Farmaci che fanno perdere il 20 per cento del peso: rivoluzione o illusione?
L’obesità è ormai una delle principali emergenze sanitarie globali. Non più soltanto una questione estetica, ma una malattia cronica e progressiva che aumenta il rischio di diabete, patologie cardiovascolari, tumori e disturbi respiratori. Negli ultimi anni, però, la ricerca farmacologica ha introdotto una nuova generazione di terapie che promettono risultati mai visti prima nella gestione del peso corporeo.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2022 circa 2,5 miliardi di adulti nel mondo erano in sovrappeso, pari al 43% della popolazione adulta, e 890 milioni erano obesi. La prevalenza dell’obesità è più che raddoppiata dal 1990 a oggi. Ogni anno, inoltre, oltre 2,8 milioni di persone muoiono per cause legate all’eccesso di peso, confermando l’impatto sanitario di questa condizione.
Negli ultimi anni si è affermata una visione più ampia dell’obesità: non basta misurare il peso o l’indice di massa corporea (BMI). La diagnosi deve considerare anche gli effetti clinici dell’eccesso di grasso sull’organismo, dalle alterazioni metaboliche fino alle complicanze cardiovascolari.
Dal cambiamento dello stile di vita ai nuovi farmaci
Per decenni il trattamento dell’obesità si è basato soprattutto su dieta, attività fisica e modifiche dello stile di vita. Interventi fondamentali, ma spesso insufficienti nel lungo periodo. In media, questi approcci producono una perdita di peso compresa tra il 3 e il 5%, che tende spesso a essere recuperata nel tempo.
Anche i farmaci tradizionali – come metformina, orlistat o l’associazione naltrexone-bupropione – hanno mostrato effetti limitati, con riduzioni di peso generalmente inferiori al 5% dopo un anno di trattamento.
Il panorama terapeutico è cambiato con l’arrivo degli agonisti del recettore del GLP-1, una classe di farmaci sviluppata inizialmente per il diabete di tipo 2. Questi medicinali agiscono sul senso di fame e rallentano lo svuotamento gastrico, riducendo l’assunzione calorica.
Tra i più utilizzati c’è liraglutide, che negli studi clinici ha mostrato una perdita media di peso del 6% rispetto al 2% con placebo. In più della metà dei pazienti trattati la riduzione del peso supera il 5%. Il farmaco ha inoltre dimostrato effetti favorevoli sul rischio cardiovascolare nei pazienti diabetici.
Semaglutide: risultati più marcati
Un passo ulteriore è arrivato con semaglutide, anch’essa appartenente alla classe dei GLP-1 ma con un’azione più prolungata. In uno studio su quasi duemila persone con sovrappeso o obesità, la terapia associata a modifiche dello stile di vita ha portato a una riduzione media del peso del 14,9% in 68 settimane, contro il 2,4% del placebo.
I risultati sono particolarmente significativi:
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oltre l’86% dei pazienti ha perso almeno il 5% del peso corporeo;
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circa il 50% ha superato il 15% di riduzione.
Oltre all’effetto sul peso, semaglutide ha dimostrato di ridurre del 20% il rischio di eventi cardiovascolari maggiori – come infarto e ictus – in persone con obesità e malattia cardiovascolare preesistente.
Tirzepatide: la nuova frontiera
L’innovazione più recente è rappresentata da tirzepatide, una molecola che agisce contemporaneamente su due recettori metabolici: GIP e GLP-1. Questo doppio meccanismo migliora il controllo glicemico e riduce l’appetito.
Nel grande studio clinico SURMOUNT-1, la dose più alta del farmaco ha prodotto una riduzione media del peso del 20,9% in 72 settimane, risultati che si avvicinano a quelli ottenuti con la chirurgia bariatrica. Circa la metà dei partecipanti ha perso almeno il 20% del peso corporeo.
Tirzepatide ha mostrato benefici anche nella prevenzione del diabete e nel miglioramento di condizioni associate all’obesità, come l’apnea ostruttiva del sonno.
Benefici reali, ma anche criticità
Nonostante l’entusiasmo per queste terapie, restano alcuni aspetti da considerare. Uno dei principali riguarda la necessità di assumere i farmaci nel lungo periodo. Quando il trattamento viene interrotto, infatti, il peso tende a essere recuperato in misura proporzionale alla perdita ottenuta.
Un altro punto riguarda la composizione della perdita di peso. Gli studi indicano che una parte significativa del peso perso può essere costituita da massa magra, cioè muscolo. In alcuni casi la riduzione della massa magra rappresenta fino al 40-60% del peso totale perso, anche se in altri studi la quota è più contenuta.
Per questo motivo gli esperti raccomandano di accompagnare la terapia farmacologica con:
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un adeguato apporto proteico,
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attività fisica regolare,
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programmi nutrizionali mirati a preservare la massa muscolare.
Il problema è particolarmente rilevante nelle persone anziane, nelle quali la perdita di massa muscolare può favorire la sarcopenia.
Costi e uso improprio
Un ulteriore nodo riguarda l’accessibilità. In molti Paesi, Italia compresa, questi farmaci non sono rimborsati per il trattamento dell’obesità e hanno costi elevati. Questo può portare a interruzioni della terapia e quindi alla perdita dei benefici ottenuti.
Parallelamente si sta diffondendo un fenomeno opposto: l’uso improprio da parte di persone senza indicazione clinica, spesso spinte da motivazioni estetiche e dalla popolarità di questi farmaci sui social media e tra le celebrità.
Gli esperti sottolineano quindi la necessità di maggiore informazione e controllo, per evitare un utilizzo non appropriato e garantire che queste terapie siano impiegate sotto supervisione medica.
Una rivoluzione terapeutica ancora in evoluzione
L’arrivo dei nuovi farmaci anti-obesità rappresenta una svolta nella gestione di una malattia che colpisce centinaia di milioni di persone nel mondo. Per la prima volta, la perdita di peso ottenuta con la terapia farmacologica si avvicina ai risultati della chirurgia metabolica.
Allo stesso tempo, la sfida ora è integrare questi trattamenti in strategie di cura più ampie, che includano nutrizione, attività fisica, monitoraggio clinico e politiche sanitarie capaci di rendere le terapie accessibili e utilizzate in modo appropriato.
In altre parole, la rivoluzione farmacologica è iniziata. Ma la lotta all’obesità resta una questione complessa che richiede interventi clinici, sociali e culturali insieme.
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