L’Uzbekistan sta diventando per i governanti italiani quel che è stato il Far West per i cacciatori
L’Uzbekistan sta diventando per i governanti italiani quel che è stato il Far West per i cacciatori d’oro: gli uni a scovar pepite, gli altri in caccia di infermieri. Io ho provato a capirci qualcosa ma quel che ho trovato è davvero poco per giustificare questa corsa all’oro, ops, all’infermiere uzbeko.
Parrebbe infatti che ve ne siano molti ma che come in Italia, non siano sufficienti ai bisogni reali; parrebbe che guadagnino molto poco e che rispetto al costo della vita ne escano quasi in pari, né più né meno di quel che succede in Italia; sembrerebbe che la seconda lingua sia il russo e l’inglese sia un fenomeno di nicchia, più o meno come in Italia; le possibilità di carriera sarebbero inesistenti, esattamente come in Italia.
E allora perché mai, perché mai un infermiere uzbeko dovrebbe abbandonare la sua terra e trasferirsi in Italia se non per nomea di Bel Paese che ancora resiste, forse ultimo baluardo di attrattività che ancora non ci siamo giocati?
A questo sito è possibile leggere come la notizia veniva data dagli organi di stampa uzbechi ad agosto dell’anno scorso (col traduttore è facile) per capire forse il perché e a me ha fatto davvero molta impressione. E possiamo capire che agli italiani, con la passione per il Curling che aumenta, possa piacere il Canada con la sua offerta di reclutamento di cui abbiamo parlato, ben consci che ovunque in occidente tranne che in Italia, la carriera è definita, riconosciuta e con essa prestigio e retribuzione.
Fatto sta che una delegazione di regione Piemonte è in missione nella capitale uzbeka per costruire percorsi formativi strutturati. Il modello ricalca quello già avviato dalla Lombardia, che prevede l'arrivo di 210 professionisti entro il 2026.
Il Piemonte si muove sul piano internazionale per affrontare la carenza di personale sanitario. In queste ore una delegazione regionale composta dall'Assessorato alla Sanità, dall'Ordine delle professioni infermieristiche e dall'Università del Piemonte Orientale, è impegnata a Tashkent nell'ambito del Business Forum Italia–Asia Centrale, la grande missione economico diplomatica organizzata dal ministero dell'Agricoltura e dall'Agenzia ICE con la partecipazione di Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Azerbaigian. L'obiettivo della visita è tradurre in accordi concreti i contatti già avviati durante un precedente incontro tenutosi a Roma.
Il problema che spinge questa iniziativa è noto e drammatico: in Piemonte mancano circa 6.000 infermieri, una crisi determinata principalmente dall'elevato numero di pensionamenti e da un ricambio che le attuali facoltà universitarie italiane faticano a garantire.
La strategia scelta non punta al semplice reclutamento di manodopera, ma a qualcosa di più strutturato. L'attenzione si sposta sull'Uzbekistan seguendo un modello già sperimentato in ambito agricolo dal governo italiano. La strategia non punta a reclutare manodopera a basso costo, ma a costruire percorsi universitari strutturati, con formazione clinica e linguistica sotto la supervisione dell'Ordine delle professioni infermieristiche. A facilitare la cooperazione c'è anche il fatto che nella capitale uzbeka è già presente una sede del Politecnico e non mancano relazioni accademiche consolidate.
I protagonisti dell'iniziativa sono espliciti nel fissare aspettative realistiche. “Non ci saranno grandi numeri nell'immediato” spiegano Luca Ragazzoni, delegato agli affari internazionali dell'Università del Piemonte Orientale, Ivan Bufalo, presidente dell'Ordine delle professioni infermieristiche di Torino, e Federico Riboldi, assessore regionale alla Sanità.
Il Piemonte si muove dunque sulle orme della Lombardia, che ha già avviato un percorso analogo. Il progetto lombardo si chiama "Inferm-East" ed è il risultato di un accordo di cooperazione tra Lombardia e Uzbekistan in diversi settori: oltre alla sanità, anche l'economia, la ricerca, la cultura e il turismo. A novembre sono iniziati i corsi di italiano per 150 infermieri a Tashkent e per altri 60 a Samarcanda, per un totale di 210 professionisti che dovrebbero essere trasferiti in Lombardia nei primi mesi del 2026.
L'assessore al Welfare lombardo Guido Bertolaso ha definito il progetto “un modello di cooperazione internazionale che unisce formazione, competenze e solidarietà”, aggiungendo che l'obiettivo è costruire scambi stabili capaci di valorizzare le esperienze di crescita anche nei Paesi partner.
Non mancano tuttavia le voci critiche.
Le voci critiche più nette arrivano dal Nursind. Il sindacato bollava già la strategia lombarda come una mera "soluzione tampone" o uno "specchietto per le allodole", incapace di affrontare le radici profonde del problema, una carenza denunciata ben prima della pandemia di Covid-19.
Donato Cosi, coordinatore regionale di Nursind Lombardia, mette in fila i numeri: “in Lombardia mancano circa 10.000 infermieri: che cosa potranno mai fare 150 infermieri che arrivano da Samarcanda?”. E il dubbio si estende anche alla capacità di trattenere i nuovi arrivati una volta formati che potrebbero preferire andar via: “se lo fanno gli infermieri italiani, perché non dovrebbero farlo quelli che prossimamente arriveranno dall'Uzbekistan? Anche loro si troveranno ad affrontare le stesse difficoltà quotidiane dei colleghi italiani”. Sul fronte piemontese, Francesco Coppolella, segretario regionale di Nursind Piemonte, inquadra il problema in termini strutturali: “stiamo andando verso una situazione insostenibile, con più medici pronti a prescrivere cure che infermieri disponibili per somministrarle.
Quando viene meno l'assistenza continua, viene meno anche la sicurezza del paziente”. Il sindacato avanza quindi una proposta precisa: l'istituzione di un organismo regionale permanente per il governo della carenza infermieristica, dotato di poteri reali e capacità decisionale, capace di superare la logica dell'emergenza. La ricetta rimane quella di sempre: migliorare in modo sostanziale le condizioni lavorative e l'inquadramento economico degli infermieri, creando un ambiente di lavoro sostenibile, gratificante e adeguatamente retribuito.
Considerato che le stime sulla carenza mondiale parlano di qualche milione di professionisti infermieri che verranno a mancare Entro il 2030, e che la sola regione europea dell'OMS potrebbe registrare una carenza di quasi 1 milione di infermieri e che La FNOPI stima una carenza di circa 65.000 unità, aggravata dal fatto che tra il 2023 e il 2033 circa 110.000 infermieri andranno in pensione, più che attuare piani di reclutamento esteri bisognerebbe con forza concentrarsi su una pianificazione che impieghi ogni sforzo e risorsa nel creare condizioni di lavoro e stipendi compatibili con un ruolo che solo così potrebbe tornare ad essere attrattivo.
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