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ECM, vent'anni a contare crediti. Ma chi misura se gli infermieri curano meglio?

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 14/10/2026

FormazionePunto di Vista

Scorrendo l’elenco dei miei link preferiti mi sono imbattuto in un contributo molto interessante pubblicato su Panorama della Sanità formulato da Pierluigi Badon*, infermiere e formatore che invita a chiedersi che cosa resti in corsia dopo un corso accreditato ecm.

Sull’utilità dell’aggiornamento professionale non ci sono dubbi. La domanda che Badon, già docente di Infermieristica a Padova, porta nel dibattito è un’altra: il sistema attuale migliora davvero l’assistenza?

La sanità ha imparato a misurare complicanze, infezioni e tempi di attesa e a chiedere prove di efficacia per ogni novità organizzativa. Per la formazione continua il bilancio si ferma invece al numero di eventi, di partecipanti e di crediti. Sono dati sull’attività, non sul risultato: frequentare un corso non significa aver cambiato il proprio modo di prendersi cura di una persona.

Alla base c’è un’idea rivelatasi sbagliata, cioè che trasmettere informazioni basti a modificare i comportamenti. Se fosse così, le pratiche sarebbero più uniformi e le evidenze migliori entrerebbero subito nella routine. C’è poi un costo spesso ignorato: la risorsa più cara non è il docente né la sede, ma il tempo dei professionisti sottratto all’assistenza.

Chiunque sia tornato in reparto dopo un corso conosce il momento critico. L’entusiasmo incontra abitudini, turni e assenza di qualcuno che sostenga il cambiamento, e ciò che si è ascoltato non diventa prassi. Per Badon l’aula è solo l’inizio e il sistema accompagna troppo poco ciò che viene dopo. Così il nobile intento di mantenere viva e aggiornata la propria abilità, si trasforma nel mero adempimento dell’obbligo. Certo, qualche corso non pone l’accento su una tecnica o una pratica e normalmente questi sono quelli più partecipati e di successo di conseguenza.

La sua proposta è capovolgere la sequenza: partire da un problema assistenziale reale, fissare un traguardo verificabile e controllare se la pratica è migliorata. Questo significa governare la formazione invece di limitarsi a organizzare corsi. Le prime responsabilità sono delle aziende sanitarie che dovrebbero saper dire quale difficoltà vogliono superare e quale beneficio ne avranno i cittadini. I crediti diventano così un mezzo e non il traguardo perchè il diritto in gioco è soprattutto quello dei pazienti a trovare professionisti sempre più preparati.

Dopo oltre vent’anni di Ecm, il richiamo è a guardare gli indicatori che contano davvero: scelte cliniche più solide, percorsi più sicuri, cure migliori. Prima del prossimo corso, vale la pena chiedersi che cosa vorremmo cambiare nel nostro reparto.

 

*Pierluigi Badon Professore a contratto (Adjunct Professor) in Infermieristica Clinica presso l'Università degli Studi di Padova, tutor didattico e formatore presso la Direzione delle Professioni Sanitarie dell'Azienda Ospedale-Università di Padova