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Infermieri sotto pressione: il 75 per cento è ad alto rischio cardiovascolare nello studio

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 20/08/2026

Professione e lavoroStudi e analisi

 

La ricerca, condotta in Giordania, rileva stress lavoro-correlato elevato nel 55,2% degli infermieri e una moderata adesione a stili di vita salutari, con l’attività fisica come area più critica. Non emerge però una correlazione significativa diretta tra stress, stili di vita e rischio cardiovascolare, mentre sesso ed esperienza professionale sembrano avere un peso importante.

Lavorare come infermiere significa spesso convivere con turni gravosi, responsabilità assistenziali, carenza di risorse, esposizione alla sofferenza e necessità di mantenere elevati livelli di attenzione per periodi prolungati. Tutti questi elementi possono incidere non soltanto sul benessere psicologico, ma anche sulla salute fisica e cardiovascolare dei professionisti.

Uno studio condotto su 165 infermieri di tre ospedali giordani ha cercato di mettere insieme questi aspetti, valutando contemporaneamente stress lavoro-correlato, comportamenti legati allo stile di vita e rischio cardiovascolare. I risultati restituiscono un quadro che merita attenzione: il 55,2% degli infermieri presentava elevati livelli di stress lavoro-correlato e il 75,2% rientrava nella categoria di rischio cardiovascolare elevato nel corso della vita.

Lo studio: 165 infermieri tra ottobre e dicembre 2023

La ricerca ha utilizzato un disegno descrittivo trasversale e ha coinvolto infermieri provenienti da tre ospedali della Giordania. Per partecipare era necessario possedere almeno un titolo infermieristico di livello associato, lavorare da almeno un anno nelle strutture selezionate e non avere una diagnosi pregressa di malattia cardiovascolare.

Il campione era composto in prevalenza da donne, che rappresentavano il 72,7% dei partecipanti, mentre gli uomini erano il 27,3%. L’età media era di 30,7 anni, con un’esperienza professionale media complessiva di 7,4 anni. La maggior parte degli infermieri possedeva una laurea di primo livello, precisamente l’85,5%, mentre il 9,1% aveva una formazione magistrale.

Dal punto di vista organizzativo, quasi la metà del campione lavorava in ospedali governativi, il 33,9% in strutture universitarie e il 18,2% nel privato. Il 68,5% prestava servizio in area critica, mentre il restante personale era distribuito tra reparti medico-chirurgici e altre unità operative.

Anche la turnistica risultava particolarmente impegnativa. Il 45,5% lavorava su turni misti giorno-notte, il 40% esclusivamente di giorno e il 14,5% di notte. Il 38,8% dichiarava turni di 16 ore, mentre il 17% lavorava per 12 ore e il 44,2% su turni di 8 ore.

Più della metà presenta stress lavoro-correlato elevato

Lo stress è stato misurato attraverso la Job Stress Scale, composta da cinque item e con un punteggio complessivo compreso tra 5 e 25. Il valore medio rilevato è stato di 18,08, con una mediana di 19. Sulla base di questa soglia, il 55,2% dei partecipanti è stato classificato nel gruppo ad alto stress lavoro-correlato.

Il dato conferma quanto già riportato da una parte consistente della letteratura internazionale, secondo cui la professione infermieristica è tra quelle maggiormente esposte allo stress occupazionale.

Gli autori ricordano che le fonti di pressione possono essere molteplici: carichi assistenziali elevati, risorse insufficienti, gestione di pazienti critici, rapporto con la morte e con le famiglie, lavoro a turni, responsabilità professionali e necessità di garantire contemporaneamente qualità, empatia e sicurezza.

Più esperienza, meno stress percepito

Uno dei risultati più interessanti riguarda l’esperienza professionale. Gli anni di lavoro presso la sede attuale e quelli complessivamente maturati come infermiere mostrano una correlazione negativa con lo stress lavoro-correlato. In altre parole, all’aumentare dell’esperienza tende a diminuire il livello di stress percepito.

Gli autori interpretano questo dato come possibile effetto di una maggiore capacità di affrontare situazioni cliniche e organizzative complesse, grazie alla familiarità con i carichi di lavoro, con i diversi tipi di paziente e con le dinamiche dell’ambiente professionale.

L’esperienza, quindi, non eliminerebbe la pressione, ma potrebbe rendere il professionista più capace di gestirla.

Stili di vita solo moderatamente salutari

Accanto allo stress, lo studio ha valutato anche i comportamenti legati alla salute attraverso una versione modificata dell’Health-Promoting Lifestyle Profile II, concentrandosi su quattro aree: attività fisica, alimentazione, responsabilità verso la propria salute e gestione dello stress.

Il punteggio medio complessivo è stato di 2,14 su 4, un valore interpretato come moderata adesione a comportamenti salutari.

Tra le diverse dimensioni, quella con il risultato migliore è stata la gestione dello stress, con una media di 2,23, mentre il punteggio più basso ha riguardato l’attività fisica, ferma a 1,89.

