diffidenza di parte della popolazione verso le squadre sanitarie, alimentata anche da teorie del complotto sull'esistenza stessa della malattia. Non mancano episodi di violenza contro i team di risposta: a fine maggio, a Rwampara, la popolazione ha protestato contro il prelievo del corpo di un giovane sospettato di essere morto di Ebola, arrivando a incendiare due tende utilizzate per curare i pazienti. La stessa OMS e Africa CDC hanno elencato tra gli ostacoli principali la diagnosi tardiva, l'accesso limitato alle cure, la resistenza ad alcune misure di risposta, la carenza di forniture essenziali e il sostegno insufficiente alle squadre in prima linea. L'Uganda, al contrario, ha potuto contare su un contesto più stabile, una tracciabilità dei contatti rapida ed efficace, un coordinamento nazionale solido e una sorveglianza transfrontaliera efficace, elementi che nella RDC orientale mancano quasi del tutto.

 

La denuncia di ICN

A complicare ulteriormente il quadro c'è la denuncia dell'International Council of Nurses, la federazione internazionale che riunisce le associazioni infermieristiche di oltre 30 milioni di professionisti nel mondo. L'ICN ha reso noto che medici e infermieri impegnati nella risposta all'epidemia non ricevono lo stipendio da due o tre mesi, pur continuando a lavorare in condizioni di altissimo rischio personale. Il direttore esecutivo dell'ICN, Howard Catton, ha dichiarato senza mezzi termini che non si può combattere l'Ebola se non si pagano le persone che la combattono, aggiungendo che gli infermieri stanno rischiando la vita per proteggere le loro comunità e che, a mesi dall'inizio della crisi, molti stanno ancora aspettando di essere pagati. L'ICN ha inviato una lettera al ministro della Salute della RDC, Roger Kamba, con una lista di richieste precise: pagare quanto dovuto agli operatori sanitari, garantire che da quel momento in poi gli stipendi arrivino con regolarità, e fornire loro la protezione necessaria per svolgere il proprio lavoro. Già a maggio, in una prima presa di posizione, l'organizzazione aveva segnalato la carenza di dispositivi di protezione individuale (mascherine, visiere, tute protettive, kit diagnostici e attrezzature per la gestione in sicurezza delle salme) denunciando il rischio concreto di ripetere gli errori commessi durante la pandemia di Covid-19 nel proteggere chi è in prima linea.

 

Gli stipendi in Congo

La griglia salariale della funzione pubblica congolese colloca gli agenti di livello simile a un infermiere generico tra circa 180.000 e 600.000 franchi congolesi al mese, a seconda del grado e dell'anzianità. Al cambio attuale, che oscilla intorno ai 2.000, 2.300 franchi per dollaro, questo equivale grosso modo a una forcella tra 65 e 270 dollari americani al mese. A questo stipendio base si aggiunge, nelle epidemie di Ebola, una cosiddetta "prime de risque", un'indennità di rischio pensata per compensare l'esposizione al contagio. Nell'epidemia del 2018-2020 nel Kivu, il personale sanitario che lavorava nella "zona rossa" riceveva un bonus pari al 75% dello stipendio ordinario, finanziato attraverso un fondo internazionale. In altre occasioni i sindacati infermieristici congolesi, come il SOLSYCO, hanno chiesto un'indennità di rischio fissa attorno ai 150.000 franchi congolesi al mese, circa 65-70 dollari.

Mettendo insieme stipendio base e indennità di rischio, quando effettivamente corrisposti, un infermiere congolese impegnato nella risposta a Ebola potrebbe percepire indicativamente qualcosa tra 150 e 400 dollari al mese. È una stima, non un dato certificato: la specificità di questa crisi 2026 è proprio che, secondo l'ICN, quella cifra, quale che sia, non viene pagata da due o tre mesi.

C'è poi un problema strutturale più profondo: il segretario generale del sindacato nazionale degli infermieri (UNIC) ha dichiarato a febbraio 2026 che oltre 80.000 infermieri in tutto il paese attendono ancora la cosiddetta "mécanisation", cioè l'iscrizione formale nei ruoli statali che dà diritto a uno stipendio regolare. Significa che una parte consistente del personale infermieristico congolese lavora, anche in contesti di emergenza come quello attuale, senza nemmeno essere formalmente retribuito dallo Stato, dipendendo da fondi di progetto, ONG o promesse di pagamento successive.

Secondo la Banca Mondiale, nel 2025 l'81,1% della popolazione congolese viveva sotto la soglia dei 3 dollari al giorno (a parità di potere d'acquisto), e circa il 98% sotto la soglia dei 6,85 dollari al giorno, il parametro usato per i paesi a reddito medio-alto. Secondo l'ultima indagine nazionale dell'Istituto di statistica congolese (2024), il 69% della popolazione vive sotto la soglia di povertà nazionale. La RDC resta tra i cinque paesi più poveri al mondo.

Se prendiamo la soglia di povertà estrema internazionale, fissata a 2,15 dollari al giorno pro capite (circa 65 dollari al mese a persona), uno stipendio di 150-400 dollari al mese può in teoria mantenere sopra quella soglia un nucleo familiare di dimensioni contenute ma le famiglie congolesi sono in media numerose, spesso allargate e un solo stipendio deve coprire più persone a carico. Se lo stesso reddito viene diviso per un nucleo di 5, 6 persone, il valore pro capite scende rapidamente vicino o sotto la soglia di povertà estrema, e resta comunque ben al di sotto della soglia più realistica di 6,85 dollari al giorno pro capite che la Banca Mondiale associa a una condizione di vita dignitosa per un paese a reddito medio.

In altre parole: anche nello scenario migliore, in cui lo stipendio e l'indennità di rischio vengono effettivamente pagati, il reddito di un infermiere congolese impegnato contro l'Ebola lo colloca appena sopra la soglia di povertà estrema, non lo mette al sicuro da un rischio povertà più ampio e difficilmente gli consente una vita dignitosa secondo gli standard usati dalla Banca Mondiale stessa. Quando quello stipendio non viene pagato per mesi, come denuncia l'ICN, la condizione diventa di fatto quella di lavoro non retribuito in un contesto di rischio biologico estremo, la ragione per cui Howard Catton ha usato parole nette, sostenendo che non si può combattere l'Ebola senza pagare chi la combatte.