Infermieri, da Tonga all'Italia gli stessi problemi: turni massacranti e poco riconoscimento
Nelle mie scorribande alla ricerca di notizie interessanti da proporre al nostro pubblico, vittima al momento di un problema che ho paura, rischia di interrompere la mia carriera ed avendo quindi maturato una certa sensibilità al tema, mi sono imbattuto in una di quelle ricerche che certamente non ti aspetti. Eh si perché se vi dico Tonga, immagino che oltre a mettere in moto il mappamondo che avete in testa per ricordarvi dove sia, sicuramente il cervello realizzerà più rapidamente un associazione del tipo: caldo, spiaggia, luogo esotico, ferie. E invece, chi l’avrebbe mai detto che anche in quel regno, minuscolo arcipelago dell’Oceania tra la Nuova Zelanda e le Hawaii che conta poco meno di 104.000 abitanti ma ben 4 ospedali pubblici, tutto potremmo immaginarci fuorché una comunità di infermieri con problemi identici ai nostri?
Ed ecco qua uno studio condotto in uno degli ospedali pubblici che ci parla del burnout delle sue infermiere e delle cause del tutto o quasi identiche a quelle del nostro disgraziato Sistema Sanitario Nazionale.
Il burnout degli infermieri a Tonga: cosa raccontano le voci dell'ospedale di Vaiola
Il burnout tra il personale sanitario è ormai un tema consolidato nella letteratura internazionale. Descritto attraverso tre dimensioni, cioè esaurimento emotivo, spersonalizzazione e ridotta realizzazione personale, e misurato per lo più con il Maslach Burnout Inventory, è oggi riconosciuto dall'ICD-11 come fenomeno occupazionale. Le conseguenze sono note: peggiora la qualità delle cure, aumenta i rischi per la sicurezza dei pazienti, riduce la soddisfazione lavorativa e alimenta un alto ricambio del personale, con costi rilevanti per i sistemi sanitari. Le stime di prevalenza variano molto, da circa l'11% in una meta-analisi su campioni ampi fino a valori molto più alti in Africa subsahariana e durante la pandemia da COVID-19 il burnout infermieristico globale avrebbe raggiunto circa il 59%.
Mancava però un tassello: le isole del Pacifico, dove la ricerca è scarsa. Uno studio qualitativo pubblicato su Nursing Forum nel 2026 colma questa lacuna per il Regno di Tonga, interrogando le infermiere dell'ospedale di Vaiola, l'unico ospedale divisionale del Paese. L'obiettivo era capire come le infermiere stesse percepiscono e vivono i fattori che contribuiscono al burnout, un aspetto che i questionari quantitativi difficilmente riescono a cogliere nella sua complessità culturale e organizzativa.
Il metodo della ricerca e il campione
Dal punto di vista metodologico, i ricercatori hanno adottato un quadro fenomenologico con analisi tematica manuale, guidata da un approccio deduttivo ispirato alla teoria del burnout di Maslach. Hanno usato un campionamento volontario e condotto interviste semistrutturate faccia a faccia, della durata di 30-45 minuti, tra agosto e ottobre 2020. Hanno partecipato 25 professioniste: 23 infermiere registrate, un'ostetrica e una caposala, provenienti da reparti diversi come chirurgia, pediatria, pronto soccorso, sala operatoria e ambulatori.
Il campione è giovane e prevalentemente femminile: l'80% ha tra i 26 e i 35 anni, l'84% sono donne e il 60% è single. Quasi la metà lavora di notte e un quinto dichiara l'intenzione di lasciare la professione entro dodici mesi, un dato che dà concretezza al rischio di perdita di personale.