È un dato coerente con il contesto lavorativo descritto. Turni lunghi, lavoro notturno, carichi elevati e difficoltà nel recupero possono ridurre il tempo e l’energia disponibili per l’esercizio fisico, pur sapendo quanto quest’ultimo sia importante nella prevenzione cardiovascolare.

Fumo, sonno e turni lunghi

Anche altre caratteristiche del campione richiamano l’attenzione. Il 32,1% degli infermieri era fumatore attuale, mentre il 6,1% aveva fumato in passato. Il numero medio di ore di sonno dichiarato era di 6,57 ore per notte, con un range compreso tra 3,5 e 12 ore.

Quasi quattro infermieri su dieci lavoravano, come detto, su turni di 16 ore. Pur non emergendo nello studio un rapporto causale diretto tra singoli aspetti organizzativi e rischio cardiovascolare, questi elementi descrivono un contesto nel quale mantenere abitudini salutari può diventare particolarmente difficile.

Gli autori ricordano infatti che orari prolungati possono favorire sedentarietà, minore qualità del sonno, riduzione del tempo libero, difficoltà nel mantenere una dieta equilibrata e minore possibilità di recupero.

Il 75,2% è nella categoria di alto rischio cardiovascolare nel corso della vita

La parte più rilevante dello studio riguarda la valutazione del rischio cardiovascolare. Gli autori hanno utilizzato l’ASCVD Risk Estimator, strumento sviluppato dall’American College of Cardiology e dall’American Heart Association, che stima il rischio a dieci anni e nel corso della vita di eventi aterosclerotici cardiovascolari, tra cui mortalità coronarica, infarto miocardico non fatale e ictus.

Il calcolo tiene conto di variabili come età, sesso, pressione arteriosa, profilo lipidico, diabete, fumo e terapia antipertensiva o ipolipemizzante. Per rendere la valutazione più accurata, ai partecipanti sono stati anche effettuati prelievi ematici a digiuno per misurare colesterolo totale, HDL e LDL, oltre alla misurazione della pressione arteriosa.

Il valore medio del rischio ASCVD nel corso della vita è risultato pari al 31,03%.

La distribuzione è ancora più significativa: nessun partecipante è risultato nella categoria di rischio basso, il 3% era nella fascia borderline, il 21,8% presentava un rischio intermedio e ben il 75,2% un rischio elevato, pari o superiore al 20%.

Il rischio cardiovascolare aumenta con gli anni di esperienza

Lo studio rileva anche una correlazione positiva tra anni di esperienza e rischio cardiovascolare nel corso della vita.

L’esperienza maturata nell’attuale sede di lavoro risulta associata a un aumento del rischio, così come il numero totale di anni trascorsi nella professione.

Naturalmente, trattandosi di una ricerca trasversale, questo dato non dimostra che lavorare più a lungo come infermiere causi direttamente un incremento del rischio cardiovascolare. È possibile che il fenomeno rifletta anche l’aumento dell’età, l’esposizione cumulativa a fattori occupazionali e la progressiva presenza di elementi di rischio nel corso della vita.

Gli stessi autori richiamano la necessità di studi longitudinali per chiarire meglio questo rapporto.

Lo stress non risulta direttamente associato al rischio cardiovascolare

Un risultato in parte inatteso è l’assenza di una correlazione statisticamente significativa tra stress lavoro-correlato e rischio cardiovascolare.

Gli autori avevano ipotizzato che livelli più elevati di stress potessero essere associati direttamente a un rischio cardiovascolare maggiore, sulla base di quanto riportato da diversi studi precedenti. Nel campione analizzato, tuttavia, questa relazione non è emersa.

Allo stesso modo, non è stata riscontrata una correlazione significativa tra stress e comportamenti di vita salutari, né tra stili di vita e rischio cardiovascolare.

Questo non significa che stress e comportamenti quotidiani siano irrilevanti per la salute cardiovascolare. Significa soltanto che in questo specifico campione e con questo disegno di studio non è stata dimostrata un’associazione statistica diretta tra le variabili.

Gli autori spiegano che le differenze rispetto alla letteratura precedente potrebbero dipendere da fattori culturali e ambientali, dalle caratteristiche dei luoghi di lavoro, dalla presenza o meno di programmi di promozione della salute e dalle diverse metodologie utilizzate nei vari studi.

Il sesso emerge come principale predittore

L’analisi di regressione ha cercato di capire quali caratteristiche fossero in grado di predire gli stili di vita salutari e il rischio cardiovascolare. Per quanto riguarda i comportamenti di salute, il modello ha preso in considerazione età, sesso, reparto di appartenenza, tipo di turno, livello di istruzione, ore di sonno, tipo di ospedale ed esperienza professionale.

Nel complesso queste variabili spiegavano circa il 5% della variabilità osservata, ma il sesso è risultato l’unico predittore statisticamente significativo.

Lo stesso risultato emerge per il rischio cardiovascolare. In questo caso sesso, tipo di turno ed esperienza spiegavano circa il 21% della variabilità complessiva, ma ancora una volta il sesso era l’unico fattore con un’associazione significativa.

