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La storia di Paolo Castelfranato, autista del 118. Un Ironman con un rene trapiantato

Giuseppe Provinzanodi
Giuseppe Provinzano
Pubblicato il: 20/06/2016

Contenuti Interprofessionali

Iron Man, testa, cuore e poi muscoli.  E’ una miscela di rabbia, coraggio, tenacia, sfida, resilienza e riscatto che fa correre il cervello prima ancora che le gambe.

La storia è quella di Paolo Castelfranato, 39enne di Lanciano che da due anni vive a Mirandola per il suo lavoro all’Ausl come autista del 118. Una storia che i colleghi dell'AUSL ed amici hanno raccontato dopo il suo ritorno a casa dalla competizione di Pescara di Ironman che si è tenuta da pochi giorni .

Paolo non è un atleta professionista, non corre per battere gli avversari, nè nuota per quasi due chilometri nell’acqua gelida per una medaglia. Paolo ha qualcosa in meno di tutti gli altri e allo stesso tempo qualcosa in più. E’ il secondo al mondo, a 39 anni, a gareggiare nel triathlon più duro di tutti, l’Iron Man, dopo aver subito un trapianto, e con un rene solo. Come lui solo un altro atleta canadese che ha gareggiato nel triathlon hawaiano.

L’Iron Man 70.3 per Paolo era una scommessa sia per se stesso che per tutti gli altri: per il suo coach Ignazio Antonacci, la sua squadra, la sua famiglia, per i due team dell’equipe trapianti di Modena e dell’Aquila che lo hanno seguito in ogni allenamento.

Sorriso dolce e voce gentile nascosti dietro una montagna di muscoli, Paolo dopo aver subito il trapianto di rene si è messo a gareggiare in Ironman, lo sport più pesante e duro, un triathlon che prevede di coprire distanze siderali di corsa, a nuoto e in bicicletta. Uno dopo l’altro. Roba che quando la finisci non ti chiedono “Quanto tempo ci hai messo?”, ma “Sei arrivato alla fine?”.

Paolo sognava di correrlo fin da bambino, quando come un novello Tantalo guardava in tv le corse. A lui era proibito correre, era vietato bere troppo o mangiare frutta in estate, i pomeriggi invece che a giocare in strada li passava in ospedale per la dialisi. E nelle lunghe ore di trattamento stringeva i denti e sognava: sognava di diventare grande e forte, e correre più veloce di tutti.

Nessuno avrebbe scommesso che ce l’avrebbe fatta, che avrebbe realizzato il suo sogno. Per chi ha una malattia come la sua, ambire a una vita e a un lavoro tranquillo è abbastanza. Ma a Paolo Castelfranato non bastava.

Aveva 28 anni quando il momento tanto atteso del trapianto è arrivato. A donargli il rene è un ragazzo giovanissimo, Luigi, morto in un incidente. Da qual momento Paolo vive anche per lui. E anche se è appena uscito dalla sala operatoria, anche se ha un rene solo comincia ad allenarsi.

Corre per le strade di Mirandola, pedala sugli argini dei fiumi, suda per tutte le viuzze della Bassa.

Per contenere la sua voglia di nuotare le piscine non bastano: appena può va al lago di Garda. Corre e vede il suo corpo cambiare, rispondere alla sfida: i medici di Modena e dell’Aquila che lo seguono dopo il trapianto non credono ai loro occhi, ma è così che la vita scalcia dopo che è stata in gabbia tanti anni.

Domenica è l’occasione attesa da anni, Paolo è pronto. Ormai ha scalato (letteralmente) tante montagne, ha corso maratone e gare ciclistiche. A Pescara c’è la gara Ironman 70.3: 1,9 chilometri a nuoto, 90 (sì, avete letto bene: novanta) chilometri in bici e 21 (ventuno) di corsa. Roba che solo a leggere viene il fiatone.

Paolo corre, pedala, nuota, lo ferma solo il traguardo. Ci arriva, alla fine.
E quando stringe in mano la medaglia il primo pensiero è per Luigi: “Questa medaglia vale doppio. Ti ho pensato in ogni curva e salita, alle discese a capofitto ad 80 all’ora, durante la maratona tra le lacrime di gioia e di sudore. Devo ringraziare tante persone per questo risultato, ma senza i tuoi organi, senza il tuo gesto io ora non sarei qui a raccontarlo. Ho mantenuto la promessa: Luigi questa medaglia è nostra!” inoltre “Voglio dire a tutti che se si vuole si può raggiungere qualsiasi traguardo – esorta con la serenità nella voce di chi ce l’ha fatta – e dare un messaggio di speranza ai trapiantati e a chi attende un trapianto e ha paura. E voglio dire anche che la donazione degli organi è la vita, e che io ne sono la testimonianza”.

Di Paolo sono orgogliosi tutti, in primis i colleghi di lavoro del 118 e dell’ospedale di Mirandola, i familiari, gli amici. Lui nicchia, è imbarazzato da tanto affetto, dice che non vuole darsi arie ma vorrebbe che i ragazzi capissero che non devono mai buttarsi a terra, che vedessero quel che ha fatto come prova tangibile che la vita può ripartire in ogni momento, che “non ci sono limiti, e semmai i limiti sono solo in mente”.
Il complimento più caro? Quello della sorella di Luigi: “Questa notizia ha riempito di gioia me è la mia famiglia!! Paolo Castelfranato è il secondo trapiantato al mondo a partecipare a questa competizione! E ha gareggiato insieme a mio fratello Luigi, ha gareggiato col rene di mio fratello! Bravissimo!

Fonte: Quotidianosanità

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