Europa boccia l’Italia: 'Troppi medici, troppo pochi infermieri'
Il paradosso italiano: troppi medici, troppo pochi infermieri. La Commissione UE pubblica il primo rapporto europeo sui livelli di personale sanitario
8 maggio 2026
La Commissione Europea ha pubblicato il 6 maggio 2026 un rapporto senza precedenti sul personale sanitario nell'Unione Europea e in Norvegia. Redatto dal Gruppo di Esperti sulla Valutazione delle Prestazioni dei Sistemi Sanitari (HSPA EG), con il supporto dell'Osservatorio Europeo sui Sistemi e le Politiche Sanitarie, il documento analizza come i livelli di personale vengano definiti, implementati, monitorati e valutati nei diversi contesti nazionali. Per l'Italia, la fotografia che ne emerge è quella di un sistema cronicamente asimmetrico: ricco di medici, gravemente carente di infermieri, e privo di standard nazionali vincolanti per gestire questa sproporzione.
Dati che confermano quanto sostenuto dal rapporto OCSE presentato al Cnel, di cui abbiamo già dato conto.
Il rapporto sarà presentato pubblicamente il 13 maggio 2026, dalle 10:30 alle 12:00 CET, in un webinar live intitolato "Livelli di personale per la sanità europea", durante il quale un panel di esperti nazionali illustrerà approcci, punti di forza e sfide di ciascun paese.
L'Italia nel quadro europeo: un paese senza standard
Tra i 22 paesi che hanno risposto al questionario, l'Italia ha indicato "no" sia per la definizione di livelli di personale a livello di sistema, sia per il settore ospedaliero e le cure primarie. Si tratta di una posizione che accomuna l'Italia a pochi altri paesi dell'Unione, come Svezia, Finlandia e Norvegia, ma per ragioni diverse: quei paesi hanno sistemi altamente decentrati e fanno affidamento su una pianificazione locale sofisticata; l'Italia, invece, si trova in una situazione di vuoto normativo più profondo.
Il rapporto descrive l'approccio italiano come un modello previsionale di stock-and-flow a livello statale, gestito attraverso il processo Stato–Regioni, che serve a pianificare i posti formativi futuri e l'equilibrio della forza lavoro, ma non a definire i livelli attuali di personale. In altre parole, l'Italia programma quanti medici e infermieri formare nei prossimi anni, ma non stabilisce quanti debbano essere presenti nelle strutture sanitarie oggi.
Tra i paesi che non definiscono livelli di personale a livello di sistema, il rapporto segnala che Italia, Spagna, Svezia, Finlandia e Norvegia fanno affidamento sull'autonomia regionale, lasciando che siano le regioni o le comunità autonome a stabilire i propri standard. Questo pluralismo istituzionale, nel caso italiano, si traduce in profonde disuguaglianze territoriali nella qualità e nella quantità dei servizi offerti ai cittadini.
Il paradosso dei numeri: primato di medici, deficit di infermieri
I dati aggregati confermano una distorsione strutturale che il rapporto europeo inquadra come uno dei principali ostacoli all'efficacia del sistema. L'Italia conta 5,4 medici attivi ogni mille abitanti, contro una media OCSE di 3,9. Sul fronte infermieristico, i valori si invertono drasticamente: 6,9 infermieri ogni mille abitanti, a fronte di una media OCSE di 9,2 e di una media UE di 8,4. Di Salute
Il rapporto medici/infermieri in Italia era dunque di 1,3, uno dei dati più bassi rilevati nell'Unione Europea. A titolo di confronto, la Svezia registra 4,1 infermieri per ogni medico. La media UE si colloca a 2,2. Questo squilibrio non è neutro: in un sistema dove gli infermieri sono troppo pochi, le funzioni assistenziali ricadono sui medici, si allungano i tempi di attesa, si abbassa la qualità percepita delle cure e si aumenta il rischio clinico per i pazienti.
Comprendere la carenza di infermieri in un paese con tassi di disoccupazione storicamente elevati non è immediato. Una delle ragioni principali va ricercata nelle retribuzioni e nella scarsa soddisfazione professionale degli infermieri italiani rispetto ai colleghi europei. Se nella maggior parte degli Stati membri dell'UE gli infermieri percepiscono stipendi di circa il 20% superiori rispetto al salario medio nazionale, in Italia sono pagati più o meno alla pari.
Come governa l'Italia il proprio personale sanitario
La sezione dedicata all'Italia nel rapporto HSPA, sintetizzata nella cosiddetta Box 13, descrive un sistema di governance del personale sanitario che si regge su due pilastri: la pianificazione previsionale centralizzata e la delega regionale per l'attuazione. Il Ministero della Salute coordina la programmazione dei fabbisogni formativi attraverso il processo Stato–Regioni, determinando il numero di borse di specializzazione e i posti nei corsi di laurea infermieristica. Tuttavia, la traduzione di questa pianificazione in standard operativi concreti, quanti professionisti devono essere presenti in un reparto ospedaliero, in un ambulatorio, in una Casa di Comunità, resta affidata alle singole Regioni, con il risultato di un quadro normativo frammentato e disomogeneo.
