Triage sbagliato in Pronto Soccorso: oltre 650 mila euro di risarcimenton ai familiari
Una diagnosi sottovalutata in Pronto Soccorso può avere conseguenze che vanno ben oltre il momento dell'accesso in ospedale. Lo ribadisce la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, che con un'ordinanza depositata il 30 giugno 2026 (R.G.N. 10657/2023) ha confermato la condanna di una struttura sanitaria ritenuta responsabile della morte di una paziente colpita da infarto dopo essere stata dimessa, di fatto, senza un adeguato percorso diagnostico. La decisione affronta due aspetti di particolare rilievo: da un lato il tema della responsabilità professionale nei casi di sottovalutazione del dolore toracico in Pronto Soccorso, dall'altro i criteri per la liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale quando il nucleo familiare presenta condizioni di particolare fragilità.
Il caso: dolore toracico sottovalutato e decesso poche ore dopo
La vicenda trae origine dall'accesso in Pronto Soccorso di una donna che da tre giorni lamentava un dolore retrosternale persistente. Non si trattava di una paziente priva di fattori di rischio: era infatti affetta da diabete, ipertensione e da una patologia oncologica, condizioni che avrebbero richiesto un'attenzione ancora maggiore nella valutazione clinica.
Nonostante questo quadro, al triage le veniva assegnato un codice verde. Dopo l'esecuzione di un elettrocardiogramma, descritto nel corso del giudizio come particolarmente rapido, il dolore veniva attribuito a un problema gastrico e venivano prescritti esami ematochimici, compresi i marker cardiaci. La paziente, tuttavia, lasciava il Pronto Soccorso prima di conoscerne l'esito e veniva trovata morta nella propria abitazione la mattina successiva. La causa del decesso era un infarto miocardico.
I familiari decisero di citare in giudizio l'Azienda ospedaliera, ottenendo il riconoscimento della responsabilità sia in primo grado sia davanti alla Corte d'Appello di Salerno, che aveva individuato nella gestione del caso una grave violazione dei protocolli previsti per il dolore toracico.
Il ricorso dell'ospedale: decisivo sarebbe stato l'allontanamento della paziente
Nel ricorso presentato alla Corte di Cassazione, la struttura sanitaria ha sostenuto di avere operato correttamente e ha attribuito l'esito fatale alla scelta della paziente di allontanarsi volontariamente dal Pronto Soccorso prima dell'arrivo dei risultati degli esami.
Secondo questa ricostruzione, l'abbandono della struttura avrebbe interrotto il nesso di causalità tra la condotta dei sanitari e il decesso, rendendo la decisione della donna l'elemento determinante dell'evento successivo.
La Suprema Corte, tuttavia, non ha condiviso questa impostazione.
Per la Cassazione l'allontanamento non interrompe il nesso causale
Con il rigetto dei primi motivi di ricorso, gli Ermellini hanno confermato integralmente le conclusioni raggiunte dai giudici di merito, affermando un principio destinato ad avere particolare rilievo nella giurisprudenza sulla responsabilità sanitaria.
Secondo la Cassazione, l'allontanamento volontario del paziente dal Pronto Soccorso non è sufficiente, di per sé, a interrompere il nesso causale quando il personale sanitario abbia già sottovalutato il quadro clinico, omesso gli approfondimenti diagnostici necessari e non abbia adeguatamente informato il paziente della possibile gravità della situazione.
Nel caso esaminato, la Corte ha ritenuto che la paziente fosse stata privata della possibilità di compiere una scelta realmente consapevole. Se il rischio di un evento cardiaco fosse stato correttamente rappresentato e se fosse stato attivato il previsto percorso di osservazione, la decisione di lasciare il Pronto Soccorso avrebbe potuto essere diversa.
La sottovalutazione dei fattori di rischio integra la colpa sanitaria
L'ordinanza dedica particolare attenzione alla valutazione clinica iniziale, ritenendo che il quadro presentato dalla paziente imponesse un approccio diagnostico differente.
La presenza contemporanea di dolore toracico persistente e di molteplici fattori di rischio cardiovascolare avrebbe richiesto, secondo quanto accertato nei giudizi di merito, un'applicazione rigorosa dei protocolli dedicati al dolore toracico, con monitoraggio clinico, osservazione e completamento dell'iter diagnostico.
La Cassazione richiama la motivazione della Corte d'Appello, secondo cui i sanitari avrebbero agito con superficialità, non trattenendo motivatamente la paziente in osservazione e non adottando tutte le misure necessarie per escludere tempestivamente una sindrome coronarica acuta.
