Mangiacavalli, le case di comunità possono aprire senza medico, indispensabile è l'infermiere
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Il 12 giugno 2026, intervenendo al 26° Convegno nazionale dell'Associazione Italiana Ingegneria Clinica a Torino, Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, ha detto ad alta voce quello che molti sapevano ma pochi si erano azzardati a sostenere in modo così netto: le Case di Comunità possono funzionare anche senza la presenza fisica del medico di medicina generale. Dichiarazione raccolta e diffusa da Adnkronos Salute, che ha riportato le sue parole in un contesto più ampio dedicato all'innovazione tecnologica nella sanità territoriale e alla collaborazione tra infermieri e ingegneri clinici.
Mangiacavalli ha precisato che ciò che conta non è necessariamente la presenza del medico dentro la struttura, ma il suo collegamento funzionale ai percorsi assistenziali, garantibile anche attraverso strumenti di telemedicina e modelli organizzativi integrati. Nello stesso intervento ha ricordato il protocollo di collaborazione tra infermieri e ingegneri clinici siglato nel 2019, e ha sottolineato che nelle Case e negli Ospedali di Comunità la sanità deve ricomporre i diversi contributi professionali in un sistema coerente e continuo.
La dichiarazione arriva in un momento di fibrillazione politica e istituzionale. Il decreto di riforma della medicina generale, atteso da tempo come la chiave per aprire le Case di Comunità ai medici di famiglia, si è arenato. L'imminente scadenza del 30 giugno per i target del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha costretto il Ministero della Salute e la FIMMG a tornare al tavolo, ma l'accordo non è ancora raggiunto. Nei giorni immediatamente successivi all'intervento di Mangiacavalli a Torino, Adnkronos Salute ha riferito che il ministro Schillaci e il segretario FIMMG Scotti hanno entrambi manifestato disponibilità al dialogo, ma che la questione è ancora aperta.
Il punto è che questa corsa affannosa a trovare un accordo con i medici di famiglia presuppone una premessa che il DM 77 del 2022, il decreto che ha istituito formalmente le Case di Comunità, non contiene. Il medico di medicina generale non è previsto dal decreto come professionista imprescindibile per l'apertura della struttura. Non esiste nella norma l'obbligo che il medico di famiglia sia fisicamente presente affinché una Casa di Comunità possa dirsi operativa. La figura che il DM 77 indica invece come perno dell'organizzazione territoriale è un'altra: l'infermiere di famiglia e di comunità.
È una distinzione che cambia completamente la prospettiva del dibattito. L'infermiere di famiglia e di comunità, così come immaginato dal decreto, non è un semplice esecutore di prescrizioni mediche. È il professionista responsabile della presa in carico dell'assistito, del monitoraggio della cronicità, dell'educazione sanitaria, della continuità tra ospedale e territorio. È lui che garantisce la coerenza del percorso di cura, che integra di volta in volta le competenze specialistiche disponibili, che coordina i professionisti ruotanti attorno alla struttura, compresi i medici quando e come necessario. Non sostituisce il medico, ma lo colloca in modo appropriato all'interno di un'équipe multiprofessionale, dove ciascuno contribuisce al massimo delle proprie competenze specifiche.
Mangiacavalli aveva già tracciato questa mappa con chiarezza due mesi prima, il 15 aprile 2026, intervenendo alla tavola rotonda sulle riforme per la sanità nell'ambito del Forum Salute promosso da Adnkronos al Palazzo dell'Informazione di Roma, un evento dal titolo "Salute, prevenzione e risorse: le sfide" che ha riunito il ministro Schillaci, il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità Bellantone e numerosi rappresentanti istituzionali e di categoria. In quella sede Mangiacavalli aveva avvertito che per sviluppare la rete territoriale prevista dal DM 77 sarebbero necessari circa 29.000 infermieri aggiuntivi rispetto a quelli allora disponibili, e che fino a quel momento erano stati reclutati solo circa 7.000 infermieri per le Case di Comunità, con fortissime differenze tra le regioni. La carenza stimata dalla Corte dei Conti è di circa 65.000 infermieri a livello nazionale, dato che Mangiacavalli considera persino sottostimato perché considera solo il turnover e non il fabbisogno reale del sistema socio-sanitario.
Ecco allora il paradosso: mentre il dibattito pubblico è monopolizzato dalla riforma della medicina generale e dai medici di base, il vero ostacolo all'apertura effettiva di queste strutture è altrove. Non dipende dall'accordo con la FIMMG, non dipende dal decreto sulla medicina generale, non dipende nemmeno dalla buona volontà dei singoli professionisti. Dipende dalla carenza drammatica di infermieri di famiglia e di comunità, professionisti senza i quali le Case di Comunità restano quello che il monitoraggio di numerosi osservatori ha già documentato: edifici aperti sulla carta, strutture prive del personale necessario per garantire i servizi previsti.
Il problema formativo è particolarmente serio. La figura dell'infermiere di famiglia e di comunità richiede competenze avanzate che non sono acquisite con il percorso base di laurea triennale. Il percorso universitario di specializzazione destinato a formare questa figura è stato approvato solo di recente e deve ancora svilupparsi a regime. Nel frattempo, le regioni hanno proceduto in ordine sparso, attivando percorsi formativi propri, eterogenei nella struttura, nei contenuti e nella durata, con standard che la federazione non ha contrattato. Il risultato è una platea di professionisti disomogenea, formatisi in modo molto diverso da regione a regione, in assenza di un quadro di riferimento nazionale coerente con il percorso accademico specialistico.
È questa la vera emergenza. Non la riforma dei medici di base, che rimane certo importante per il futuro del sistema, ma non è la precondizione normativa per aprire le Case di Comunità. L'apertura effettiva dipende da quanti infermieri preparati, specificamente formati e adeguatamente valorizzati sono disponibili sul territorio. La scatola c'è, l'edificio c'è in molti casi, il decreto ci dice chi deve guidarne l'attività. Quello che manca sono i professionisti in grado di farlo davvero.
Le parole di Mangiacavalli al convegno degli ingegneri clinici di Torino hanno il merito di spostare il punto. Non servono a togliere importanza ai medici di medicina generale nel sistema territoriale. Servono a dire che aspettare la riforma della medicina generale per aprire le Case di Comunità è un errore di metodo, oltre che probabilmente un errore di diritto. Il DM 77 non lo richiede. E il tempo, con la scadenza del PNRR e con milioni di italiani anziani e cronici senza assistenza territoriale adeguata, non lo concede.
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