Dimenticati dopo il COVID: da eroi a invisibili, la denuncia di una moglie
Quando l’emergenza finisce, restano le ferite. E chi le porta viene lasciato solo.
C’è un momento, dopo ogni emergenza, in cui il silenzio diventa più assordante del rumore che l’ha preceduta. È il momento in cui si spengono i riflettori, si archiviano le celebrazioni, si chiudono le pagine speciali. Ma le vite segnate restano.
A Infermieristicamente arrivano spesso lettere che non chiedono visibilità, ma giustizia. Quella che pubblichiamo oggi è una voce che rappresenta molte famiglie della sanità italiana: inermi, stanche, dimenticate".
Messina, 15/02/2026. Una famiglia spezzata da un virus contratto sul lavoro, una carriera interrotta, una battaglia infinita contro burocrazia e indifferenza.
La pandemia da COVID-19 è ufficialmente alle spalle, ma per chi ne porta i segni sulla pelle e nella vita quotidiana non è mai finita.
Gentile Redazione
Buon pomeriggio, vi scrivo da Messina. Sono la moglie di un ex infermiere che nel gennaio 2021 ha contratto il COVID-19 in forma gravissima mentre era in servizio.
Dopo quattro mesi di ricovero e un lungo calvario, è riuscito finalmente a tornare a casa. Tuttavia, a causa dei gravi postumi riportati – che ancora oggi condizionano pesantemente la sua vita – è stato posto in quiescenza.
L’infezione è stata riconosciuta come infortunio sul lavoro, ma solo dopo estenuanti battaglie burocratiche e accertamenti medici continui.
A nessuno sembra importare che la nostra vita sia cambiata radicalmente rispetto a prima, che la qualità di vita sia compromessa e che il futuro sia diventato improvvisamente incerto.
Abbiamo presentato istanza per il riconoscimento dello status di “vittima del dovere”, ma l’azienda presso cui lavorava mio marito si è rifiutata di inviarlo in CMO.
Siamo stati costretti a rivolgerci al tribunale. A oggi, dopo quasi tre anni dal deposito del ricorso, il giudice non si è ancora pronunciato nemmeno sulla visita medica. Nel frattempo perdiamo tempo, risorse economiche ed energie.
Ho voluto raccontare questa storia, seppur in modo sintetico, per evidenziare una realtà amara: una volta spenti i riflettori sul COVID-19, tutto è finito nel dimenticatoio.
Prima eravamo chiamati “eroi”, oggi siamo lasciati soli, senza tutele e senza risposte.
Si era parlato del riconoscimento degli operatori sanitari come vittime del dovere. È stato fatto davvero qualcosa in concreto?
O ci si limita a istituire giornate della memoria, mentre chi ha pagato il prezzo più alto continua a lottare nell’indifferenza generale?
Scusate lo sfogo. Se avete informazioni utili o potete aiutarci a capire come muoverci, ve ne sarei profondamente grata. Grazie.
"Una moglie arrabbiata, stanca e preoccupata per il futuro della famiglia e della qualità di vita".
Oltre la lettera: una questione collettiva
Questa testimonianza non riguarda solo una famiglia, ma migliaia di operatori sanitari che hanno contratto il COVID-19 in corsia, spesso senza adeguate protezioni, pagando un prezzo altissimo in termini di salute, carriera e dignità.
Il riconoscimento come vittime del dovere, ancora oggi, resta una promessa sospesa tra norme incerte, rimpalli istituzionali e contenziosi infiniti.
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