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25 aprile: il contributo delle infermiere partigiane nella lotta di liberazione dal nazifascismo

Vincenzo Rauccidi
Vincenzo Raucci
Pubblicato il: 25/04/2026

Global NurseLa nostra storia

Il contributo delle donne alla Resistenza italiana è stato per decenni rilegato a una narrazione di supporto marginale, ma un’analisi approfondita chiarisce che la figura dell’infermiera partigiana fu il pilastro logistico e umanitario senza il quale il movimento di liberazione sarebbe collassato sotto il peso delle perdite umane. Queste donne non si limitarono a rammendare divise o a offrire conforto morale, ma trasformarono la pratica medica in un atto di insubordinazione politica estrema, operando in una zona grigia dove il confine tra cura e combattimento svaniva quotidianamente.

L’organizzazione della sanità clandestina rappresentò una delle sfide più complesse per le brigate d’assalto, poiché ogni ferito trasportato in un ospedale pubblico rischiava la denuncia immediata e la fucilazione. In questo scenario, le infermiere partigiane progettarono una rete capillare di “infermerie volanti” e piccoli presidi nascosti in fienili, canoniche o scantinati urbani. La loro abilità consisteva nel saper gestire l’emergenza chirurgica in condizioni igieniche precarie, spesso utilizzando strumenti rudimentali o farmaci sottratti con audacia dai depositi della Croce Rossa o delle farmacie presidiate dai nazifascisti. Molte di loro erano professioniste diplomate che sceglievano la macchia, ma un numero impressionante era composto da giovani donne che apprendevano rudimenti di pronto soccorso sotto il fuoco nemico, diventando esperte nella gestione di ferite da arma da fuoco e cancrene.

Il ruolo dell’infermiera si intrecciava indissolubilmente con quello della staffetta, creando una figura ibrida di combattente non armata ma costantemente esposta al pericolo. Era comune che queste donne attraversassero le linee del fronte con borse apparentemente innocue che nascondevano in realtà morfina, bende e messaggi cifrati. La loro forza risiedeva paradossalmente nel pregiudizio maschilista delle truppe occupanti, che difficilmente sospettavano che una giovane donna dedita all’assistenza potesse essere un elemento chiave dell’intelligence partigiana. Tuttavia, quando scattavano i sospetti, le torture riservate alle infermiere erano di una crudeltà inaudita, proprio perché il loro tradimento degli ideali fascisti di “angelo del focolare” veniva visto come un’aggravante imperdonabile.

Le infermiere non si occupavano solo dei combattenti, ma anche della popolazione civile stremata dai bombardamenti e dalle malattie, tessendo un legame di solidarietà che impedì lo sfaldamento del tessuto sociale. Esse operavano una scelta etica radicale, decidendo chi curare e come nascondere i degenti, spesso sottraendo i feriti partigiani direttamente dai letti d’ospedale prima dell’arrivo della polizia politica. La loro presenza garantiva alle brigate una maggiore tenuta psicologica, poiché il partigiano sapeva che, in caso di scontro, non sarebbe stato abbandonato al suo destino.

Nonostante l’eroismo dimostrato, il dopoguerra riservò a queste donne un amaro ridimensionamento del loro ruolo. Molte non chiesero nemmeno il riconoscimento ufficiale della qualifica di partigiana combattente, rientrando in una dimensione privata della cura che la società patriarcale dell’epoca considerava “naturale” per il genere femminile. Solo negli ultimi decenni la storiografia ha iniziato a restituire dignità politica alla loro opera, riconoscendo che l’ago e il bisturi delle infermiere partigiane furono armi efficaci quanto il moschetto nel minare le fondamenta del regime e nel costruire le basi democratiche dell’Italia contemporanea. La loro eredità non risiede solo nel salvataggio di vite umane, ma nell’aver dimostrato che la resistenza è, prima di tutto, un atto di cura collettiva verso la libertà.

Un esempio di straordinario coraggio fu Maria Antonietta Moro, figura centrale della Divisione Osoppo in Friuli. Maria Antonietta non fu solo un’infermiera, ma una vera e propria organizzatrice di ospedali da campo nelle zone più impervie della Carnia. La sua capacità di mediazione tra la popolazione civile, terrorizzata dalle rappresaglie, e i reparti combattenti permise di mantenere attivi i presidi sanitari anche durante i mesi più duri dell’occupazione tedesca. La sua opera fu fondamentale non solo per i partigiani, ma anche per i civili colpiti dalle epidemie che fiorivano a causa della guerra, dimostrando che l’infermiera partigiana era un presidio di civiltà contro la barbarie del conflitto.

Non si può dimenticare Ancilla Marighetto, conosciuta come Ora, che nel cuore del Trentino svolse compiti di assistenza e coordinamento sanitario all’interno del Battaglione Gherlenda. Sebbene il suo sacrificio finale sia avvenuto in uno scontro a fuoco, gran parte della sua attività fu dedicata al mantenimento delle scorte mediche e all’assistenza dei compagni debilitati dalla fame e dal freddo della montagna. La sua morte, avvenuta sotto il fuoco dei paracadutisti nemici nel 1945, testimonia come le donne addette alla sanità fossero in prima linea esattamente come chi imbracciava il fucile, condividendo lo stesso tragico destino di martirio.

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