VI Congresso APSILEF, Pavan: 'Le competenze forensi devono entrare nelle aziende'
In occasione del VI Congresso nazionale APSILEF, patrocinato anche da NurSind, la presidente Mara Pavan traccia un bilancio dei dieci anni dell'associazione e affronta le questioni ancora aperte: riconoscimento delle competenze specialistiche, responsabilità professionale, carenze organizzative, documentazione infermieristica, consulenze tecniche e tutele assicurative. «Non possiamo continuare a chiedere al singolo di compensare indefinitamente le carenze del sistema».
Dieci anni di attività, competenze specialistiche sempre più riconosciute anche nei tribunali, ma ancora troppo poco utilizzate all'interno delle aziende sanitarie. È questo il principale nodo che emerge dall'intervista a Mara Pavan, presidente di APSILEF – Associazione Professioni Sanitarie Italiane Legali e Forensi, in vista del VI Congresso nazionale, in programma il 23 ottobre 2026 a Roma, presso l'Hotel Royal Santina, con il titolo “La competenza che tutela”.
L'appuntamento, patrocinato anche da NurSind, coincide con il decimo anniversario dell'associazione e riunirà professionisti, rappresentanti istituzionali, Federazioni e associazioni scientifiche per confrontarsi sull'evoluzione delle competenze giuridico-sanitarie, sulla responsabilità professionale e sulla necessità di tradurre la formazione specialistica in ruoli effettivamente riconosciuti nelle organizzazioni.
Il congresso, accreditato per 5,6 crediti ECM, affronterà anche l'applicazione della Legge 24/2017 e del D.Lgs. 232/2023, le coperture assicurative, gli strumenti di risoluzione delle controversie sanitarie, le evidenze scientifiche e la tutela delle vittime di violenza.
Ma è soprattutto il rapporto tra responsabilità individuale e responsabilità organizzativa a emergere con forza dalle parole della presidente. In un sistema sanitario segnato da carichi assistenziali elevati, difficoltà nella copertura degli organici e procedure non sempre coerenti con le condizioni operative, Pavan richiama la necessità di valutare il comportamento dei professionisti senza separarlo dal contesto nel quale si trovano a lavorare.
Un tema che riguarda direttamente gli infermieri, spesso chiamati a garantire continuità e sicurezza delle cure anche in condizioni organizzative difficili, ma che interessa l'insieme delle professioni sanitarie e il loro ruolo nella prevenzione del rischio clinico.
Dieci anni di APSILEF: il riconoscimento nei tribunali e la sfida delle aziende sanitarie
Presidente Pavan, il congresso coincide con i dieci anni di APSILEF e porta un titolo impegnativo: “La competenza che tutela”. Ripensando agli inizi, quale cambiamento concreto le fa dire che il lavoro dell'associazione ha fatto la differenza? E quale obiettivo, invece, resta ancora da raggiungere?
«Se ripenso a questi dieci anni, il cambiamento più significativo è che competenze inizialmente poco conosciute oggi hanno trovato uno spazio concreto sia nel sistema sanitario sia in quello giudiziario.
Un risultato particolarmente importante è l'inserimento, in oltre 40 Tribunali italiani, di infermieri, ostetriche, TSRM, fisioterapisti e assistenti sanitari negli Albi dei CTU e dei periti. In alcuni casi, nostri professionisti sono stati coinvolti anche nelle adunanze dei Tribunali per la valutazione delle domande di iscrizione agli stessi Albi. È un segnale molto forte: significa riconoscere che le competenze specifiche delle professioni sanitarie rappresentano una risorsa anche per la giustizia.
In questi anni APSILEF ha inoltre maturato esperienza nella consulenza e nei procedimenti in ambito civile, penale e contabile, ha attivato sportelli in collaborazione con Ordini professionali e organizzazioni sindacali, ha svolto attività formativa nelle aziende sanitarie sulla responsabilità professionale e sulla documentazione e ha consolidato collaborazioni con gli Atenei nella formazione e nel tirocinio degli studenti dei Master in ambito giuridico-sanitario.
Dieci anni fa dovevamo ancora spiegare perché una professione sanitaria potesse avere un ruolo qualificato in ambito legale e forense. Oggi, in molti contesti, quel ruolo è riconosciuto.
