Iscriviti alla newsletter

Nascite 2025, il rapporto del Ministero: mortalità a 2,2 per mille e forti divari sui cesarei

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 10/08/2026

Professione e lavoroStudi e analisi

Il quadro che emerge dall'ultima rilevazione del Certificato di Assistenza al Parto (CeDAP), curata dall'Ufficio di Statistica del Ministero della Salute, conferma una tendenza ormai consolidata: le nascite in Italia continuano a diminuire, ma la qualità dell'assistenza sanitaria al parto resta su livelli elevati, con alcuni segnali di miglioramento e altri che richiedono ancora attenzione, soprattutto sul fronte del ricorso al taglio cesareo.

 

Nel 2025 le anagrafi comunali hanno registrato circa 355.000 nati vivi, mentre la fonte CeDAP, che raccoglie dati più dettagliati attraverso i certificati compilati da ostetriche e medici, ne rileva 352.426. Il confronto con la serie storica è impietoso: si tratta del valore più basso mai registrato da quando esiste questa rilevazione. Basti pensare che nel 2012 i nati vivi erano 533.342: in tredici anni la culla del Paese si è svuotata di quasi 181.000 bambini all'anno, un calo di oltre il 33%. Solo nell'ultimo anno la flessione rispetto al 2024 supera le 17.000 unità.

 

Sul fronte della mortalità perinatale, il tasso si attesta a 2,20 nati morti ogni 1.000 nati, leggermente inferiore rispetto all'anno precedente e in linea con il trend degli ultimi anni, che oscilla tra 2,4 e 2,9 per mille dal 2012 a oggi. A livello regionale la situazione è piuttosto disomogenea: la Campania fa segnare il valore più basso in assoluto, 0,48 per mille, mentre Umbria e Calabria superano il 4 per mille. Un dato che merita cautela interpretativa, perché su piccoli numeri regionali le oscillazioni statistiche possono essere ampie.

 

Un capitolo critico riguarda proprio la comprensione delle cause di mortalità. Su 784 bambini nati morti nel 2025, solo nel 30,5% dei casi è stata indicata una causa di morte valida; nel 40,3% dei casi la causa non risulta indicata affatto, nel 5,9% è segnalata una causa errata e nel 23,3% una causa incompatibile con età e sesso del feto. Il rapporto spiega che questa difficoltà nasce da un problema organizzativo: l'esito dell'esame autoptico arriva spesso oltre i dieci giorni previsti per la compilazione del certificato, rendendo di fatto impossibile registrare correttamente la causa del decesso nei tempi stabiliti dalla norma. Tra le cause effettivamente identificate prevalgono problemi fetali e placentari, manifestazioni morbose mal definite a insorgenza perinatale e l'ipossia intrauterina con asfissia alla nascita.

Sul piano della salute alla nascita, i dati restano rassicuranti. La distribuzione dei nati per classi di peso è pressoché stabile rispetto agli anni precedenti: lo 0,8% dei nati pesa meno di 1.500 grammi, il 6,0% tra 1.500 e 2.499 grammi, l'88,2% tra 2.500 e 3.999 grammi, il 4,9% supera i 4.000 grammi. Anche il punteggio Apgar, l'indicatore che misura le condizioni cliniche del neonato nei primi minuti di vita, conferma un quadro positivo: il 98,3% dei nati riporta un punteggio tra 7 e 10, e solo lo 0,77% risulta gravemente o moderatamente depresso. È interessante notare, come sottolinea il rapporto, che le condizioni più critiche alla nascita si concentrano quasi esclusivamente tra i neonati sotto i 1.500 grammi, dove solo l'81% raggiunge un Apgar tra 7 e 10, contro percentuali superiori al 98% in tutte le altre classi di peso: un dato che conferma quanto la prematurità estrema resti il principale fattore di rischio neonatale.

