Infermiere Arrabbiato risponde alle Dieci Domande
Risponde alle Dieci Domande Infermiere arrabbiato, nato "arrabbiato" il 25 Novembre 1985 in un piccolo paesino del Lazio.
Diventa infermiere il 18/03/2014 a Tor Vergata tesi con lode in malattie infettive “Relazione tra conoscenza infermieristica e compliance terapeutica nel paziente con infezione da HIV”
Lavora presso una casa di riposo dove per fortuna non subisce il Demansionamento.
Il suo sogno nel cassetto: diventare giornalista/scrittore di riviste infermieristiche e ricercatore nell’ambito della sanità pubblica.
Attualmente collabora con il nostro quotidiano on line e soprattutto con Chiara D’angelo alla quale lo accomuna l'impegno nella divulgazione infermieristica.
Pensare la nostra professione per la nostra professione: DIECI DOMANDE AGLI INFERMIERI
Progetto InfermieristicaMente - NurSind
a cura di Chiara D'Angelo
Risponde Infermiere Arrabbiato
1) Quali sono per te i problemi più rilevanti che oggi hanno gli infermieri?
La perdita di identità professionale infermieristica. Anzi, il non averla mai raggiunta. Che definirei una patologia a carattere anche regionale, in quanto le differenze tra diverse Regioni hanno modellato la figura infermieristica in vario modo. L’utenza ne ha risentito e, giustamente, ha riconosciuto al professionista una valenza variabile che si colloca in cornici culturali altamente diversificati: da Nord a Sud abbiamo una situazione a macchia di leopardo. Bisognerebbe convergere tutti a una figura univoca di Infermiere, concettuale e pratica, che si incarni queste diverse realtà rifacendosi ad un unico prototipo. Cosa che trovo ancora impossibile poiché il periodo storico che viviamo è quello di passaggio dalla vecchia impronta mansionaristica a quella autonoma ed indipendente. E sono due correnti che ancora si mescolano nei reparti. Due, diciamo cosi, filosofie di affrontare la professione diverse; quindi due scuole di pensiero. E questo avviene sotto il peso della decapitalizzazione economica totale che di certo è uno dei peggior deterrente del problema. E poi la disoccupazione: la mancanza di un lavoro blocca tutto. Ogni processo evolutivo. La persona che non lavora è privato ancor prima della dignità lavorativa, di quella umana.
2) Come risolvere questi problemi, cioè con quali idee, proposte e progetti
Senza mezzi non si va molto lontano; anche se le idee sono tante. Finché non si risolve la crisi sanitaria non vedo molte speranza. Il problema principale dell’Infermiere di oggi è quello di portare a casa soldi per pagare l’affitto e mangiare. E come biasimarlo? Gli stipendi sono bassi, il lavoro dequalificante, sempre con l’ansia del precariato sulle spalle, il futuro incerto. Gli Infermieri sono snervati e stanchi: non hanno i mezzi per una rivoluzione culturale. Sicuramente un cambio potrebbe venire dal sistema Universitario: basta stare sotto la facoltà di Medicina, che già alle persone concettualmente comunica: “l’infermiere sta sotto il Medico”. E cosi anche per le altre classi di laurea del settore sanitario. Formare individui professionali che si rifanno a standard comuni. Ma di pari passo deve andare la loro esperienza di tirocinio e il lavoro o il gap tra competenze acquisite ed applicate accresce solo la confusione. Quindi staccarsi dalla facoltà di Medicina e riformare il sistema di insegnamento: 3 anni sono insufficienti. E quei corsi di specializzazione promessi? Mai attivati. Perché?
Poi iniziare ristabilire l’equilibrio paziente/medico/infermiere: trinomio sempre sbilanciato. Ho visto coi miei occhi reparti collassare. Le cattive condizione lavorative causano malcontento e malumore: potrà mai avvenire una comunicazione sana tra figure in un ambiente cosi caotico, dall’altissimo stress psico-fisico dentro strutture fatiscenti?
Incrementare la ricerca e iniziare ad applicarne i risultati. Studiarli all’università ma alla facoltà di scienze sanitarie (la chiamerei cosi per comprendere tutti gli attuali corsi facenti parte della facoltà di medicina) e non all’attuale corso di laurea subordinato. Perché abbiamo cosi pochissime pubblicazioni e applichiamo standard ormai superati?