L'obiettivo che resta da raggiungere è fare un ulteriore passo: non utilizzare queste competenze soltanto quando nasce un contenzioso o quando si arriva davanti a un giudice, ma valorizzarle prima, all'interno delle organizzazioni sanitarie, nella gestione del rischio, nella prevenzione, nella formazione e nei percorsi di sviluppo professionale.
È proprio questo il significato del titolo del Congresso, “La competenza che tutela”. La competenza giuridico-sanitaria non deve intervenire soltanto dopo l'errore o il conflitto: deve contribuire a prevenirli. Tutela il professionista, rendendolo più consapevole delle proprie responsabilità e dei propri diritti, ma tutela soprattutto il cittadino, perché professionisti competenti e organizzazioni più consapevoli producono cure più sicure e di maggiore qualità.
Dopo dieci anni, quindi, siamo orgogliosi di ciò che è stato costruito, ma sappiamo che la sfida più importante è trasformare un riconoscimento ormai acquisito in una presenza strutturale all'interno del sistema sanitario».
La competenza legale e forense serve anche prima di arrivare in tribunale
Un infermiere potrebbe pensare: “Le competenze legali e forensi mi serviranno soltanto se finirò in tribunale”. Quale situazione della quotidianità assistenziale sceglierebbe per fargli cambiare idea?
«Direi che il primo equivoco da superare è proprio questo: le competenze giuridico-sanitarie non servono soltanto a “difendersi” quando qualcosa è già accaduto o quando si arriva in tribunale. Servono, prima ancora, a lavorare con una consapevolezza diversa.
Un professionista che possiede queste competenze legge la propria attività quotidiana con maggiore attenzione: sa quanto sia importante documentare correttamente ciò che ha fatto, dalla consegna infermieristica alla restante documentazione sanitaria; comprende il valore non solo clinico, ma anche professionale e giuridico di ciò che registra e, allo stesso modo, di ciò che omette di registrare.
Ma c'è molto di più. Può contribuire alla formazione dei colleghi, collaborare alla predisposizione o alla revisione di procedure e protocolli assistenziali, individuando eventuali criticità prima che possano tradursi in un evento avverso. Può offrire competenze nella gestione del rischio clinico, nelle questioni relative all'esercizio e alla responsabilità professionale, nei procedimenti disciplinari e nelle consulenze che riguardano i diversi ambiti delle professioni sanitarie.
Se dovessi scegliere una situazione molto semplice della quotidianità, sceglierei proprio la documentazione. Scrivere una consegna non significa soltanto raccontare ciò che è accaduto durante il turno: significa rendere tracciabile il processo assistenziale, le valutazioni effettuate, le decisioni assunte e la continuità delle cure.
La competenza giuridico-sanitaria, quindi, non insegna al professionista ad avere paura della responsabilità. Al contrario, gli permette di comprenderla meglio e di governarla. Apre la mente, aumenta la consapevolezza e trasforma la tutela da qualcosa che interviene dopo il problema a qualcosa che accompagna ogni giorno il corretto agire professionale».
Formazione specialistica senza incarichi: il riconoscimento ancora incompiuto
Nel programma c'è un passaggio cruciale: dalla formazione specialistica al riconoscimento professionale. Per chi investe tempo e risorse in un percorso legale e forense, dove si interrompe oggi questa strada? Mancano incarichi, spazi decisionali o una chiara comprensione di ciò che questo professionista può offrire?
«Oggi il vero punto critico è questo: la formazione specialistica esiste, le competenze ci sono, ma troppo spesso il sistema non le utilizza.
Molti professionisti, soprattutto infermieri, investono tempo e risorse in percorsi giuridico-sanitari e si propongono nelle proprie aziende per incarichi coerenti, ma solo pochi riescono a vedere queste competenze tradotte in funzioni concrete.
Serve quindi un cambio di passo da parte delle Direzioni aziendali e delle Direzioni delle professioni sanitarie: non basta riconoscere il valore della specializzazione, bisogna inserirla realmente nei modelli organizzativi.
Dove questo è avvenuto, i risultati si vedono: migliore gestione del rischio, maggiore supporto ai professionisti, procedure più appropriate, più formazione e maggiore capacità di prevenire criticità e contenzioso.
