Cefalea e stress lavoro-correlato: quasi un’infermiera su due colpita
La prevenzione dei disturbi da cefalea tra gli operatori sanitari resta una sfida aperta, non solo per i singoli lavoratori ma anche per le organizzazioni sanitarie. Un nuovo studio retrospettivo condotto nel Sud Italia riporta dati che meritano attenzione: quasi una infermiera su due, impiegata in ambito ospedaliero, ha sofferto di almeno un episodio di cefalea nell’arco di un anno.
La ricerca, realizzata analizzando i dati di sorveglianza sanitaria occupazionale, ha coinvolto 975 infermiere impiegate in un grande ospedale del Salento. L’obiettivo era duplice: stimare la prevalenza annuale delle cefalee primarie e comprendere il legame tra queste patologie e i principali fattori di rischio lavorativi.
I numeri: cefalea tensiva e emicrania in testa alla classifica
I risultati parlano chiaro. La prevalenza annuale di qualsiasi forma di cefalea è stata del 45,9%. La forma più frequente è risultata la cefalea di tipo tensivo (TTH), che ha interessato il 25,6% delle partecipanti, seguita dall’emicrania, riscontrata nel 17,5% dei casi.
Questi dati sono in linea con le stime globali sulla popolazione generale, che indicano i disturbi da cefalea come uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale. Nel corso della vita, fino al 90% delle persone sperimenta almeno un episodio di mal di testa, con un impatto particolarmente rilevante sulle donne sotto i 50 anni.
Età, anzianità e turni notturni: i fattori che contano
Lo studio non ha rilevato un’associazione diretta tra tipologia di turno (diurno o a rotazione) e forme specifiche di cefalea. Tuttavia, emergono collegamenti significativi con altri elementi organizzativi e individuali.
La cefalea tensiva è risultata più frequente nelle infermiere con:
-
età pari o superiore ai 40 anni;
-
anzianità di servizio di almeno 15 anni;
-
più di 5 turni notturni al mese.
A questi fattori si aggiunge un elemento chiave: l’elevato stress lavoro-correlato. Le infermiere classificate con un alto livello di stress occupazionale presentavano una probabilità significativamente maggiore di soffrire di cefalea tensiva.
Stress e mal di testa: un legame ormai evidente
Il ruolo dello stress psicologico come fattore scatenante della cefalea tensiva è ampiamente riconosciuto. Carichi di lavoro elevati, scarsa autonomia decisionale, conflitti di ruolo, clima lavorativo negativo e squilibrio tra sforzo e ricompensa sono tutti elementi che, nel tempo, possono tradursi in sintomi fisici persistenti.
Lo studio suggerisce che con l’avanzare dell’età aumenti anche la vulnerabilità allo stress, rendendo le infermiere più esperte paradossalmente più esposte al rischio di cefalea tensiva.
Disturbo da lavoro a turni: un nodo ancora da sciogliere
Un altro aspetto rilevante riguarda il disturbo da lavoro a turni (Shift Work Disorder, SWD), una condizione caratterizzata da insonnia o eccessiva sonnolenza legata ai ritmi lavorativi. Le infermiere che presentavano SWD mostravano una maggiore incidenza di cefalea tensiva.
Il rapporto tra disturbo del sonno e cefalea resta complesso e probabilmente bidirezionale: il mal di testa può peggiorare la qualità del sonno, ma anche la deprivazione e la frammentazione del sonno possono favorire l’insorgenza delle cefalee. Alcune ipotesi più recenti chiamano in causa alterazioni del metabolismo energetico cerebrale, comuni a entrambe le condizioni.
Prevenzione possibile, a due livelli
Il dato forse più importante emerso dallo studio è che molti dei fattori associati alla cefalea tensiva sono modificabili. Da un lato, a livello individuale, intervenire su igiene del sonno e gestione dello stress può ridurre il rischio. Dall’altro, a livello organizzativo, limitare il numero di turni notturni mensili e ridurre l’esposizione a stress elevato rappresenta una strategia concreta e realistica.
Gli autori suggeriscono, in particolare, di contenere i turni notturni entro un massimo di cinque al mese e di adottare misure strutturate per la prevenzione dello stress lavoro-correlato.
Limiti e prospettive future
Lo studio presenta alcuni limiti: il disegno retrospettivo non consente di stabilire rapporti di causa-effetto, i risultati sono riferiti a un contesto ospedaliero specifico e non è stato valutato il cronotipo individuale delle infermiere. Inoltre, non si può escludere il cosiddetto “effetto lavoratore sano”, per cui chi è più vulnerabile potrebbe aver abbandonato precocemente il lavoro notturno.
Nonostante ciò, i risultati rafforzano un messaggio chiave: la salute degli infermieri è strettamente legata all’organizzazione del lavoro.
Una questione di salute e di sistema
Ridurre la frequenza e la cronicizzazione delle cefalee non significa solo migliorare la qualità di vita delle infermiere, ma anche contenere i costi indiretti legati all’assenteismo e alla perdita di produttività. Investire in prevenzione, oggi, non è solo una scelta etica, ma una decisione strategica per la sostenibilità del sistema sanitario.
Il mal di testa, in corsia, non è un dettaglio. È un segnale. E come tale, va ascoltato.
da: d'Ettorre G, Baldassarre A. Occupational Risk for Headache Disorders in Female Registered Nurses. A Retrospective Study. Med Lav [Internet]. 2025 Dec. 16 [cited 2026 Feb. 6];116(6):17715.
di