Le malformazioni congenite rilevate al momento della nascita o nei primi dieci giorni di vita sono state 3.151, con il tipo di malformazione indicato nell'83,7% dei casi. Le più frequenti riguardano il sistema cardiovascolare (le anomalie del bulbo cardiaco e della chiusura del setto cardiaco da sole rappresentano il 17,6% dei casi), seguite da anomalie del tratto alimentare superiore, degli organi genitali e del sistema urinario.

 

Un capitolo in forte espansione è quello della procreazione medicalmente assistita. Nel 2025 su 348.329 schede pervenute, 16.160 gravidanze sono state ottenute con tecniche di PMA, pari a 4,6 ogni 100 gravidanze: un dato quasi triplicato rispetto al 2012, quando le gravidanze assistite erano 8.309. Le tecniche più diffuse restano la fecondazione in vitro con trasferimento di embrioni (49,5% dei casi) e la fecondazione in vitro tramite iniezione di spermatozoo in citoplasma, la cosiddetta ICSI (35,0%). Come prevedibile, il ricorso alla PMA cresce nettamente con l'età materna: si passa dallo 0,31% delle madri under 25 al 20,98% tra le donne over 40, e risulta più frequente anche tra le madri con titolo di studio più elevato (6,64% tra le laureate, contro il 2,54% tra chi ha al più la licenza elementare). Le gravidanze assistite comportano inoltre un ricorso al parto cesareo più alto della media (48,27% contro il 32,3% generale, come si vedrà più avanti) e un tasso di parti plurimi ancora sensibilmente superiore alla norma, sebbene in costante calo: 4,9% contro l'1,4% registrato sul totale delle gravidanze, un valore che nel 2012 arrivava addirittura al 20,9%, segno dei progressi ottenuti nel limitare il trasferimento di embrioni multipli.

Il capitolo forse più rilevante dal punto di vista clinico-organizzativo riguarda l'analisi dei parti secondo la classificazione di Robson, lo standard raccomandato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità per monitorare in modo comparabile il ricorso al taglio cesareo. Su un totale di 347.372 parti avvenuti in punti nascita pubblici, equiparati e privati accreditati (esclusa la Regione Lazio, non rilevabile con questo metodo), sono stati classificati 310.193 parti, pari all'89,3%. Le classi più numerose sono la 1, relativa alle primipare a termine con presentazione cefalica e travaglio spontaneo (23,2%), e la 3, le pluripare a termine senza precedenti cesarei (22,6%): insieme rappresentano quasi il 46% di tutti i parti classificati. Rilevante anche la classe 5, quella delle donne con un pregresso taglio cesareo, che pesa per il 12,0% sul totale dei parti ma, cosa più significativa, contribuisce da sola per un terzo a tutti i cesarei effettuati in Italia (30.223 su 90.029 totali), con un tasso di cesarei dell'81,3% in questa classe.

Proprio l'analisi Robson mette in luce le più marcate disparità territoriali del rapporto. Nella classe 1, quella delle gravidanze a basso rischio dove il cesareo dovrebbe essere un'eccezione, le Regioni del Nord si mantengono generalmente sotto la media nazionale del 12,0%, mentre diverse Regioni del Sud superano il 25%: la Campania, in particolare, arriva al 27,1%. Il divario si ripropone nella classe 5, dove si va dal 56,7% di cesarei in Toscana al 96,7% in Campania. Il rapporto sottolinea come questo dato non sia solo una fotografia, ma un campanello d'allarme organizzativo: un tasso elevato di cesarei alla prima gravidanza, in particolare nella classe 1, espone le donne a un rischio più alto di dover ripetere il cesareo nei parti successivi, alimentando proprio quella classe 5 che oggi pesa così tanto sul totale degli interventi.

Nel complesso, il rapporto CeDAP 2025 restituisce l'immagine di un sistema nascita italiano clinicamente solido, con esiti neonatali generalmente favorevoli, ma alle prese con due sfide strutturali di segno opposto: da un lato il calo demografico che riduce ogni anno il numero di nuovi nati, dall'altro una variabilità regionale nell'appropriatezza clinica, in particolare sul taglio cesareo, che il Ministero della Salute indica come area prioritaria di intervento per i prossimi anni.