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L'Italia e il paradosso della preparazione pandemica: sei anni dopo, ancora in attesa

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 17/02/2026

Governo

Ce lo chiedevamo proprio qualche giorno fa in questo articolo: che fine ha fatto il piano pandemico italiano la cui bozza è pronta da febbraio 2025?

La risposta è uno spaccato esatto di cosa sia l’Italia oggi.

 

Il Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF) ha bloccato l'iter del Piano Pandemico 2025-2029 (precedentemente indicato come 2024-2028), sollevando dubbi principalmente sulla sostenibilità economica e sulla precisione della copertura finanziaria.

I rilievi principali mossi dal MEF riguardano:

Stima dei costi incompleta: il Ministero ha evidenziato la mancanza di una quantificazione dettagliata e aggiornata degli oneri necessari per l'attuazione delle misure previste.

Chiarimenti sulle risorse: viene richiesta maggiore precisione sulla provenienza dei fondi, specialmente in relazione alle richieste delle Regioni, che avevano già espresso preoccupazione per l'assenza di finanziamenti specifici (stimati inizialmente in circa 300-500 milioni di euro).

Definizione degli oneri: il MEF richiede di specificare meglio quali spese siano a carico dello Stato e quali a carico dei bilanci regionali, per evitare squilibri nella finanza pubblica.

Programmazione pluriennale: i rilievi si inseriscono nel contesto della verifica di coerenza con il Piano Strutturale di Bilancio 2025-2029 presentato dal Governo, che impone vincoli stretti sulla spesa primaria netta.

Questi freni burocratici si aggiungono alle tensioni politiche sulla natura delle misure (come l'uso dei vaccini o eventuali restrizioni) e alle critiche delle Regioni sulla fattibilità operativa senza nuovi stanziamenti dedicati, che hanno il piano tra le mani da agosto.


Sei anni fa il mondo si fermava di fronte a una pandemia che nessuno era davvero pronto ad affrontare. Oggi, mentre l'Organizzazione Mondiale della Sanità avverte che siamo "più preparati ma non abbastanza", l'Italia offre l'esempio più eloquente di questa contraddizione: un piano pandemico nazionale ancora bloccato, un'astensione all'Accordo Pandemico Globale, e una preparazione che resta sospesa tra buone intenzioni e scontri istituzionali.


Il nuovo Piano Pandemico 2025-2029, atteso da oltre un anno e mezzo, doveva rappresentare un cambio di paradigma rispetto al passato, con finanziamenti concreti di 1,1 miliardi di euro in cinque anni Ministero della Salute. Ma la bozza inviata dal Ministero della Salute alle Regioni lo scorso febbraio è stata respinta senza appello dalla Commissione Salute. Le critiche? Il piano è "ridondante", "di difficile consultazione" e manca di una catena di comando chiara. Le Regioni hanno chiesto stralci, revisioni, maggiori dettagli sui finanziamenti per il personale dedicato alla preparazione pandemica.
Il Ministero, attraverso Maria Rosaria Campitiello, ha risposto aprendo al confronto, ma i tempi si allungano. E mentre Roma e le Regioni discutono di ridondanze e catene di comando, il mondo va avanti.

Nel maggio 2025, 124 Paesi hanno adottato l'Accordo Pandemico Globale dell'OMS Consilium, uno strumento che punta a coordinare la risposta internazionale alle future emergenze sanitarie. L'Italia, insieme ad altri dieci Paesi tra cui Russia, Iran e Polonia, si è astenuta, citando la necessità di tutelare la sovranità nazionale Univadis.
La contraddizione è stridente. Il Paese che durante il COVID-19 ha pagato uno dei prezzi più alti in termini di vite umane, che era stato tra i promotori dell'iniziativa, ora si chiama fuori. E nel frattempo il suo piano pandemico nazionale — quello strumento che dovrebbe garantire proprio quella sovranità decisionale tanto invocata — resta parcheggiato in attesa di un accordo tra livelli di governo.


L'OMS ha riconosciuto progressi significativi nella preparazione globale, dall'Accordo Pandemico ai nuovi strumenti di sorveglianza, ma ha anche avvertito che questi risultati sono fragili. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus è stato esplicito: il mondo è meglio preparato di sei anni fa, ma ancora oggi sarebbe impreparato ad affrontare una nuova minaccia. I finanziamenti alla sanità diminuiscono, le disuguaglianze persistono, la volontà politica vacilla.
In questo contesto globale, il ritardo italiano appare ancora più problematico.

Il nuovo piano presenterebbe novità importanti: esclusione dell'uso di DPCM per limitare le libertà, comunicazione istituzionale trasparente ed equilibrata, consenso informato per ogni atto medico Sanita33. Tutto corretto sulla carta, ma inattuabile senza un'approvazione definitiva.
La Società Italiana di Igiene ha espresso perplessità per l'astensione italiana all'Accordo Pandemico, considerando anche il ritardo nell'aggiornamento del Piano Pandemico Nazionale bloccato dalla bocciatura delle Regioni. Il rischio è quello di trovarsi in una terra di mezzo: fuori dalle dinamiche di coordinamento internazionale per tutelare la sovranità, ma senza gli strumenti nazionali per esercitarla efficacemente.
Come abbiamo scritto, è inutile disporre dei migliori piani pandemici nazionali se non si è in grado di impedire che le infezioni siano sotto controllo anche intorno ai propri confini. Il COVID ha dimostrato che nessun Paese è un'isola. E che la vera arma di difesa di massa è la prevenzione, non l'isolamento.


Mentre il MEF esamina i dettagli finanziari del piano e le Regioni chiedono revisioni, il tempo passa e le pandemie non aspettano i tempi della burocrazia. La prossima "Malattia X" potrebbe emergere domani, e l'Italia rischierebbe di trovarsi esattamente dove si trovava sei anni fa: con tanta esperienza alle spalle, ma senza un piano operativo davanti.


La lezione del COVID è stata durissima ma sembra che il bel paese non abbia imparato nulla.