Risultati
Dalle interviste emergono tre grandi temi. Il primo è il sovraccarico di lavoro, che tutte le partecipanti hanno indicato come fattore centrale. Ha tre componenti. La carenza di personale costringe le infermiere a coprire le assenze delle colleghe, raddoppiando di fatto le proprie mansioni, comprese attività amministrative e logistiche, con un senso di stanchezza fisica e mentale e di demotivazione. La carenza di risorse materiali, come antisettico per le mani o asciugamani di carta, mette a rischio la sicurezza dei pazienti e delle stesse infermiere e genera rabbia e frustrazione. Una partecipante ha raccontato anche l'umiliazione di vedere pubblicate sui social foto dell'improvvisazione nei reparti sovraffollati. Il terzo elemento sono i turni, fino a dodici ore e spesso doppi, con pochi giorni di riposo, che compromettono la qualità dell'assistenza e l'equilibrio tra lavoro e vita privata, fino a creare tensioni familiari.
Il secondo tema è la mancanza di ricompense e riconoscimento. Le infermiere lamentano insoddisfazione per le motivazioni estrinseche, a partire dagli straordinari compensati con giorni di riposo anziché con denaro, in un contesto in cui la situazione economica familiare è una preoccupazione reale. Manca poi il riconoscimento sociale: un infermiere ha descritto il desiderio di un semplice "grazie" o di una pacca sulla spalla dalla propria responsabile. Emergono anche difficoltà legate al genere, per esempio i pazienti, soprattutto le giovani madri, faticano ad accettare l'assistenza degli infermieri uomini nei reparti femminili. Infine c'è la carenza di riconoscimento intrinseco: alcune partecipanti sentono che i superiori non sostengono il loro avanzamento di carriera e di studio, anche a causa di una cultura che dà la precedenza all'anzianità.
Il terzo tema riguarda le valutazioni ingiuste da parte dei responsabili. Le partecipanti segnalano disuguaglianze nella distribuzione del carico di lavoro, con tensioni generazionali: alcune infermiere anziane criticano le più giovani perché passano troppo tempo al computer o al telefono, mentre altre sentono che il lavoro maggiore ricade su chi è più esperto senza adeguato riconoscimento. Pesano poi la percezione di parzialità e favoritismo nelle valutazioni annuali e nelle promozioni, e soprattutto le scarse competenze di leadership e gestione, indicate da oltre la metà delle intervistate. Si chiede una leadership più ispiratrice e trasformativa, la disponibilità di un consulente per la salute mentale del personale e una formazione più strutturata per chi guida i reparti. Non mancano però esperienze positive: una partecipante descrive la sua responsabile come una figura materna che sostiene l'autostima del gruppo, a dimostrazione di quanto il rapporto con chi dirige possa fare la differenza.
Lo studio presenta alcuni limiti dichiarati. È circoscritto a un solo ospedale e a sole infermiere, quindi i risultati non sono generalizzabili ad altre strutture di Tonga né ad altre figure sanitarie come medici, farmacisti o tecnici. Rileva che i dati sono stati raccolti nel 2020, in pieno periodo pandemico e la codifica è stata condotta principalmente da una sola ricercatrice, elementi che vale la pena tenere presenti nell'interpretazione.
Al di la dei limiti della ricerca la conclusione è chiara: per prevenire il burnout e trattenere il personale e serve intervenire sulla leadership e sulla gestione, rafforzando la capacità dei responsabili di motivare, riconoscere e coinvolgere il personale, oltre a ridurre il sovraccarico con più organico, più risorse e turni più sostenibili. In una piccola nazione insulare come Tonga, dove il capitale umano sanitario è prezioso e difficile da rimpiazzare, prendersi cura di chi cura appare non solo una questione di benessere individuale, ma una condizione per la sostenibilità dell'intero sistema.
E se questa lezione vale per Tonga è dimostrato ancora di più che la questione infermieristica non riguarda solo le patrie gale.., scusate volevo dire ospedali, ma assume connotati comuni in tutto il mondo che dimostrano al contempo la necessità strategica di ripensare radicalmente al valore di questa professione e di chi la esercita
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