di MariaLuisa Asta

 

La storia passata e presente ci racconta di donne spesso sottovalutate, se non peggio ignorate.

Nella migliore delle ipotesi, quanto di loro c’è stato riportato e narrato ha comunque subito la selezione dello sguardo maschile. Sembra che nonostante l’avvento dell’era moderna, le “conquiste” in materia di emancipazione non abbiano poi così tanto modificato questo modus pensandi, e le Donne oggi fanno ancora fatica a conquistare un posto nel mondo, nonostante le grandi ed autentiche qualità.

Se guardiamo al panorama mondiale, la società è pregna di “grandi donne” sin dagli albori; dal passato riemergono imperatrici, nobili e proletarie, sante e guerriere. Oggi abbiamo scienziate, intellettuali, artiste, sportive, poetesse, donne ribelli, abili politiche.. donne che hanno cambiato e fatto grande il mondo.

Sarebbe facile, in un giorno come questo in tema di donne, ripercorrere la storia di eroine del passato, già ampiamente conosciute; invece mi piacerebbe raccontarvi di una donna dei nostri tempi, la storia di una donna la cui vita si interseca con quella di donne sconosciute, ma altrettanto importanti, donne alle quali è negato il diritto più elementare, essenza della donna stessa, ovvero quello di dare la Vita.

 

Vi racconto la Storia di Cecilia Strada e delle donne afghane.

 

Cecilia Strada dal 21 Dicembre 2009 è la presidentessa di Emergency, organizzazione non governativa, fondata dal padre, Gino Strada e dalla moglie Teresa Sarti nel 1994.

Cecilia, è una donna coraggiosa, di quelle che nella vita hanno deciso di fare una scelta, ripercorrendo le orme del padre.

In una intervista al Corriere della Sera, nell’inserto io Donna, Cecilia ci racconta cosa vuol dire essere a capo di Emergency, cosa ha significato essere figlia di Gino Strada , e ci racconta il dramma delle donne Afghane.

 

Dall’intervista al Corriere della Sera, Io Donna:

“Le mie giornate sono così, ricche di emozioni, senza ferie e senza week end, ma non le cambierei mai, perché Fai la differenza tra la vita e la morte”

Cecilia, il primo contatto con la guerra.

“Ad otto anni mio padre mi ha portato al campo medico di Quetta (Pakistan), là ho visto un bambino della mia età con una pallottola in testa. Mi è scattato qualcosa.”

Non sarà stato facile essere la figlia di “Emergency”.

Mi sento fortunatissima, ho avuto la possibilità di conoscere il mondo, che non è come lo immaginavo, ed al tempo stesso di fare la mia parte.

Le emergenze oggi?

L’Afghanistan, a luglio abbiamo avuto un record di ricoveri.

Eppure non se ne parla.

Se i militari se ne vanno, non è il caso di raccontare che lì ci sono ancora vittime. L’ Afghanistan è il paese dove la presenza di Emergency è più articolata, perché le Donne devono chiedere il permesso al marito per farsi curare. Noi nel centro di maternità abbiamo solo personale femminile. Il mio cuore è là.

 

Ed è qui che la storia di Cecilia, donna volitiva, impavida, incrocia la storia ed il cammino di altre Donne, che della paura sono pieni i loro giorni. Paura, sottomissione, guerra, morte.

In Afghanistan migliaia di Donne non sopravvivono al parto e alla gravidanza, perché non hanno accesso alle strutture ospedaliere, sia per il retaggio culturale nel quale vivono e di cui parleremo, sia perché la rete ospedaliera è del tutto insufficiente, e molto al di sotto degli standard già nella capitale, per poi diventare inesistente e in totale stato di abbandono se ci si sposta nelle zone limitrofe.

All’epoca della caduta dei Talebani i riflettori mediatici furono puntati con avidità sulle donne che toglievano il burka, all’entusiasmo degli operatori, forse superiore alla spontaneità dei gesti ripresi è però seguito il nulla: un lungo silenzio.

