Studentessa infermiera e video sul potassio: il caso riapre il dibattito sui social in sanità
Chissà quali fossero le reali intenzioni che hanno mosso la studentessa in infermieristica Sofia Colletti a realizzare e pubblicare su di un noto social il video in cui si riprende in divisa da studentessa di infermieristica, all’interno di un reparto dove probabilmente sta svolgendo tirocinio, intenta ad aspirare del potassio con il sottotitolo “io che aspiro il potassio (KCl) che vorrei tanto fare in bolo a quel/quella ca*****i ma la mia fedina penale poi ne risentirebbe”.
Sta di fatto che la cosa ha suscitato la reazione di un altro attore di questa vicenda che si avvale di un altro famoso social per la sua comunicazione, dapprima rispondendo con la stessa arma, ossia un video di denuncia, proseguita con una segnalazione alla Sapienza dove la ragazza studia, poi rendendo pubblica la risposta dell'università a lui indirizzata.
Analizziamo i fatti: il video incriminato
La studentessa di infermieristica realizza il video in un luogo che solo deduttivamente appare una corsia; non c’è un solo elemento nell’immagine che possa confermarlo. Potrebbe essere un’aula didattica e il fatto che abbia in mano una siringa e due fiale di quella che potrebbe essere anche solo acqua non è una prova. Tanto meno il capo di abbigliamento che indossa, che non ha alcun tratto distintivo di una casacca da infermiere (posto che una divisa nazionale gli infermieri non ce l’hanno). Il luogo del delitto, insomma, non è certo ma lasciamo correre: ammettiamo pure che sia quel che sembra, che effettivamente sia una corsia e che lei sia in pieno tirocinio.
Chi sarebbe la o il c*******i a cui si riferisce? Non è dato saperlo e, per quel che mi riguarda, potrebbe essere la sua compagna di banco o la sua coinquilina.
Quel che è certo è che la ragazza sa bene che il potassio (KCl) è un farmaco potenzialmente mortale e ne conosce bene gli effetti.
La sua ironia sta tutta in questo: la preparazione di una soluzione potenzialmente mortale col pensiero a chi si meriterebbe giammai la morte, ma un bello spavento almeno. Personalmente credo di averne preparate decine e tutte con qualche nome in mente, così come quando ho armeggiato con sonde destinate ai più bui orifizi (forza, condannatemi).
Analizziamo i fatti: il video di risposta
Il dott. Manuel Ruggiero, medico d'urgenza del 118, sindacalista, presidente e fondatore di "Nessuno Tocchi Ippocrate", l’associazione che si occupa della tutela, della denuncia e della sensibilizzazione riguardo alle aggressioni fisiche e verbali al personale sanitario, risponde denunciando la cosa usando altrettanto un social e lo strumento del video.
Il filmato comincia con un elenco di infermieri condannati per omicidio e prosegue chiedendosi come sia possibile che nel 2026 ci siano ancora persone che studiano infermieristica e si permettano di fare video come quello postato dalla studentessa. Ruggiero associa gli infermieri omicidi a una studentessa, e lo può fare sulla base di un video sul cui contesto ci sarebbe molto da eccepire, come abbiamo premesso.
E va bene, sia anche. Ma lo sdegno si allarga pure a chi ha provato a sdrammatizzare la cosa, sempre con l’uso di un social, invitato addirittura a chiudere. Il video prosegue poi col messaggio vero, ossia che, quand’anche si trattasse di ironia, questa non ha diritto di cittadinanza all’interno di ambienti ospedalieri o universitari, tanto meno con una divisa addosso.
Ancora prima, sempre usando il social, la pagina dell’associazione annunciava un’azione “SU TUTTE LE STRADE PERCORRIBILI AFFINCHÉ QUESTA DONNA NON METTA MANI SUI PAZIENTI”: una condanna all’espulsione senza se e senza ma.
Analizziamo i fatti: la risposta della Sapienza
Annunciando la cosa come l’ennesima “vittoria di Nessuno Tocchi Ippocrate”, perché “anche questo significa prevenire le aggressioni”, tornando quindi sul filone criminalesco del giudizio e riproponendo l’associazione studentessa – infermieri omicidi – prevenzione, il dott. Ruggiero rende pubblica la lettera della Sapienza, a lui personalmente inviata, nella quale si dà conto delle verifiche sull’accaduto e della volontà di adottare gli eventuali provvedimenti del caso.
Questi i fatti dal racconto dei quali tralasciamo le decine di commenti conseguiti a questo bello spettacolo, social ovviamente.
Calmi, calmi. Conosco già la critica rispetto al fatto che la gravità della cosa sia evidente, ma invito tutti a non fermarsi al giudizio conseguente al primo impatto. No, fermatevi e provate un attimo ad andare oltre.
