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Case di comunità senza infermieri? Il nodo irrisolto della riforma

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 19/03/2026

Global NurseStudenti infermieriStudi e analisi

 

Un nuovo rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità traccia la rotta: investire nell'assistenza primaria di comunità è la chiave per ridurre i ricoveri evitabili, alleggerire i pronto soccorso e costruire sistemi sanitari più equi e resilienti.

 

I sistemi sanitari mondiali sono sotto pressione. Ospedali sovraffollati, pronto soccorso intasati da codici bianchi e verdi, liste di attesa infinite: sono le fotografie di una crisi strutturale che affligge tanto i Paesi ad alto reddito quanto quelli in via di sviluppo. A indicare la via d'uscita è l'Organizzazione Mondiale della Sanità, con un rapporto che riafferma con forza un principio fondamentale della medicina moderna: curare le persone il più vicino possibile a casa loro, nella comunità, prima che la malattia diventi un'emergenza.

 

Il nodo del sovraffollamento ospedaliero

Il rapporto OMS identifica con precisione il problema centrale: una quota significativa degli accessi ospedalieri, stimata in milioni di casi ogni anno nei soli Paesi dell'area europea, potrebbe essere gestita in modo appropriato a livello territoriale, con cure primarie accessibili, continue e coordinate. Secondo le analisi dell'Organizzazione, le patologie croniche come il diabete, lo scompenso cardiaco, l'asma e le malattie polmonari ostruttive croniche sono responsabili di una fetta consistente dei ricoveri evitabili: condizioni che, se prese in carico tempestivamente da medici di famiglia, infermieri di comunità e strutture ambulatoriali di prossimità, raramente richiederebbero il ricorso al letto di degenza.

I dati elaborati dall'OMS per la Regione Europea mostrano una correlazione robusta e inequivocabile: i Paesi che investono di più nell'assistenza primaria, sia in termini finanziari sia organizzativi, registrano sistematicamente tassi più bassi di ospedalizzazione evitabile. Paesi come i Paesi Bassi, dove quasi il 95% dei cittadini è iscritto a un medico di famiglia e dove la continuità delle cure è garantita da un sistema capillare, mostrano performance nettamente superiori alla media europea nei principali indicatori di qualità sanitaria.

"I governi non possono più permettersi di ignorare le opportunità offerte dall'assistenza primaria: meno ricoveri, migliore qualità delle cure, costi più bassi. Prevenire e trattare le malattie nelle strutture di comunità è molto più efficiente che intervenire in ospedale quando la situazione si è già aggravata”, dichiarano Juan Carlos Alegre e i colleghi ricercatori OMS.

 

Le indicazioni operative del rapporto

Il documento OMS delinea un pacchetto di raccomandazioni concrete per i sistemi sanitari nazionali, articolato su più livelli d'intervento.

Rafforzare la medicina di famiglia e la continuità delle cure. Il medico di medicina generale deve tornare ad essere il fulcro del sistema, con strumenti e risorse per gestire la cronicità, coordinare i percorsi terapeutici e filtrare gli accessi alle strutture specialistiche e ospedaliere. Il rapporto richiama esplicitamente la necessità di ridurre la frammentazione tra cure primarie, cure specialistiche e assistenza ospedaliera, promuovendo modelli integrati capaci di seguire il paziente nel tempo.

Costruire strutture territoriali multidisciplinari. Case della comunità, poliambulatori di prossimità, ospedali di comunità a degenza breve: sono le infrastrutture su cui l'OMS invita ad investire con urgenza. Queste strutture, attive dodici o ventiquattr'ore su ventiquattro, accessibili a piedi o con brevi trasferimenti, devono accogliere équipe multiprofessionali composte da medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali e farmacisti, in grado di rispondere in modo integrato alla complessità dei bisogni della popolazione.

 

Investire nella prevenzione e nella gestione della cronicità

Una parte sostanziale delle ospedalizzazioni evitabili riguarda pazienti con patologie croniche non adeguatamente seguite sul territorio. L'OMS raccomanda programmi strutturati di disease management, con follow-up regolari, telemedicina per il monitoraggio a distanza e percorsi chiari di escalation verso il livello specialistico solo quando effettivamente necessario.

 

Garantire equità geografica nell'accesso.

Il rapporto dedica attenzione alle disuguaglianze territoriali: nelle aree rurali e nelle periferie urbane svantaggiate, la carenza di servizi primari si traduce direttamente in un maggior ricorso improprio al pronto soccorso e in peggiori esiti di salute. Colmare questo divario è una priorità tanto sanitaria quanto di giustizia sociale.