Eppure gli scenari erano e sono tragici, pochi hanno avuto l’onestà intellettuale di chiedersi realmente se la vita delle donne afgane fosse migliorata, se per le afghane significano davvero qualcosa quelli che in occidente sono diritti elementari.

Il Ministero della sanità ha avviato il censimento dei centri sanitari attivi. Su 220 distretti, 50 non hanno alcuno presidio ospedaliero e metà dei 44 ospedali esistenti non possiede gli strumenti necessari per effettuare i più semplici esami del sangue, come l’identificazione della tubercolosi e dell’ Epatite.

La maggior parte dei nosocomi fornisce un livello di assistenza al di sotto di qualsiasi sufficienza. Quando poi ci si allontana dalla Capitale ci si imbatte nell’abbandono più totale.

E proprio non molto lontano dalla Capitale, nei villaggi appena fuori si Muore, le Donne muoiono di parto e con loro spesso i nascituri. Gli uomini non permettono a queste di raggiungere i presidi ospedaliere e alle donne, le ostetriche che lavorano nelle strutture sanitarie non è permesso raggiungere i villaggi vicini.

 

Emergency in Afghanistan, nel 2003 ha aperto il centro di Maternità di Anabah per garantire assistenza specialistica gratuita e di qualità alle donne della valle del Panshir e delle province vicine, laddove nemmeno le ostetriche arrivavano, queste tentavano sempre di sottrarsi al loro turno nel giro delle visite: le preoccupava uscire dall’ospedale per andare in posti sconosciuti, dove non avevano nessun punto di riferimento familiare. Ora, invece, sono orgogliose del lavoro che stanno facendo: hanno capito che è anche grazie a loro che le donne dei villaggi più sperduti possono finalmente ricevere l’assistenza di cui hanno bisogno e diritto. Nonostante le perplessità di chi diceva che un Centro di maternità in Afghanistan sarebbe stato una “forzatura culturale”, il numero delle pazienti è costantemente aumentato: Emergency ha conquistato la fiducia delle donne e, soprattutto, degli uomini che si sono convinti dell’importanza del nostro lavoro giorno dopo giorno.

All’inizio le ostetriche venivano tutte dall’area della capitale, dove il vincolo della tradizione è meno forte e le ragazze hanno maggiori possibilità di studiare e di spostarsi.

Da tempo i mullah, padri e mariti hanno capito l’importanza dell’ospedale per la salute delle donne, ma sono sempre stati contrari a che la propria moglie, la sorella o la figlia ci lavorassero: troppo forte è la pressione dell’opinione pubblica, troppo compromettente mandare una donna a lavorare esponendola a sguardi estranei. Per questo Emergency ha registrato la prima assunzione in ospedale di ragazze panshire: 5 ragazze appena diplomate – le prime in Panshir a terminare il corso di studi di 12 classi – hanno cominciato un percorso di formazione di 3 mesi nel nostro ospedale.

Tutte le mattine seguono lezioni di anatomia, fisiologia, tecniche infermieristiche e patologia medica; il pomeriggio lezione di inglese per tutte. I loro insegnanti? Sono i colleghi dello staff locale, che percepiscono l’importanza del loro nuovo ruolo e partecipano con entusiasmo a una piccola rivoluzione culturale nella valle del Panshir.

 

Ecco come vorrei oggi pensare e festeggiare le Donne, con la forza, la competenza e la forza di volontà di queste Donne, delle Donne che costruiscono ed edificano per altre donne, come Cecilia Strada… e ancor di più vorrei che tutti conoscessero la storia delle Donne Afghane, i loro diritti negati, ma anche la fiducia con la quale hanno operato questa rivoluzione, la caparbietà che le ha rese libere.

Il Coraggio che parte da Cecilia ed arriva in Panshir, mi restituisce fiducia nel Futuro, perché forse c’è ancora Salvezza per questa umanità.

 

Non tutto è perduto.

Alle donne che salvano le Donne

A tutte le Donne che hanno reso questo mondo Migliore.

Al Coraggio, all’Amore... alla Vita.

Buon Otto Marzo