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La prescrizione infermieristica tra modello europeo e realtà italiana

Vincenzo Rauccidi
Vincenzo Raucci
Pubblicato il: 11/08/2026

Professione e lavoroStudi e analisi

Il dibattito sull’evoluzione della professione infermieristica e sull’introduzione della prescrizione infermieristica in Italia rappresenta uno dei nodi centrali per il futuro della sanità pubblica. Di fronte al progressivo invecchiamento della popolazione, all’aumento delle patologie croniche e alla carenza strutturale di personale medico sul territorio, la riorganizzazione delle competenze sanitarie non è più una scelta rinviabile, ma una necessità sistemica.

Il contesto europeo: un’integrazione già consolidata

Nel panorama internazionale ed europeo, la prescrizione da parte degli infermieri è una realtà operativa e normata da decenni:

  • Regno Unito: pionieri della non-medical prescribing, gli infermieri prescrittori possono prescrivere autonomamente quasi tutti i farmaci previsti dal repertorio nazionale (compresi quelli previsti per la gestione di patologie complesse), previa formazione universitaria specialistica
  • Paesi Scandinavi (Svezia, Finlandia, Danimarca): la prescrizione infermieristica è attiva da oltre vent’anni, focalizzata sulla gestione delle malattie croniche, sulla continuazione delle terapie e sulla cura delle lesioni
  • Spagna: attraverso la disciplina dell’orden de dispensación, gli infermieri gestiscono in modo autonomo e regolamentato la somministrazione di presidi, medicazioni e farmaci legati a protocolli condivisi
  • Quadro UE e Sanità Transfrontaliera: la Direttiva 2011/24/UE sull’assistenza transfrontaliera impone il riconoscimento delle prescrizioni sanitarie effettuate da professionisti abilitati nei rispettivi Paesi d’origine. Ciò crea il paradosso per cui l’Italia recepisce prescrizioni infermieristiche rilasciate in altri Stati membri, mentre ne limita l’applicazione sul proprio territorio.

Studi internazionali e revisioni della letteratura scientifica (tra cui quelle della Cochrane Collaboration) confermano che l’estensione delle competenze prescrittive agli infermieri specializzati garantisce livelli di efficacia e sicurezza clinica sovrapponibili a quelli medici nella gestione della cronicità (es. diabete, ipertensione, cura delle piaghe da decubito), aumentando al contempo l’aderenza terapeutica e la soddisfazione dei pazienti.

Lo stato dell’arte in Italia: verso la svolta specialistica

In Italia, il quadro normativo di riferimento (in particolare il D.Lgs. 219/2006) ha storicamente riservato al solo medico la facoltà prescrittiva. Tuttavia, il percorso verso l’ampliamento delle competenze ha subito un’accelerazione decisiva con l’introduzione delle lauree magistrali specialistiche a indirizzo clinico (Cure Primarie e Sanità Pubblica, Cure Pediatriche e Neonatali, Cure Intensive ed Emergenza) formulate in sinergia tra Ministero della Salute, Ministero dell’Università e FNOPI (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche).

L’obiettivo prioritario riguarda la prescrizione autonoma di presidi, dispositivi medici e trattamenti assistenziali (ad es.: presidi per l’incontinenza, medicazioni avanzate, cateteri, ausili per la mobilità). Un passo che punta ad eliminare passaggi burocratici ridondanti, accelerando l’assistenza al domicilio del paziente e nelle Case di Comunità.

Nonostante le fisiologiche resistenze di parte del mondo medico per presunte invasioni di campo diagnostico, il confronto istituzionale si sta orientando verso accordi e protocolli condivisi capaci di definire perimetri chiari e trasparenti.

Sostenibilità del SSN e cronicizzazione: perché non è una “invasione di campo”

L’argomentazione secondo cui l’ampliamento delle competenze infermieristiche costituisca una sovrapposizione al ruolo del medico nasce da un equivoco di fondo. La diagnosi nosologica e la scelta dell’architettura terapeutica fondamentale restano di esclusiva pertinenza medica. La prescrizione infermieristica si inserisce invece nella gestione della risposta assistenziale e nel monitoraggio continuo del piano di cura.

  1. Risposta alla transizione demografica ed epidemiologica

Con oltre 24 milioni di italiani affetti da almeno una patologia cronica, il modello di assistenza centrato esclusivamente sull’ospedale e sulle visite mediche tradizionali è insostenibile. L’Infermiere di Famiglia e Comunità (IFeC) rappresenta il perno dell’assistenza territoriale: fornirgli strumenti prescrittivi diretti sui dispositivi e sulle cure assistenziali evita l’intasamento degli studi dei Medici di Medicina Generale (MMG), liberando tempo medico per l’attività diagnostica e le acuzie.

  1. Continuità assistenziale ed efficienza operativa

Oggi, per ottenere la prescrizione di una garza idrocolloide per una lesione vascolare o di un catetere specifico, un paziente fragile (o un suo familiare) deve spesso richiedere un appuntamento al medico di base per una mera formalità burocratica, quando l’infermiere ha già effettuato la valutazione clinico-assistenziale sul campo. Semplificare questo flusso riduce le liste d’attesa e i costi indiretti per i cittadini.

  1. Valorizzazione del lavoro d’équipe

L’evoluzione professionale non toglie valore alla figura medica, ma ne valorizza la funzione specialistica high-level. Un’équipe multidisciplinare in cui l’infermiere dispone di autonomia prescrittiva nell’ambito assistenziale lavora con maggiore fluidità, riducendo le inefficienze e garantendo una presa in carico globale e tempestiva del paziente complesso.

Prospettive future

L’evoluzione verso la prescrizione infermieristica non deve essere vista come una concessione corporativa, ma come una riforma strutturale a tutela della sanità pubblica e universalistica. Allineare l’Italia agli standard europei significa investire sulla competenza universitaria degli infermieri, garantire sostenibilità economica al sistema e, soprattutto, restituire centralità e tempestività di risposta ai bisogni di cura dei cittadini più fragili.