Infermieri, il SSN non può farne a meno. Ma meno della metà è soddisfatta del lavoro
La Relazione CNEL sui servizi pubblici 2026, presentata a Villa Lubin il 14 ottobre, è un volume unico che ricostruisce lo stato delle amministrazioni italiane attraverso quattro lenti: centrale, territoriale, settoriale e tematica. Nel mezzo di un quadro che il presidente Brunetta definisce di transizione, dalla stagione straordinaria del PNRR a una capacità ordinaria dello Stato, la questione infermieristica compare con una frequenza che non può essere considerata marginale. Il documento la cita fin dall'introduzione, tra le criticità strutturali dei quattro settori analizzati, scrivendo di carenza di personale e di organici, "in primis penuria di infermieri", accanto a un calo del 17,3% dei medici di medicina generale rispetto al decennio precedente.
I numeri
Il capitolo sulla salute, curato da Carla Collicelli con i contributi di CNEL, C.R.E.A. Sanità, INMP e Istat, fornisce le cifre. Nel 2024 il rapporto infermieri/medici è di 1,4, un valore che la Relazione definisce particolarmente basso rispetto a quello di altri paesi confrontabili, e che in alcune regioni del Mezzogiorno scende a 1,1. Il dato appare ancora più significativo se si pensa che un sistema orientato alla presa in carico territoriale, alla domiciliarità e alla cronicità dovrebbe poggiare proprio sulla componente infermieristica.
Se si guarda agli infermieri occupati nell'assistenza sanitaria, l'Istat ne conta 6,2 ogni mille residenti nel 2023, con un divario che va dagli 8,0 della Provincia autonoma di Bolzano ai 5,0 di Campania e Calabria. Il Mezzogiorno si ferma a 5,5 ogni mille. L'età media è di 46 anni e il 9,8% ha più di sessant'anni, ma la quota sale al 13,3% al Sud e al 15,5% nelle Isole, con il massimo del 18,7% in Calabria. In altre parole, dove la dotazione è più bassa, il personale è anche più vicino alla pensione.
La cornice finanziaria
La Relazione colloca la carenza di infermieri dentro un problema di risorse. Il finanziamento del Servizio sanitario nazionale è stimato per il 2025 in 136,7 miliardi, con un incremento del 2,7%, ma in termini reali la crescita media annua dal 2000 si ridurrebbe all'1,4% e nell'ultimo quinquennio sarebbe addirittura negativa (-0,7%). La copertura pubblica della spesa sanitaria si attesta al 74,3%, contro l'81,9% dei paesi dell'Unione europea di vecchia adesione, e la spesa pro capite totale è inferiore del 38,9% rispetto a quella media di quei paesi. Il capitolo introduttivo sui settori sintetizza il punto dicendo che il potenziamento richiesto riguarda soprattutto le dotazioni organiche, e che in sanità risulta particolarmente grave la penuria di infermieri.
Assistenza domiciliare e residenziale: dove la carenza si vede
Gli effetti si leggono bene nei servizi territoriali, quelli su cui il PNRR ha puntato di più. L'assistenza domiciliare integrata ha raggiunto circa 1,7 milioni di persone, con una crescita media annua del 12,5% tra il 2019 e il 2024, e il 9,4% degli over 64 riceve assistenza a domicilio, vicino al target PNRR del 10%. Ma l'intensità è scesa: le ore medie annue per paziente sono passate da 15 a 13,3. La Relazione parla di un sistema che cresce nella copertura nominale a scapito dell'intensità assistenziale e dell'integrazione socio-sanitaria, e osserva che l'ADI risponde soprattutto a bisogni transitori più che a una vera funzione di lungo periodo.
Nelle residenze sanitarie assistenziali la variabilità è impressionante: i minuti giornalieri di assistenza infermieristica vanno da 6 a 72 a seconda della regione, quelli degli operatori socio-sanitari da 27 a 147. Il documento ne deduce livelli di assistenza non omogenei e un sistema frammentato, con possibili ricadute sulla qualità delle cure agli ospiti, e invoca standard minimi più uniformi.
Le Case della Comunità e il nodo del personale
Un altro punto di contatto con la questione infermieristica riguarda le infrastrutture del PNRR. L'analisi ASviS contenuta nel capitolo territoriale stima che, per portare ogni regione a una Casa della Comunità ogni 50 mila abitanti, servirebbe oltre un miliardo di euro aggiuntivo dopo il 2026, in gran parte in Lombardia, Lazio, Campania e Puglia. La Relazione si concentra sui costi delle strutture, ma il resto del documento ricorda che una Casa della Comunità funziona solo se è dotata di personale, e il personale, e in particolare quello infermieristico, è la risorsa più scarsa. Lo stesso capitolo sulla salute richiama la riduzione dei medici di medicina generale (-16% tra 2016 e 2024), con un carico di assistiti che passa da circa 1.190 a oltre 1.400 per medico: l'infermiere di famiglia e di comunità è, nell'impianto del DM 77, la figura chiamata a compensare questo vuoto, ma gli organici non lo consentono.