La sfida, quindi, non è formare professionisti competenti: è avere organizzazioni capaci di riconoscerli e utilizzarli davvero».
Federazioni, associazioni e aziende: il riconoscimento deve essere anche contrattuale
Al congresso avete previsto un confronto con Federazioni e associazioni. Quale impegno concreto chiederà loro per evitare che la valorizzazione delle competenze rimanga una dichiarazione di principio?
«Alle Federazioni chiederemo soprattutto come intendono accompagnare concretamente questo cambiamento, che non riguarda una singola professione, ma tutti i professionisti sanitari che hanno investito in percorsi formativi specialistici.
Non basta riconoscere che queste competenze esistono: occorre capire come valorizzarle nei modelli organizzativi, negli incarichi e nei percorsi professionali.
Alle Associazioni professionali, invece, chiederemo di portarci la realtà dei diversi contesti: la specialistica viene effettivamente utilizzata? In quali ambiti? E dove, invece, rimane ancora soltanto un titolo formativo?
Vorremmo che dal confronto emergessero impegni concreti, perché la valorizzazione delle competenze non può restare una dichiarazione di principio: deve diventare organizzazione, ruolo e possibilità reale di esercitarle.
In ultimo, non scordiamoci anche della parte economica: le competenze si riconoscono e valorizzano anche contrattualmente».
Carenza di organico e responsabilità: «Il singolo non può compensare le carenze del sistema»
Proviamo a entrare in un reparto: organico ridotto, richieste simultanee e una procedura difficile da applicare nelle condizioni reali. Come si distingue la responsabilità del singolo dalle carenze dell'organizzazione, senza lasciare l'infermiere solo davanti a questa distanza?
«La responsabilità del singolo non può essere valutata ignorando il contesto in cui ha lavorato. Se un professionista opera con organici insufficienti, carichi assistenziali eccessivi, procedure difficilmente applicabili o carenze organizzative già note, questi elementi devono entrare nella valutazione dell'evento.
Questo, però, non significa annullare la responsabilità individuale: significa distinguerla correttamente da quella dell'organizzazione.
Il professionista deve fare ciò che è nelle proprie competenze, documentare le criticità, segnalarle e adottare tutte le misure ragionevolmente possibili per tutelare il paziente. L'organizzazione, dall'altra parte, ha il dovere di creare condizioni di lavoro compatibili con sicurezza e qualità delle cure.
Non possiamo continuare a chiedere al singolo di compensare indefinitamente le carenze del sistema. La sicurezza delle cure è una responsabilità condivisa e anche l'organizzazione deve rispondere delle proprie scelte.
APSILEF interviene anche in questi contesti quando vengono segnalati, senza ovviamente invadere il campo di altre istituzioni, come i sindacati, ma eventualmente supportandoli e fornendo strumenti attraverso le competenze che abbiamo nella specifica materia».
Procedure assistenziali non aggiornate: segnalare le criticità è responsabilità professionale
Dedicate spazio al percorso che porta dalle evidenze scientifiche alle linee guida e alle procedure. Come si costruisce una cultura in cui il professionista sappia anche riconoscere e segnalare una procedura da aggiornare? E che cosa dovrebbe accadere dopo quella segnalazione?
«Una cultura della sicurezza si costruisce prima di tutto facendo comprendere ai professionisti che applicare una procedura non significa eseguirla in modo passivo. Significa anche verificarne l'appropriatezza, l'aggiornamento e la coerenza con le evidenze scientifiche e con la normativa vigente, a partire dalla Legge 24/2017.
Noi ricordiamo sempre ai colleghi che, quando una procedura manca, è superata, non è applicabile o presenta criticità, segnalarlo è parte della responsabilità professionale.
Ma la segnalazione deve produrre un effetto: deve essere presa in carico, valutata e, quando necessario, tradotta nell'aggiornamento della procedura o nell'adozione di misure correttive.
Quando questo non accade, APSILEF interviene anche direttamente presso gli uffici competenti, perché non si può chiedere al professionista di rispettare regole adeguate se l'organizzazione non mette a disposizione strumenti realmente aggiornati e sicuri».
Consulenze tecniche: il rischio di giudicare a posteriori senza conoscere il reparto
Nella consulenza tecnica, l'assistenza viene ricostruita a posteriori, mentre in reparto le decisioni si prendono spesso in pochi minuti. Che cosa rischia di sfuggire a chi valuta un caso senza conoscere a fondo il lavoro infermieristico? Quanto conta la presenza di una competenza specifica nella valutazione?
