Insultato in reparto dal medico: 'sei solo un infermiere'. Ma per il giudice non è reato
"Tu sei un caxxo di infermiere. Punto."
Il tribunale chiama il linguista di Ca' Foscari. E assolve la maggiore medico dell'Aeronautica
Una base dell'Aeronautica Militare in provincia della Capitale. Un aviere con una zecca conficcata nella gamba. Una discussione tra un medico e un infermiere su chi dovesse rimuoverla e quando. Sette parole lanciate davanti a tre testimoni. E alla fine, un linguista dell'Università Ca' Foscari di Venezia chiamato a spiegare a un tribunale militare se quelle parole fossero un insulto o una riaffermazione di ruolo.
Il fatto
Il 3 maggio 2024, (Riporta Clemente Pistilli di Repubblica) nell'infermeria di una base militare nell'hinterland romano, un aviere si presenta con una zecca conficcata nella gamba. Il maresciallo di seconda classe infermiere decide di procedere alla rimozione. La maggiore medico dell'Aeronautica, superiore gerarchica e unica titolata, nella catena di comando, a disporre le visite non è d'accordo. L'ordine era chiaro: attendere la visita medica prima di procedere a qualsiasi intervento.
Il maresciallo non aspetta. Nasce il diverbio. La maggiore, davanti a una tenente, un luogotenente e un altro maresciallo, lo affronta con queste parole: "il paziente va visitato quando lo dico io e quando sono libera. Hai capito? A meno che non c'è un'emergenza. Sono io il medico. Tu sei un cazzo di infermiere. Punto."
Il maresciallo risponde per le rime: dice alla tenente che la maggiore non vuole visitare l'aviere per ripicca nei suoi confronti, e alla stessa maggiore che ama circondarsi di persone che la adulano.
Entrambi finiscono a processo davanti al Tribunale militare di Roma. La maggiore con l'accusa di ingiuria ad inferiore; il maresciallo con le accuse di disobbedienza aggravata e insubordinazione con ingiuria aggravata e continuata. Entrambi vengono assolti.
Il linguista in aula
La difesa della maggiore, affidata all'avvocato Massimiliano Strampelli, imbocca una strada inusuale: porta in aula il professor Fabio Caon, linguista dell'Università Ca' Foscari di Venezia, con una consulenza tecnica sulla natura dell'espressione incriminata.
Le conclusioni del professor Caon sono nette. "L'enunciato si qualifica linguisticamente come un atto direttivo di riaffermazione gerarchica, in cui il termine volgare assolve a una funzione di intensificatore della distinzione di ruolo, necessaria per dirimere una controversia operativa sulla cura del paziente." E ancora: "l'espressione, analizzata nel suo contesto sintattico e situazionale, non presenta le caratteristiche tipiche dell'atto linguistico" offensivo in senso penale.
Il Tribunale accoglie la tesi. Secondo l'avvocato Strampelli, la sentenza "ha riconosciuto la legittimità, in determinati contesti operativi ed emotivi, che il superiore possa riaffermare energicamente e lecitamente la sua funzione di comando nei confronti del subordinato che esiti a ottemperare a un ordine. Non si tratta di legittimazione del turpiloquio."
Una sentenza per nulla banale
Il contesto cambia tutto e la storia della zecca lo dimostra perfettamente. Non è il caso di una maggiore che vaga per i corridoi della base sminuendo i propri sottoposti. È una discussione operativa, davanti a testimoni, su chi avesse l'autorità di intervenire su un paziente. La frase nasce in mezzo a un conflitto di competenze professionale e gerarchico, non dal nulla.
Eppure nel diritto penale militare italiano l'ingiuria è ancora un reato: l'art. 196 del Codice Penale Militare di Pace punisce il superiore che offende l'onore o il decoro di un inferiore con fino a quattro mesi di reclusione militare, norma che il legislatore civile ha invece eliminato nel 2016, lasciando alla vittima solo il risarcimento civile. La Cassazione è stata costante nel precisare che espressioni volgari rivolte da un superiore a un subordinato "riacquistano appieno il loro specifico significato spregiativo e penalmente rilevante" proprio per la posizione gerarchica di chi le pronuncia (sent. n. 37803/2016).
La difesa ha vinto aggirando questa logica dall'interno: non negando la volgarità, ma dimostrando che la funzione comunicativa della frase era altra. Il termine osceno, ha sostenuto il linguista, serviva a “intensificare la distinzione di ruolo” in un momento di crisi operativa, non a umiliare la persona. Il tribunale ha creduto a questa lettura.