Soddisfazione e condizioni di lavoro
La parte più eloquente riguarda la soddisfazione degli operatori, ricavata dall'indagine Istat sulle forze di lavoro per il triennio 2023-2025. Solo il 54,3% dei medici e il 45,6% degli infermieri esprime un'elevata soddisfazione per la propria attività. Il divario tra le due professioni attraversa quasi tutte le dimensioni: sul guadagno dichiara un punteggio alto il 50,1% dei medici contro il 34,6% degli infermieri; sulle opportunità di carriera, per i dipendenti, il 48,9% contro il 32,0%. Le quote più basse di infermieri soddisfatti del guadagno si registrano in Emilia-Romagna (25,4%), Liguria (27,1%) e Abruzzo (28,9%), il che mostra che il problema non è solo del Sud. Sul numero di ore lavorate i valori sono simili tra le due professioni (50,6% dei medici, 49,8% degli infermieri), ma tra chi lavora a turni la soddisfazione degli infermieri scende al 47,7% mentre quella dei medici cala al 43,1%.
Anche le differenze territoriali sono ampie: tra gli infermieri si va dal 56,8% di Bolzano al 38,2% dell'Abruzzo, con valori prossimi o inferiori al 40% in Molise, Campania, Friuli-Venezia Giulia e Veneto. Colpisce che il Veneto, indicato come la regione con il miglior indice di performance sanitaria, compaia tra quelle con minore soddisfazione degli infermieri: un indizio del fatto che la qualità dei risultati clinici non è automaticamente accompagnata da condizioni di lavoro percepite come adeguate.
La Relazione inserisce tutto questo in un'osservazione più generale: in tutti i settori analizzati i livelli retributivi del personale addetto ai servizi sono al di sotto della media europea e non adeguati al costo della vita, specie nelle grandi città. Il risultato è che l'alta fiducia dei cittadini nel servizio sanitario si accompagna a una debole soddisfazione degli operatori, soprattutto per entrate economiche, orario e opportunità di carriera.
Qualità, accessibilità e utenti
La carenza ha anche un volto dal lato dell'utenza. Il 9,9% dei residenti dichiara di aver rinunciato nel 2024 a visite o esami, e tra le motivazioni principali ci sono le liste di attesa (6,8%) e le difficoltà economiche (5,3%). Le indagini C.R.E.A. mostrano che i tempi di attesa sono giudicati inaccettabili dal 62% dei cittadini, mentre l'assistenza domiciliare, residenziale e per i non autosufficienti ottiene voti sotto la sufficienza (5,8, 5,7 e 5,6 su 10), cioè proprio nei servizi più sensibili alla dotazione infermieristica. Per l'assistenza durante i ricoveri, l'Istat rileva che solo il 41,2% è molto soddisfatto dell'assistenza infermieristica, con differenze marcate: oltre la metà al Nord, valori molto più bassi in Lazio, Campania, Puglia e Calabria.
Un tassello inatteso ma rilevante è il capitolo dell'accessibilità ai servizi: il 48,2% delle famiglie dichiara difficoltà a raggiungere il pronto soccorso, con punte del 72,8% nei comuni fino a 2.000 abitanti. Anche l'urgenza-emergenza è citata tra i comparti con organici sottodimensionati.
Che cosa manca nel documento
Va detto con onestà che la Relazione tratta gli infermieri soprattutto come dato di dotazione e di soddisfazione, non come oggetto di una analisi dedicata. Non vi sono stime del fabbisogno, né dati sull'attrattività dei corsi di laurea, sui tassi di abbandono della professione o sulla mobilità verso l'estero, né una valutazione delle politiche contrattuali specifiche per il comparto, che pure il capitolo sulla contrattazione collettiva richiama a proposito del rinnovo 2022-2024 della Sanità, concluso con contratto definitivo il 27 ottobre 2025 mentre quello 2025-2027 è ancora aperto. Anche il rapporto con la carenza di personale educativo, analoga per natura, è solo accennato. Chi cerca indicazioni operative dovrà integrare con altre fonti.
Una lettura d'insieme
Il valore del testo sta nella cornice che offre. L'infermiere compare come l'anello che il PNRR presuppone ma non finanzia: si costruiscono Case della Comunità e si amplia l'assistenza domiciliare, ma i dati mostrano organici scarsi, invecchiati al Sud, meno pagati dei colleghi medici e meno soddisfatti delle prospettive di carriera. La conclusione implicita del capitolo è che il passaggio dal modello ospedaliero a quello territoriale non si regge senza un investimento strutturale sul personale, e che i divari tra Nord e Sud nella dotazione infermieristica rischiano di riprodursi, e forse ampliarsi, proprio nei servizi che dovrebbero ridurli.
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