«Il rischio maggiore è valutare un comportamento senza comprendere davvero il contesto assistenziale in cui quella decisione è stata presa.
In reparto le scelte avvengono spesso in pochi minuti, tra priorità concorrenti, condizioni cliniche che cambiano rapidamente, carichi di lavoro e vincoli organizzativi. Se tutto questo viene ricostruito soltanto a posteriori, si rischia di leggere il caso in modo astratto.
Per questo la presenza di una competenza specifica è fondamentale. Un professionista sanitario esperto in ambito legale e forense sa distinguere ciò che appartiene alla responsabilità individuale da ciò che dipende dall'organizzazione, sa leggere correttamente la documentazione e comprendere la reale dinamica assistenziale.
Una consulenza tecnica è davvero completa solo quando conosce non soltanto la norma, ma anche il lavoro concreto che quella norma deve governare e il professionista sanitario legale forense che deve occuparsene».
Documentazione infermieristica: «Non basta fare bene, bisogna documentare bene»
La documentazione è il punto in cui la cura lascia una traccia. Senza riferimenti a casi riconoscibili, può raccontare una situazione in cui la qualità della documentazione infermieristica ha fatto la differenza nella ricostruzione dei fatti? Quale insegnamento ne dovrebbero ricavare i colleghi?
«La documentazione può fare la differenza tra un'attività assistenziale correttamente ricostruibile e una situazione che, a distanza di tempo, diventa difficile da dimostrare.
È accaduto più volte di trovarci davanti a casi, come consulenti di parte, in cui il professionista aveva agito correttamente, ma ciò che aveva fatto non era stato documentato in modo completo. In altri casi, invece, come periti per l'azienda, una registrazione puntuale delle condizioni del paziente, degli interventi effettuati, delle comunicazioni al medico e delle rivalutazioni successive ha consentito di ricostruire con precisione il percorso assistenziale.
Nei nostri corsi di formazione insistiamo molto su questo aspetto e utilizziamo spesso un motto molto semplice: “ciò che non è scritto, non è stato fatto”. È una formula volutamente incisiva, che serve a ricordare quanto la tracciabilità sia parte integrante dell'agire professionale.
L'insegnamento è quindi chiaro: non basta fare bene, bisogna anche documentare bene. La documentazione non è burocrazia, ma uno strumento di continuità assistenziale, sicurezza delle cure e tutela del professionista».
Polizze professionali: «Averne una non significa essere adeguatamente protetti»
Una delle tavole rotonde riguarda sicurezza delle cure e tutele assicurative. Un infermiere che paga regolarmente la propria polizza può sentirsi protetto senza averne compreso davvero i limiti: quali domande dovrebbe porre prima di sottoscriverla, e quali risposte dovrebbe pretendere di ricevere con chiarezza?
«La prima cosa da sapere è che avere una polizza non significa automaticamente essere adeguatamente protetti.
Il professionista deve verificare che la copertura sia effettivamente valida e rinnovata, quali gradi di colpa siano compresi, quali esclusioni siano previste e in quali casi possa esserci una rivalsa da parte dell'azienda. Purtroppo, può accadere che alcuni professionisti non ne siano ancora in possesso.
Un altro punto fondamentale è la tutela legale: affrontare un procedimento significa sostenere costi per avvocati, consulenti e periti, e questa copertura non sempre è inclusa nella polizza professionale.
Per questo, prima di sottoscrivere, bisogna pretendere risposte chiare su massimali, franchigie, retroattività, postuma, rivalsa e tutela legale.
La polizza non va semplicemente pagata: va capita».
Dopo un evento avverso, la conciliazione deve restituire ascolto e trasparenza
Nel programma affrontate anche la conciliazione. Dopo un evento avverso, pazienti, familiari e professionisti possono ritrovarsi su fronti contrapposti: che cosa può aiutare a riaprire il dialogo? E quali condizioni servono perché un accordo sia percepito come una risposta giusta dalle persone coinvolte?
«La conciliazione può funzionare solo se non viene percepita come un modo per “chiudere il caso”, ma come uno spazio serio di ascolto, chiarimento e responsabilità.
