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Stress cronico e carenza di personale: la voce degli infermieri sul lavoro usurante

Vincenzo Rauccidi
Vincenzo Raucci
Pubblicato il: 08/06/2026

Cronache sanitarieProfessione e lavoroPunto di Vista

Ricevo un intervento della collega Cristina Gattel, infermiera dell’Azienda Sanitaria Friuli Occidentale (ASFO) di Pordenone in servizio nell’Unità di Terapia Intensiva Cardiologica (UTIC). In passato ha lavorato anche al Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano e oggi esercita anche la funzione di Tutor Clinico per gli studenti di Laurea Infermieristica del terzo anno. Appassionata di arte, pittura e teatro.

Volentieri pubblichiamo.

 

La notizia dell’emendamento presentato alla Camera per estendere il riconoscimento del lavoro usurante a infermieri, OSS, ostetriche e tecnici sanitari accende finalmente un faro su una realtà troppo a lungo ignorata. Forse, dopo una vita passata in corsia, si inizia a parlare ad alta voce di ciò che viviamo ogni giorno.

Per troppo tempo le nostre voci sono state silenziate. Chi avrebbe dovuto occuparsene ha spesso preferito nascondere la polvere sotto il tappeto, fingendo che il problema non esistesse.

Eppure la realtà è lì, evidente nei corridoi degli ospedali: esistono il burnout, le sindromi depressive, l’esaurimento psicofisico. Esistono colleghi che non ce la fanno più, e si arriva persino ai suicidi. Di tutto questo, però, si parla ancora troppo poco.

Noi questa pressione la sentiamo, la viviamo e la respiriamo ogni giorno.

La risposta istituzionale e manageriale si è spesso ridotta a un mantra ripetuto fino allo sfinimento: “Tenete duro”, “aspettate che passi”, “stringete i denti ancora un po’”. Ma stringere i denti non può bastare all'infinito.

Al logorio di turni che stravolgono il ritmo sonno-veglia, ai cambi d’orario continui, alla cronica carenza di personale e ai riposi saltati, basta aggiungere una fragilità personale, un momento difficile della vita, per far precipitare una situazione già strutturalmente al limite.

Non si tratta di debolezza.

È il prezzo altissimo che si paga quando si lavora per anni sotto una pressione costante, prendendosi cura degli altri e dimenticandosi troppo spesso di sé stessi.

Per questo motivo, il riconoscimento della gravosità del nostro lavoro non è un privilegio o una concessione corporativa: è una pura e semplice presa d’atto della realtà.

Esistono ormai innumerevoli studi scientifici che collegano il burnout, lo stress cronico, i turni usuranti e la deprivazione di sonno a conseguenze profonde sulla salute mentale e fisica. Eppure, nel mondo della sanità, queste dinamiche vengono ancora considerate “normali”.

Come se reggere l’urto fosse un obbligo contrattuale.

Come se chiedere aiuto fosse una crepa da nascondere, un segno di demerito.

Riconoscere nei silenzi, nelle frasi dette a metà o negli occhi stanchi del collega che ci passa accanto una vulnerabilità profonda non è un cedimento: è una forma di rispetto, oltre che di lucidità. È tempo di parlarne sempre di più, senza vergogna e senza finzioni. È tempo, soprattutto, di ascoltare la voce di chi, oggi, non ha più la forza di parlare.

Cristina Gattel