Infermieri, il rapporto Istat BES 2026 fotografa il divario: al Sud quasi la metà del personale
La salute degli italiani migliora per longevità e autonomia, ma il Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile in Italia, edizione 2026, mostra un Paese ancora segnato da forti disuguaglianze territoriali, sociali e di genere. Nel dominio salute, l’Istat fotografa un 2025 in cui la speranza di vita raggiunge un nuovo massimo storico, mentre restano critici gli stili di vita rischiosi e il divario Nord-Sud.
Nel 2025 la speranza di vita alla nascita sale a 83,7 anni, con 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne. L’Italia si colloca tra i Paesi più longevi dell’Unione europea, sopra la media Ue. Migliora anche la qualità della vita: gli anni attesi in buona salute tornano a crescere, arrivando a 59,1, mentre a 65 anni si prevede di vivere 10,8 anni senza limitazioni nelle attività quotidiane.
Il quadro resta però disomogeneo. Le donne vivono più a lungo degli uomini, ma hanno meno anni di vita in buona salute. Il Mezzogiorno registra una speranza di vita inferiore a quella del Nord e del Centro, con scarti ancora più ampi nell’aspettativa di vita sana: a Bolzano si arriva a 67,9 anni, mentre in Calabria si ferma a 52,6.
La salute mentale resta stabile nel complesso, ma peggiora tra i giovani e i giovani adulti, mentre migliora nelle fasce più mature. Le donne dichiarano condizioni psicologiche meno buone degli uomini. Anche il titolo di studio incide sul benessere psicologico, con un rapporto meno lineare del passato: tra i 25 e i 44 anni sono ora le persone più istruite a mostrare le condizioni peggiori.
L’invecchiamento della popolazione rende centrale la fragilità degli anziani. Quasi la metà degli ultra75enni convive con almeno tre patologie croniche o con gravi limitazioni durature. La quota è più alta tra le donne, nelle età più avanzate e nel Mezzogiorno, anche se rispetto al 2014 migliora complessivamente.
La mortalità evitabile torna sui livelli precedenti alla pandemia e scende a 16 decessi ogni 10 mila residenti nel 2023, contro 18,2 nel 2014. Il miglioramento riguarda soprattutto le cause prevenibili, legate a stili di vita e fattori di rischio. Gli uomini restano più esposti delle donne e il Mezzogiorno presenta tassi più elevati. Diminuiscono anche la mortalità per tumori tra gli adulti e quella infantile, mentre aumentano nel lungo periodo i decessi per demenze e malattie del sistema nervoso tra gli over 65.
Gli stili di vita mostrano progressi e criticità. La sedentarietà cala in modo netto, soprattutto nel Mezzogiorno, ma cresce il divario per istruzione: tra i laureati la quota di sedentari è molto più bassa che tra chi ha un titolo di studio inferiore. L’eccesso di peso resta stabile e coinvolge quasi la metà degli adulti, mentre aumenta l’obesità. Solo una minoranza consuma almeno quattro porzioni quotidiane di frutta o verdura, con valori più bassi nel Sud.
Il fumo resta stabile, ma cresce tra le donne e si riduce il divario di genere. Si diffondono anche sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato, soprattutto tra i giovani adulti. Il consumo di alcol a rischio non diminuisce e coinvolge il 15,8% delle persone di almeno 14 anni, con modalità diverse tra giovani e anziani: eccessi occasionali nei primi, consumo quotidiano eccessivo nei secondi.
Un elemento decisivo per comprendere le disuguaglianze sanitarie italiane è la disponibilità di personale infermieristico. Nel 2024 il Paese conta circa 430 mila infermieri e ostetriche attivi, pari a 7,3 ogni mille residenti. Il valore nazionale, però, copre situazioni regionali molto distanti: nel 2023 la dotazione varia da 9,6 infermieri e ostetriche per mille abitanti nella Provincia autonoma di Bolzano a 5,4 in Campania, 5,5 in Calabria e 5,6 in Sicilia.
La differenza non è marginale. Bolzano dispone di quasi il doppio del personale infermieristico e ostetrico per abitante rispetto a Campania, Calabria e Sicilia. Questo squilibrio è particolarmente rilevante in un contesto in cui il Mezzogiorno presenta già una speranza di vita in buona salute più bassa, tassi maggiori di multicronicità tra gli anziani e una mortalità evitabile superiore alla media nazionale. Una minore presenza di infermieri può infatti ridurre la capacità del territorio di garantire cure domiciliari, prevenzione, assistenza cronica e presa in carico delle persone fragili.
Il dato complessivo italiano appare inoltre stabile negli ultimi anni: la dotazione di infermieri e ostetriche passa da 7,2 a 7,3 per mille residenti tra il 2023 e il 2024. La stabilità, tuttavia, non equivale a adeguatezza. Il Rapporto Bes 2026 segnala che l’offerta resta insufficiente rispetto alle stime di fabbisogno elaborate dal Ministero della Salute, e la carenza rischia di pesare soprattutto dove la domanda di assistenza è più alta e le risorse territoriali più deboli.
Il divario regionale riflette dunque una doppia fragilità. Da un lato, le regioni meridionali hanno meno personale per abitante; dall’altro, registrano condizioni di salute complessivamente meno favorevoli. In Campania, per esempio, alla dotazione più bassa di infermieri e ostetriche si associano una speranza di vita di 82,1 anni, una mortalità evitabile di 20,6 decessi ogni 10 mila residenti e una quota di ultra75enni con pluripatologie o gravi limitazioni pari al 57,6%. In Calabria e Sicilia la situazione è simile: meno personale e indicatori di salute più critici.
Questi elementi suggeriscono che il rafforzamento del personale infermieristico non sia soltanto una questione di organici ospedalieri, ma una condizione per ridurre il divario territoriale nella qualità dell’assistenza. Senza un investimento mirato nelle aree con dotazioni più basse, il miglioramento della longevità rischia di non tradursi in un pari miglioramento della salute percepita, dell’autonomia e dell’accesso effettivo alle cure
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