 

La voce degli esperti OMS

Gli autori del rapporto non si limitano a fotografare la situazione: indicano la rotta con il peso dell'evidenza scientifica. I ricercatori del Programma OMS sull'Assistenza Primaria e i colleghi del Centro Europeo per la Primary Health Care di Almaty, citando decenni di studi comparativi tra sistemi sanitari, sottolineano come il sottoinvestimento nelle cure primarie abbia prodotto ovunque le stesse conseguenze: ospedali sovraccarichi, crescita incontrollata dei costi, peggioramento degli esiti di salute per le fasce più vulnerabili.

"Rafforzare l'assistenza primaria è l'approccio più costo-efficace per raggiungere una copertura sanitaria universale sostenibile, proteggere le popolazioni dagli shock sanitari e promuovere il benessere di tutti. Eppure gli investimenti nel settore restano insufficienti e le performance complessive dei sistemi di primary health care sono ancora troppo deboli in gran parte del mondo” dichiarano ancora i ricercatori OMS / Frontiers in Public Health.

Sul fronte europeo, il Rapporto di Sintesi 2025 sullo stato della salute nell'UE, elaborato con il contributo dell'Osservatorio Europeo OMS/OCSE, fotografa con nitidezza le tensioni strutturali dei sistemi sanitari del continente: l'invecchiamento demografico, la crescita delle malattie croniche, la crisi della forza lavoro sanitaria e il sottofinanziamento storico delle cure primarie convergono verso lo stesso punto critico. I sistemi di assistenza primaria nell'UE sono sotto una pressione crescente, si legge nel documento. Solo un medico su cinque nell'Unione Europea è un medico di medicina generale. Eppure oltre un terzo degli adulti europei convive con almeno una malattia cronica, quota che sale al 60% tra gli over 65.

 

Il caso italiano: riforma in corso, sfide aperte

Le indicazioni OMS risuonano con forza nel dibattito sanitario italiano, dove la riforma del territorio prevista dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con la creazione di Case di Comunità, Centrali Operative Territoriali e Ospedali di Comunità, si trova a metà del guado. Ad aprile 2024 l'86% dei contratti per le Case di Comunità risultava già firmato, ma l'attuazione reale sul territorio procede a velocità diseguali tra Nord e Sud. Nel 2023 si sono registrati in Italia 18,27 milioni di accessi ai pronto soccorso: di questi, circa 4 milioni sono stati classificati come impropri, codici bianchi e verdi di pazienti con bisogni che avrebbero potuto e dovuto trovare risposta nella medicina territoriale. Un numero che, tradotto in termini di risorse sprecate e di sofferenza evitabile, è tutto meno che accettabile.

Il Rapporto sulla Salute di Cittadinanzattiva fotografa la percezione dei cittadini: le cure primarie sono tra le prime preoccupazioni sanitarie degli italiani, con un aumento delle segnalazioni del 5,1% rispetto al 2022. I nodi principali riguardano la difficoltà di accesso al medico di famiglia, la carenza di personale sul territorio, la scarsa continuità assistenziale e lo scarso coordinamento tra strutture. Esattamente le criticità su cui il rapporto OMS invita ad agire.

 

Un messaggio politico chiaro

Al di là dei tecnicismi, il rapporto OMS porta un messaggio politico di grande chiarezza: continuare a costruire e potenziare ospedali ignorando la medicina territoriale è una strategia perdente. È come svuotare l'acqua da una barca che fa acqua anziché tappare i buchi. Gli ospedali sono e resteranno insostituibili per le emergenze e per le patologie complesse. Ma la stragrande maggioranza dei bisogni di salute, la prevenzione, il controllo delle malattie croniche, l'assistenza agli anziani, la salute mentale di comunità, trova risposta migliore, a costi inferiori e con maggiore soddisfazione dei pazienti, quando viene gestita sul territorio.

La Commissione Global Health 2050 della rivista The Lancet, presentata all'Assemblea Mondiale della Sanità nel 2024, ha calcolato che esiste una probabilità superiore al 20% di una nuova pandemia nei prossimi vent'anni in grado di causare almeno 25 milioni di vittime. Di fronte a scenari del genere, sistemi sanitari con una rete territoriale forte e capillare non sono un lusso: sono la prima, insostituibile linea di difesa.

Il rapporto dell'OMS non è un libro dei sogni. È una tabella di marcia fondata su prove scientifiche solide e su esperienze di successo documentate in molti Paesi. La domanda che si pone ai governi, incluso quello italiano, non è se seguire questa strada, ma a quale velocità farlo.

 

E la domanda che aggiungo io è a che punto si trova la realizzazione del piano italiano a tre mesi e mezzo dalla scadenza che suonerebbe come una domanda retorica se la realtà non fosse peggio dei dati che circolano. Perché al di la della realizzazione di opere ex novo o della ristrutturazione di alcune esistenti da adibire a case della salute ed ospedali di comunità, la domanda delle domande è con quale personale saranno messe in funzione?