Dopo un evento avverso, il dialogo si riapre quando le persone ricevono informazioni comprensibili, possono esprimere ciò che è accaduto dal proprio punto di vista e trovano interlocutori disponibili a riconoscere criticità ed eventuali responsabilità.
Un accordo è percepito come giusto quando non tutela soltanto gli aspetti economici o formali, ma restituisce trasparenza, ascolto, rispetto e risposte concrete a paziente, familiari e professionisti».
Violenza di genere: la tutela comincia dal primo contatto assistenziale
La sessione sulla violenza mette insieme assistenza, competenze forensi e protezione delle vittime. Nel primo incontro con una persona che ha subito violenza, quale passaggio rischiamo più facilmente di sottovalutare? Come tenere insieme ascolto, rispetto delle sue scelte e corretta raccolta degli elementi utili alla sua tutela?
«Nel primo incontro con una persona che ha subito violenza, il rischio più grande è concentrarsi solo sull'assistenza immediata e trascurare la corretta raccolta e conservazione degli elementi utili alla sua tutela.
Serve invece tenere insieme tre aspetti: ascolto, rispetto delle scelte della persona e competenza forense.
Significa accogliere senza giudicare, informare correttamente, documentare in modo preciso e preservare eventuali reperti secondo procedure adeguate. Significa anche informarla sulle tutele giuridiche previste, compresi i congedi retribuiti quando ne ricorrono i presupposti, e sugli altri strumenti contemplati dalle norme.
La tutela nasce già dal primo contatto: ogni parola, ogni osservazione e ogni elemento raccolto può avere un valore assistenziale, umano e anche giuridico».
Dopo il congresso, la sfida sarà trasformare la formazione in incarichi concreti
Il congresso si chiuderà con una sua mozione. Se tra un anno tornassimo a intervistarla, su quale risultato concreto vorrebbe essere chiamata a rendere conto? Che cosa dovrebbe essere cambiato, nei luoghi di cura, perché questo incontro abbia lasciato un segno?
«Tra un anno vorrei poter dire che questo Congresso ha prodotto due risultati concreti.
Il primo è una maggiore consapevolezza dei professionisti: più attenzione alle norme, alla gestione del rischio clinico, alla documentazione e alle responsabilità che accompagnano ogni atto professionale, per lavorare in sicurezza.
Il secondo è vedere più professionisti con la formazione specialistica in materia giuridico-sanitaria realmente inseriti nelle aziende, attraverso incarichi, funzioni e attività di consulenza che permettano di rendere spendibili competenze già acquisite.
È su questo che APSILEF continuerà a lavorare: perché la formazione specialistica non resti un titolo, ma diventi competenza utilizzata, riconosciuta e messa al servizio della sicurezza delle cure e dei professionisti».
Il VI Congresso nazionale APSILEF: appuntamento a Roma il 23 ottobre
Il VI Congresso nazionale APSILEF, dal titolo “La competenza che tutela”, si svolgerà il 23 ottobre 2026, presso l'Hotel Royal Santina di Roma, Sala Lucrezia. L'evento, patrocinato anche da NurSind, celebra il decimo anniversario dell'associazione ed è accreditato per 5,6 crediti ECM, con ID evento 493238.
Le iscrizioni e le informazioni organizzative sono disponibili sul sito www.apsilef.it.
Il confronto congressuale si concentrerà sul rapporto tra formazione specialistica, responsabilità professionale, evidenze scientifiche, gestione del rischio, tutela assicurativa e sicurezza delle cure, con l'obiettivo di individuare percorsi capaci di rendere concretamente utilizzabili le competenze giuridico-sanitarie.
Dalle parole di Mara Pavan emerge una richiesta precisa alle istituzioni e alle direzioni sanitarie: superare il riconoscimento puramente formale della formazione specialistica e tradurlo in funzioni, incarichi e responsabilità effettive.
Perché la tutela dei professionisti e quella dei cittadini non sono obiettivi contrapposti. Entrambe dipendono anche dalla capacità delle organizzazioni di riconoscere le competenze, affrontare le criticità e creare condizioni nelle quali la qualità dell'assistenza non debba dipendere esclusivamente dallo sforzo individuale di chi lavora nei servizi sanitari.


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