Il rapporto evidenzia che, tra i paesi che non definiscono livelli di personale a livello di sistema, alcuni delegano le decisioni sui livelli di personale alle autorità regionali, ai singoli erogatori di servizi, o a organismi settoriali specifici. È esattamente questo il caso italiano. La conseguenza è che un paziente ricoverato in un reparto di medicina interna a Milano o a Palermo può trovarsi in contesti con rapporti infermiere/paziente molto diversi, senza che nessuna norma nazionale garantisca un livello minimo uniforme.
Il rapporto segnala però anche un elemento positivo che distingue l'Italia da molti altri paesi: l'Italia ha un obbligo di legge per cui le decisioni politiche, incluse quelle sull'allocazione delle risorse, devono fondarsi almeno in parte sui risultati della valutazione delle prestazioni dei sistemi sanitari. Si tratta di un prerequisito importante per una governance basata sull'evidenza, anche se la sua applicazione pratica resta disomogenea.
La crisi che verrà: pensionamenti, formazione e domande in calo
La fotografia attuale è già preoccupante, ma il quadro prospettico è ancora più critico. Tra il 2026 e il 2030 andranno in pensione 66.670 infermieri, ossia 13.334 l'anno. Nello stesso quinquennio, la capacità formativa nazionale permetterà di laureare circa 3.000 nuovi infermieri l'anno, con un saldo negativo annuo di oltre 10.000 unità.
Sul versante medico, la situazione non è meno critica per alcune specialità come la medicina d'emergenza-urgenza, la chirurgia generale, la medicina di comunità e le cure primarie.
La crisi si radica già nella fase della scelta universitaria. Nell'anno accademico 2025/2026, il rapporto tra domande e posti disponibili a Infermieristica è sceso a 0,92: per la prima volta, i candidati non coprono interamente i posti programmati. L'Italia è all'ultimo posto in Europa per numero di infermieri laureati ogni 100.000 abitanti: appena 12, contro i 45 della media europea e i 100 della Svizzera.
Cosa dice il rapporto sui modelli europei alternativi
Il rapporto HSPA non si limita a fotografare il problema: offre anche un panorama comparativo di approcci alternativi che potrebbero ispirare riforme future. Tra i diversi modelli in uso nell'UE, alcuni paesi come la Cechia adottano rapporti fissi di personale, apprezzati per la loro semplicità, misurabilità e comparabilità internazionale. Paesi come l'Irlanda optano invece per modelli flessibili che allineano il numero di operatori sanitari ai bisogni della popolazione. Molti sistemi cercano oggi di combinare questi approcci attraverso framework adattativi che coniugano soglie minime di sicurezza con metodologie basate sui carichi di lavoro.
Il rapporto sottolinea che i livelli di personale non sono un semplice parametro operativo, ma una leva strategica di politica sanitaria che collega la disponibilità di forza lavoro alla performance del sistema. Utilizzarli efficacemente richiede di bilanciare garanzie e adattabilità, fondandosi su dati robusti, una governance trasparente e un impegno condiviso per la qualità e il benessere della forza lavoro.
Una delle conclusioni più rilevanti per il dibattito italiano è che benchmark uniformi a livello europeo non sono né pratici né auspicabili, data la diversità dei sistemi sanitari europei. Tuttavia, lo scambio strutturato di pratiche e la cooperazione su metodologie comuni, standard di dati e strumenti di valutazione possono offrire benefici sostanziali.
Le risposte in campo: dal PNRR alla legge di bilancio
Il governo italiano ha avviato alcune misure per fronteggiare l'emergenza, anche se le categorie professionali le giudicano largamente insufficienti. Per il 2026, la sanità ha ricevuto 2,4 miliardi di euro in più dalla manovra, raggiungendo i 143 miliardi di euro complessivi, con un primo segnale al personale sanitario attraverso mini-aumenti in busta paga per medici e infermieri e una prima tranche di assunzioni.
Il Decreto PNRR 2026 ha introdotto misure urgenti per incrementare gli organici ospedalieri, con l'obiettivo di colmare carenze strutturali che incidono sulla qualità dell'assistenza e sui tempi di attesa. Sul fronte delle Case di Comunità, le strutture territoriali previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, a dicembre 2025 risultavano avviati i cantieri per 1.327 interventi, superiori all'obiettivo fissato per giugno 2026, ma solo il 25% era concluso e appena il 12% aveva superato il collaudo. Strutture costruite, ma non ancora pienamente operative: un problema che ha al suo centro proprio la carenza di personale per gestirle.
Un sistema a un bivio
Il rapporto della Commissione Europea arriva in un momento in cui l'Italia si trova davanti a scelte decisive. Continuare ad affidarsi alla sola pianificazione regionale, senza standard nazionali vincolanti sul personale, significa perpetuare un sistema dove la qualità delle cure dipende da dove si nasce o ci si ammala. Introdurre rapporti minimi di personale, come hanno fatto Germania, Portogallo, Austria e altri paesi, richiederebbe invece un investimento significativo in formazione, retribuzioni e attrattività delle professioni sanitarie.
Il rapporto HSPA EG non impone soluzioni: ricorda che l'efficacia dei livelli di personale dipende dal contesto, dagli strumenti usati per definirli e dalla loro integrazione in una visione complessiva del sistema. Ma la direzione è chiara: i paesi che hanno investito in standard espliciti di personale, collegandoli alla pianificazione, alla formazione e alla valutazione continua, ottengono risultati migliori per i pazienti e per gli operatori sanitari. L'Italia può scegliere di imparare da loro. Il webinar del 13 maggio 2026 sarà una prima occasione pubblica per farlo.
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