In ultimo la divulgazione. Dovremo usare i mezzi di comunicazione e creare una rete italiana. Parlare, CONDIVIDERE esperienze, vedere quali realtà sono cambiate in meglio e perché, incoraggiare. Nessuno in questo momento sta pensando a una rieducazione infermieristica e non abbiamo mezzi economici sanitari per affrontarla. Per via di problemi pratici più urgenti. Facebook, quotidiani via web, motori di ricerca infermieristici ed aggiornamenti, sezioni dedicate alle questioni giuridiche e culturali: condivisione ed applicazione di tutto questo. Influenza. Dunque tentativo di unificazione, almeno mentale.
3) Quali soluzioni organizzative si dovrebbero adottare per mettere in campo una qualche azione collettiva?
Dire NO, contemporaneamente e tutti al lavoro demansionante ed alle condizioni precarie. Manifestare tutti il dissenso, senza accettare compromessi. Dialogare via web e creare unione. Lo ripeterò sempre: siamo disuniti, spesso l’uno contro l’altro senza quello non faremo mai niente. E poi dovremmo avere l’appoggio di tutti i Presidenti Ipasvi e della Federazione in questa lotta.
4) Quali iniziative collettive si renderebbero necessarie?
Poche, se non un unico sindacato e l’unione di tutti li Ipasvi nel concorrere l’obiettivo comune. Manifestare a gran voce, chiedere spiegazioni e soluzioni urgenti.
5) “Unità, progetto e politica” per te cosa significano?
Unità e progetto sono come fiore e frutto: senza l’uno non ottieni l’altro. Ed ora non l’abbiamo, il frutto, perché non siamo uniti. Per nulla. Qualcuno ricorderà il grafico del mio precedente articolo sul Demansionamento: in reparto e sul web gli Infermieri fanno solo la guerra su chi è più bravo con garze e Betadine (guardate certi gruppi Face). Pochi quelli che davvero vogliono portare avanti un progetto di unità e crescita, che è amore, condivisione, umiltà e non guerra. La politica preferisco tenerla fuori. Non ci sta tutelando. Anzi.
6) Cosa pensi della proposta di organizzare gli Stati Generali degli Infermieri
Assolutamente sì. Ne sono fautore convinto.
7) Cosa si dovrebbe fare per prepararli adeguatamente
E’ un salto culturale troppo alto. Non siamo pronti. Il cambiamento sarebbe totale. Non ne siamo pronti.
8) Sintetizza in tre parole quello che chiederesti ai Collegi
Se dico TRASPARENZA mi strappano il certificato IPASVI? ;-) In realtà vorrei che vigilino sule realtà attuali e collaborino con i sindacati per chiudere le pieghe sanabili. Spesso leggo sui quotidiani denunce, da parte dei sindacati, delle pessime condizioni lavorative degli operatori sanitari in strutture mal ridotte. Perché non c’è mai vicino, oltre a ciò che riporta il sindacato, un commento dell’ Ipasvi vigente? Un impegno? Una promessa? Io non vedo aiuto da parte di questo ente. Sulla carta magari si. Ma nel pratico? Non vedo iscritti che prendono decisioni insieme al Collegio, nonostante venga dichiarato cosi. Il Collegio esiste perché esistiamo noi. Ricordiamolo. Apertura e presa di coscienza dei reali problemi. Cìè troppo silenzio in questo caos.
9) Sintetizza in tre parole quello che chiederesti ai Sindacati
Di schierarsi dalla parte dell’infermiere e combattere veramente per lui. Rinnovare i contratti e non scendere a compromessi contrattuali con le aziende che mirino la dignità del lavoratore.
10) Mi descrivi succintamente la tua idea di infermiere del terzo millennio
Io sono uscito dall’Università da poco. La mia idea forse è ancora venata dal romanticismo studentesco e dalla freschezza lavorativa: sogno un professionista completamente dislocato dal Medico, capace di scelte autonome e prescrittive con piena responsabilità, che sappia usare la propria creatività e professionalità in molti settori. Vorrei un professionista riconosciuto dalla comunità come una risorsa pronta a dare una risposta di salute sicura, non ambigua e basata sulla ricerca e non come il solito suddito del Medico che non avanza nelle competenze perché tutto sommato, non avere responsabilità cliniche fa anche comodo.
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