Io non ho potuto contattare la ragazza e intervistarla per avere la sua versione e sono quindi sempre fermo all’analisi dei fatti che vi ho proposto. Certo, se fosse confermato che quelle sono una corsia e una divisa, non esiterei a una reprimenda, già severa prima ancora dell’analisi della vicenda, per il solo fatto di aver tirato fuori il telefono dalla tasca ed averne acceso la telecamera. Lo sanno bene le studentesse che ho redarguito ogni volta che la corsia diventava un set per selfie.
Non sto giustificando l’accaduto, sto provando a fare l’avvocato del diavolo dell’una e dell’altra parte.
E riguardo l’altra parte, lo avrete notato, ho sottolineato che il dott. Ruggiero ha usato lo stesso identico strumento usato dalla ventenne (all’incirca) studentessa: il social. Sa bene egli che la sua missione moralizzatrice non avrebbe nessuna visibilità se non ricorresse alla potenza mediatica dei social e personalmente in questo ci vedo dell’ipocrisia (non si offenda nessuno se scrivendo Ippocrate il correttore mi ha suggerito proprio la parola ipocrita).
E tanta altra ne ravvedo nel rendere pubblica la lettera privata della Sapienza, che forse non aveva nessuna intenzione di finire nel tritacarne dei social che la questione ha messo in moto; un modo per rendere la sua opera ulteriormente manifesta e col carico di briscola di una istituzione prestigiosa. Lo ritengo squallido, al netto delle buone intenzioni che condivido, perché la questione, se accertata nell’ipotesi della premessa, andrà a colpire anche altri soggetti e non farà altro che dare una bella rimestolata al catino maleodorante di cui si nutre. Francamente, da chi professa sensibilizzazione contro la violenza ai sanitari, mi sarei aspettato più cura.
Come possiamo noi adulti pensare di puntare il dito impunemente sempre e comunque? Siamo davvero sicuri di poterci ergere a moralizzatori solitari in una società che ha accettato di mettere il telefonino in mano ai propri figli prima ancora che questi vengano al mondo?
Come possiamo condannarli dei loro comportamenti quando ancora nessuno è riuscito in trent’anni a stare dietro al fenomeno social, senza neanche decidere di prendere contromisure, abdicando al ruolo educativo della scuola e della famiglia?
Nel degrado morale ed etico devastante nel quale siamo immersi siamo davvero convinti, per di più usando gli stessi strumenti che definiamo squalificanti, di poter essere credibili nel lanciare messaggi di buone maniere, etica, deontologia e chi più ne ha più ne metta?
Certo che non ci si deve arrendere, per carità. Guai a rinunciare anche a quella che ormai è diventata una resistenza, ma attenzione a farlo con gli stessi strumenti, senza comprendere che sono state proprio le mancanze di regole nel loro uso a portarci a certi livelli di pornografia sociale.
Una ragazza di vent’anni venuta al mondo col telefonino in mano, mentre padre e madre la riprendevano al primo vagito, può avere gli stessi strumenti di giudizio, la stessa cura nella valutazione di noi vecchi dinosauri che l’era social ce la siamo vista arrivare in faccia come un treno, ammesso che davvero questa consapevolezza l’abbiamo maturata?
Questo è il passo successivo che si deve fare prima di dire chi ha torto e chi ha ragione perché, in questa vicenda, a mio parere, hanno sbagliato tutti.
La studentessa, in primis, che al netto delle colpe della società e, siamo certi, non essendole comunque mancati tanti buoni esempi, non è riuscita a rendersi conto della gravità del gesto (l’uso del social), del messaggio e della enorme facilità con cui sarebbe stata fraintesa qualsiasi intenzione. La professione infermieristica ha bisogno di credibilità se vuole arrivare ai risultati che si è prefissata e queste vicende distruggono in un attimo tutto il lavoro che con fatica si cerca di portare avanti.
Ma più di tutti ha sbagliato chi intendeva educare e ha messo in piazza la sua opera anziché agire in privato e darne poi conto a vicenda chiusa. Trasformare un caso individuale in spettacolo mediatico non rischia di essere controproducente e sproporzionato, specie prima che ci sia un accertamento?
Perché fare i moralizzatori davanti alle telecamere e finire come un Adinolfi qualsiasi è un attimo.
Non si offenda il dott. Ruggiero per queste parole: non sono rivolte a lui ma a tutti noi, convinti di avere la coscienza pulita, colpevoli invece di un peccato originale che fa nascere i nostri figli in una società degradata, per assolverci dal quale non basterà un video su TikTok.
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