Vale la pena notare un dato: anche il maresciallo è stato assolto, nonostante avesse apertamente accusato la maggiore di agire per ripicca e di circondarsi di adulatori. Questo suggerisce che il tribunale abbia letto l'intera vicenda come uno scontro acceso ma tutto sommato interno alla dialettica operativa di un reparto sanitario militare caotico, teso, ma non penalmente rilevante da nessuna delle due parti.
La frase e quello che porta con sé
"Tu sei un cazzo di infermiere. Punto." Non è un insulto qualsiasi. Contiene due livelli sovrapposti: uno personale, nella volgarità, e uno professionale, nell'equiparare il ruolo infermieristico a qualcosa di subalterno per definizione. La logica implicita è quella di una gerarchia non solo militare ma anche sanitaria: il medico decide, l'infermiere esegue, e nel momento in cui l'infermiere travalica questo confine, rimuovendo una zecca senza aspettare il via libera, va ricondotto al suo posto con un'affermazione di status.
Il problema è che quella logica è stata storicamente contestata dalla stessa evoluzione della professione infermieristica.
Laureati ma sottufficiali: il paradosso irrisolto
In Italia, l'infermiere civile è un professionista universitario con laurea triennale obbligatoria dal 1994, iscritto all'Ordine, dotato di piena autonomia e responsabilità professionale riconosciute dalla legge Gelli del 2017. L'infermiere militare, formato con lo stesso percorso, iscritto allo stesso Ordine, soggetto alle stesse responsabilità penali in caso di errore, porta i gradi di maresciallo. Sottufficiale, non ufficiale. Dipende gerarchicamente dall'ufficiale medico anche in materie di competenza squisitamente infermieristica.
In quasi tutti i Paesi NATO in cui la professione infermieristica è al massimo livello universitario, agli infermieri viene riconosciuto il grado di ufficiale. In Italia no e le norme che consentirebbero il transito nel ruolo ufficiali tecnicamente esistenti, non vengono applicate. Nel 2024, 264 infermieri militari hanno presentato ricorso al TAR denunciando questa discriminazione. Il Ministero della Difesa ha risposto negativamente nel 2023, con motivazioni che le associazioni di categoria hanno definito "del tutto inadeguate."
In questo contesto la frase della maggiore, pronunciata in mezzo a una lite operativa su chi avesse il diritto di togliere una zecca, suona doppiamente: come riaffermazione di autorità nel momento, certo, ma anche come eco di una struttura che da anni dice agli infermieri militari che il loro ruolo, pur laureato, pur ordinistico, pur autonomo, resta "sotto."
La sentenza sarebbe stata identica con un ufficiale infermiere?
Quasi certamente no. Se gli infermieri militari fossero inquadrati come ufficiali, come rivendicano i 264 ricorrenti e come avviene nella quasi totalità dei Paesi NATO, la disputa sulla zecca si sarebbe svolta tra due ufficiali. In quel caso la possibilità di leggere la frase come "riaffermazione gerarchica" verso un subordinato sarebbe stata molto più debole, e il margine del linguista per sostenere che mancasse l'atto offensivo si sarebbe ristretto notevolmente.
La battaglia per il riconoscimento del grado da ufficiale non riguarda solo la busta paga. Riguarda anche la tutela della dignità professionale dentro le caserme e come si vede, anche dentro le aule dei tribunali militari. Lo stesso insulto, con le stesse parole, nelle stesse circostanze, avrebbe avuto con ogni probabilità un esito processuale opposto.
Una sentenza che non chiude la questione
La maggiore dell'Aeronautica è stata assolta. Il maresciallo è stato assolto. Il procedimento penale è chiuso. L'aviere con la zecca ha presumibilmente ricevuto le cure necessarie.
Ma la storia che quella frase porta con sé, la storia di una categoria che si sente dire da anni, nelle forme più diverse, che il proprio ruolo vale meno di quello che dovrebbe, è tutt'altro che conclusa. I 264 ricorrenti al TAR aspettano ancora una risposta definitiva. Il Ministero della Difesa continua a rispondere che le norme non lo consentono. Nel frattempo, in quasi tutti i Paesi con cui l'Italia condivide l'Alleanza Atlantica, un infermiere militare con la laurea porta i gradi di ufficiale.
In Italia porta i gradi di maresciallo. E quando un superiore gli dice che è "solo" quello che è, un tribunale militare può decidere, con l'aiuto di un linguista di Ca' Foscari, che in fondo non è poi così grave.
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