La conseguenza di tale condotta sarebbe stata la perdita della concreta possibilità di intervenire prima che l'infarto producesse effetti irreversibili.
Il dovere di informare il paziente
Uno degli aspetti più significativi della decisione riguarda il consenso informato e il diritto del paziente a ricevere informazioni adeguate sui rischi della propria condizione.
Per la Suprema Corte, infatti, la responsabilità della struttura non deriverebbe soltanto dall'insufficienza degli accertamenti diagnostici, ma anche dalla mancata comunicazione della potenziale gravità del quadro clinico.
Un paziente che non venga informato del sospetto diagnostico e delle possibili conseguenze dell'abbandono della struttura sanitaria non può essere considerato pienamente consapevole della scelta che sta compiendo.
Proprio questa carenza informativa avrebbe impedito di attribuire valore interruttivo al successivo allontanamento della donna dal Pronto Soccorso.
Il triage torna al centro della responsabilità professionale
La pronuncia richiama ancora una volta l'importanza del triage, momento fondamentale nella gestione delle emergenze.
L'assegnazione del codice di priorità non rappresenta infatti un semplice adempimento amministrativo, ma costituisce una vera valutazione clinico-assistenziale destinata a orientare tempi e modalità dell'intero percorso diagnostico-terapeutico.
Una classificazione non coerente con i sintomi e con i fattori di rischio può influenzare tutta la successiva presa in carico del paziente, ritardando esami, osservazione e trattamenti che, in alcune patologie tempo-dipendenti come l'infarto miocardico, possono incidere direttamente sulla prognosi.
La decisione della Cassazione conferma quindi come il triage non possa essere considerato una fase marginale dell'assistenza, ma rappresenti uno degli snodi fondamentali nella valutazione della responsabilità sanitaria.
Confermato anche il risarcimento ai familiari
L'ordinanza affronta anche il tema della quantificazione del danno da perdita del rapporto parentale.
L'Azienda ospedaliera aveva contestato gli importi riconosciuti dalla Corte d'Appello, ritenendoli eccessivamente elevati e privi di adeguata motivazione (oltre 340.000 euro per ciascun figlio e circa 316.000 euro per il coniuge).
La Cassazione ha invece ritenuto pienamente corretta la scelta dei giudici di merito, evidenziando come la personalizzazione del risarcimento fosse stata adeguatamente motivata da circostanze eccezionali.
Il figlio con grave autismo giustifica la massima personalizzazione del danno
La Corte ha attribuito particolare rilievo alla composizione del nucleo familiare.
Uno dei figli della donna era infatti affetto da una grave forma di autismo ed era totalmente dipendente dall'assistenza quotidiana della madre.
La sua morte non avrebbe determinato soltanto il dolore conseguente alla perdita di un genitore, ma avrebbe inciso profondamente sull'intero equilibrio familiare, compromettendo in modo irreversibile il sistema di cura costruito attorno alla figura materna.
Proprio questa situazione ha giustificato il riconoscimento della massima personalizzazione del danno, con importi superiori ai valori tabellari normalmente applicati.
La Suprema Corte ha quindi ritenuto legittima la liquidazione riconosciuta dalla Corte territoriale, confermando che il danno parentale non può essere valutato esclusivamente secondo criteri standardizzati quando emergano circostanze eccezionali idonee ad aggravarne le conseguenze.
Un richiamo alla corretta gestione del dolore toracico
Con il rigetto integrale del ricorso, la Cassazione conferma definitivamente la responsabilità della struttura sanitaria e ribadisce alcuni principi ormai consolidati nella giurisprudenza in materia di malpractice sanitaria.
La presenza di sintomi compatibili con una sindrome coronarica, soprattutto in pazienti portatori di importanti fattori di rischio cardiovascolare, impone un'attenta valutazione clinica, l'applicazione dei protocolli previsti, un'adeguata osservazione e una completa informazione del paziente sui rischi connessi alle eventuali decisioni di interrompere il percorso assistenziale.
La pronuncia rappresenta così un ulteriore richiamo all'importanza della corretta gestione del triage e della fase diagnostica iniziale in Pronto Soccorso, ricordando che la responsabilità della struttura sanitaria non si esaurisce nell'esecuzione degli esami, ma comprende anche la capacità di interpretare il quadro clinico, valutare i fattori di rischio e mettere il paziente nelle condizioni di compiere scelte realmente consapevoli.
di