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Il tumore del paziente ricreato in laboratorio per capire quale cura può funzionare. Ecco come

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 18/08/2026

Professione e lavoroStudi e analisi

L’idea è semplice: siccome faccio fatica a trovare una cura efficace e non posso testarne di nuove in vivo su quel paziente specifico, coltivo le cellule del suo organo colpito da quel tumore e ci lavoro sopra alla ricerca delle molecole o del loro mix più efficace, proprio come un banco di prova.

Ecco quello che ha fatto un team di ricercatori dell'Università della California a San Francisco (UCSF) che ha messo a punto un nuovo metodo per prevedere come diversi sottotipi di cancro al seno risponderanno alle terapie, con test rapidi condotti su organoidi tumorali, piccoli ammassi di cellule coltivati in laboratorio a partire da campioni prelevati dai pazienti. Lo studio, pubblicato il 6 agosto 2026 sulla rivista Cell Reports Medicine, cui ha dato risalto Federico Mereta sul Sole 24 Ore Salute potrebbe accelerare lo sviluppo di trattamenti personalizzati per il cancro al seno, incluso il sottotipo triplo negativo, tra i più aggressivi e difficili da curare.

Gli organoidi sono stati generati inserendo cellule tumorali prelevate dai pazienti in un gel progettato per riprodurre l'ambiente biologico del tumore originario. Nell'arco di alcune settimane le cellule si sono organizzate in piccole sfere che, pur composte da migliaia di cellule ciascuna, restano visibili solo al microscopio, apparendo come ammassi traslucidi immersi nel gel.

I ricercatori hanno poi analizzato questa biobanca di organoidi, derivati da tumori invasivi in stadio iniziale, per studiare i meccanismi alla base della resistenza alle terapie. Il punto di riferimento è stato il sistema dei Response Predictive Subtypes, sottotipi molecolari sviluppati nel corso del trial I-SPY2, che forniscono un quadro delle risposte attese dei tumori a terapie come l'immunoterapia, gli inibitori PARP, la chemioterapia a base di platino e le terapie a doppio bersaglio HER2. Grazie all'accesso ai dati clinici dei pazienti, il gruppo ha utilizzato questi sottotipi e i relativi biomarcatori per prevedere le risposte terapeutiche direttamente sugli organoidi. Poiché gran parte degli organoidi proveniva da tumori tripli negativi, questi sono stati scelti per validare un modello predittivo della risposta alla combinazione veliparib-platino, uno schema chemioterapico spesso prescritto proprio in questo sottotipo tumorale, nonostante la sua nota tendenza alla resistenza al trattamento.

Nel tentativo di individuare strategie alternative per superare tale resistenza, i ricercatori hanno selezionato l'organoide denominato TORG40, quello con la più alta resistenza prevista e successivamente confermata alla combinazione veliparib-platino. Su questo modello è stato condotto uno screening farmacologico con 386 piccole molecole inibitrici, tra cui ABT-263, un composto capace di eliminare le cellule danneggiate. Confrontando l'effetto di ABT-263 da solo con quello ottenuto associandolo al cisplatino, gli autori hanno osservato un'attività potenziata contro le cellule tumorali resistenti, con un effetto particolarmente marcato proprio su TORG40. Lo screening ha inoltre messo in luce altri composti promettenti, tra cui gli inibitori di HSP90, la cui efficacia in laboratorio è stata poi collegata a un sottogruppo di pazienti del trial I-SPY che avevano effettivamente risposto meglio a questa classe di farmaci.

Jennifer M. Rosenbluth, oncologa medica, docente alla UCSF e autrice senior dello studio, ha dichiarato che gli organoidi del tumore al seno hanno riprodotto il modo in cui i tumori corrispondenti nei pazienti hanno risposto alle terapie, e che questo ha permesso di identificare combinazioni terapeutiche candidate per i tumori che non rispondono ai trattamenti standard. Secondo Rosenbluth, questi risultati confermano il valore della modellazione con organoidi come ponte tra i biomarcatori clinici e le strategie di trattamento di precisione nel cancro al seno. La ricercatrice ha aggiunto che, combinando analisi computazionali di grandi set di dati molecolari e clinici con i sistemi modello a organoidi, lo studio dimostra a livello di prova di principio l'utilità di far corrispondere i biomarcatori di resistenza e le firme molecolari di I-SPY2 alle colture di organoidi ricavate da malattia residua, sottolineando il valore di un approccio di traslazione inversa che integra dati clinici a livello di paziente con la sperimentazione sui modelli a organoidi per orientare la scoperta di farmaci e le future strategie terapeutiche personalizzate.

Tam Binh V. Bui, dottoranda alla UCSF nei laboratori Rosenbluth e Van 't Veer/I-SPY, nonché prima autrice dello studio, ha spiegato che gli organoidi del tumore al seno si sono rivelati capaci di esprimere importanti biomarcatori tumorali, molti dei quali sono già bersaglio di farmaci esistenti. Secondo Bui, questi modelli hanno permesso al team di studiare gli effetti dei farmaci direttamente su tessuto umano e di stabilire una priorità tra le terapie più promettenti per questo specifico sottotipo tumorale.

Gli stessi autori riconoscono alcuni limiti dello studio: la ricerca non ha verificato come le decisioni terapeutiche guidate dagli organoidi si tradurrebbero nel tempo in un contesto clinico reale, e gli organoidi stessi non possono riprodurre la complessità di un organo intero né l'ambiente interno del corpo, con i suoi vasi sanguigni, le cellule immunitarie e gli altri fattori che influenzano i segnali ricevuti dalle cellule tumorali.

Nonostante questi limiti, i ricercatori guardano con fiducia alla possibilità che, in futuro, i medici possano utilizzare organoidi derivati dai pazienti per sviluppare approcci di cura del cancro sempre più personalizzati, all'interno del più ampio lavoro portato avanti da oltre un decennio dal consorzio del trial I-SPY guidato dalla UCSF, che si propone di accelerare lo sviluppo di nuove terapie per il cancro al seno in stadio iniziale e ad alto rischio.