Gli uomini mostravano un rischio cardiovascolare più elevato rispetto alle donne, risultato coerente con altre ricerche richiamate dagli autori.

Perché gli infermieri fanno fatica a prendersi cura di sé

La parte interpretativa dello studio pone un problema organizzativo noto ma spesso trascurato: chi lavora quotidianamente per promuovere la salute degli altri non riesce sempre ad applicare alla propria vita gli stessi principi.

Le barriere possono essere molteplici. Carichi di lavoro elevati, turni irregolari, disponibilità limitata di cibo fresco o salutare durante il servizio, mancanza di spazi per conservare i pasti, scarso tempo per l’attività fisica, stanchezza e ridotta motivazione possono rendere difficile mantenere abitudini protettive.

Questa contraddizione assume particolare rilievo perché la salute dell’infermiere non riguarda soltanto il singolo professionista. Assenze per malattia, riduzione dell’efficienza, minore produttività e peggioramento del benessere possono infatti avere conseguenze anche sulla qualità delle cure e sul funzionamento complessivo dell’organizzazione.

Le indicazioni per manager e organizzazioni sanitarie

Gli autori non si limitano a descrivere il problema, ma propongono anche alcune possibili strategie.

Ai responsabili infermieristici e alle organizzazioni sanitarie viene suggerito di costruire ambienti di lavoro che facilitino concretamente comportamenti salutari, attraverso una maggiore disponibilità di cibi sani nelle mense, programmi di attività fisica rivolti al personale, incontri dedicati alla gestione dello stress e iniziative per la cessazione del fumo.

Viene inoltre richiamata la possibilità di consentire brevi periodi di sonno durante i turni notturni, misura che potrebbe favorire il recupero e ridurre gli effetti della privazione di sonno.

Il principio di fondo è che promuovere la salute degli infermieri non dovrebbe essere affidato esclusivamente alla responsabilità individuale. Se l’ambiente di lavoro ostacola sistematicamente il riposo, una corretta alimentazione o l’attività fisica, diventa difficile pretendere che il singolo riesca a compensare autonomamente.

I limiti dello studio

Gli autori invitano comunque alla prudenza nell’interpretazione dei risultati. Il campione è relativamente piccolo e selezionato per convenienza, quindi non può essere considerato rappresentativo di tutti gli infermieri giordani. La Job Stress Scale utilizzata non è stata sviluppata specificamente per la professione infermieristica, mentre per la valutazione dello stile di vita è stata impiegata soltanto una parte delle dimensioni previste dal questionario originale.

Inoltre, diverse informazioni derivano da questionari autocompilati e possono quindi essere influenzate dalla tendenza dei partecipanti a fornire risposte socialmente desiderabili.

Il limite più importante deriva però dal disegno trasversale: lo studio fotografa una situazione in un determinato momento e non può stabilire relazioni di causa-effetto. Per sapere se lo stress determini realmente nel tempo un incremento del rischio cardiovascolare sarebbe necessario seguire gli infermieri per anni e misurare l’evoluzione dei diversi fattori.

Servono studi più ampi e misure più oggettive

Per le future ricerche gli autori propongono di ampliare i campioni, coinvolgere professionisti provenienti da contesti differenti e utilizzare strumenti più completi per la valutazione degli stili di vita.

Suggeriscono anche di integrare i questionari con misure biologiche dello stress, come i livelli di cortisolo nel sangue, nella saliva o nei capelli, oltre a valutare più approfonditamente le strategie di coping utilizzate dagli infermieri.

Studi sperimentali e longitudinali potrebbero inoltre verificare se programmi mirati di attività fisica, nutrizione, gestione dello stress e miglioramento del lavoro a turni siano effettivamente in grado di ridurre il rischio cardiovascolare.

Il messaggio finale: tutelare la salute di chi cura

Il dato forse più rilevante dello studio non è tanto l’assenza di una relazione diretta tra stress e rischio cardiovascolare, quanto il quadro complessivo che emerge: più della metà degli infermieri vive un elevato livello di stress, l’attività fisica è insufficiente e tre professionisti su quattro rientrano nella fascia di alto rischio cardiovascolare nel corso della vita.

I risultati non permettono di attribuire questo rischio direttamente alla professione infermieristica, ma rafforzano la necessità di considerare la salute degli operatori come una vera priorità organizzativa.

Promuovere alimentazione corretta, attività fisica, recupero, prevenzione del fumo e gestione dello stress non significa soltanto chiedere agli infermieri di “prendersi maggiormente cura di sé”. Significa costruire condizioni di lavoro che rendano possibile farlo.

Perché un sistema sanitario che vuole tutelare davvero la salute dei pazienti non può ignorare quella delle persone che ogni giorno se ne prendono cura.

 

da: Al-Dwaikat, Tariq N., Quran, Hadeel Khaled, Aldalaykeh, Mohammed, Abusalem, Said, ALbashtawy, Mohammed, Khatatbeh, Haitham, Nurses’ Lifestyle Behaviors, Work-Related Stress, and Cardiovascular Disease Risk, Nursing Forum, 2025, 6387493, 10 pages, 2025