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E' giusto aprire i cancelli della "dolce morte" ai malati psichiatrici?

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 14/02/2016

Contenuti Interprofessionali

Scott Kim, psichiatra e bioeticista al National Institute of Health di Bethesda, ha condotto uno studio su alcuni casi di suicidio assistito ed eutanasia registratisi in Olanda tra il 2011 ed il 2014; lo studio pubblicato sul Jama Psychiatry, è stato realizzato nell'intento di rilevare quanti tra i casi di suicidio assistito ed eutanasia, riguardino pazienti psichiatrici che hanno beneficiato delle pratiche citate.

C'è da dire che in tutti i Paesi in cui queste pratiche sono legali, come Belgio, Olanda per l'appunto, Svizzera, Lussemburgo, Canada e qualche altro Stato degli USA, non esistono sistemi standardizzati per la raccolta dati dei suicidi assistiti e dell'eutanasia, questo rende difficile riuscire a ricostruire la storia dei pazienti, quale motivo li abbia condotti a questa scelta, quanti poi fossero pazienti psichiatrici, e questo nonostante l'Olanda sia uno dei Paesi più trasparenti.

Oltre ad essere trasparente, l'Olanda insieme al Belgio, è uno dei Paesi più permissivi, o meglio ha un quadro normativo in tema di dolce morte alquanto ambiguo, che non ha specifici riferimenti in tema di paziente psichiatrico; questo vuoto normativo ha permesso a molti malati psichiatrici di ricorrere all'eutanasia ed al suicidio assistito.

Per fare il punto della situazione, lo studio si è avvalso di casi di eutanasia e suicidio assistito raccolti da una Commissione Olandese.

Del campione preso in esame, sono 66 i casi di pazienti psichiatrici che hanno scelto la dolce morte; di questi un terzo ha una età che va dai 70 anni in su, il 44% dai 50 ai 70 anni di età ed un quarto un' età che vai dai 30 ai 50 anni. Il 70% dell'intero campione sono donne. Il 55% dei pazienti in questione soffre di Depressione, il resto disturbi vari come psicosi, stress post traumatico o ansia, problemi cognitivi, disturbi alimentari, autismo, dolore cronico diffuso, senza una causa fisica riconosciuta.

Circa uno su quattro è stato assistito da uno psichiatra nella fase di scelta e durante il suicidio, il 20% invece da un medico sconosciuto, messo a disposizione dell' associazione olandese per il diritto di fine vita. In un quarto dei casi c'è stato parere discordante tra i medici chiamati a valutare il caso.

Questo ultimo dato, il parere discordante dei medici, ci spinge ad una riflessione, che poi è la stessa che anima lo studio, ovvero, il paziente psichiatrico è idoneo alle scelte di fine vita? Quanto è in grado di intendere e volere consapevolmente il suicidio assistito o l'eutanasia?

Al centro del dibattito ci sarebbero soprattutto i soggetti che soffrono di Depressione maggiore. Il disturbo depressivo maggiore è una patologia psichiatrica.

Oggi colpisce il 5% della popolazione adulta, diversamente da una normale sensazione di tristezza, di perdita o di un transitorio stato di cattivo umore, la depressione maggiore, presenta carattere di persistenza, e può interferire pesantemente nella vita di un individuo.

Secondo l'Oms, la depressione affligge più di 350 milioni di persone di tutte le età e di ogni comunità. In Italia, secondo ESEmeD (European Study of the Epidemiology of mental disorder), la prevalenza della depressione maggiore e della distimia nell'arco della vita è dell' 11,2% (il 14,9% delle donne e il 7,2% degli uomini).

La depressione maggiore è una vera e propria malattia invalidante, coinvolge spesso sia la sfera affettiva che cognitiva della persona influendo negativamente in modo disadattativo sulla vita familiare, lavorativa, sullo studio, sulle abitudini alimentari e riguardo al sonno, sulla salute fisica con forte impatto dunque sullo stile di vita e la qualità della vita in generale. La diagnosi si basa sulle esperienze auto-riferite dal paziente, sul comportamento riportato da parenti o amici e un esame dello stato mentale. Non esiste attualmente un test di laboratorio per la sua diagnosi. La comprensione della natura e delle cause della depressione si è evoluta nel corso dei secoli, anche se è tuttora considerata incompleta. Le cause proposte includono fattori psicologici, psicosociali, ambientali, ereditari, evolutivi e biologici. Un uso a lungo termine e l'abuso di alcuni farmaci e/o sostanze, è noto per causare e peggiorare i sintomi depressivi. La maggior parte delle teorie biologiche si concentrano sui neurotrasmettitori monoamine come la serotonina, la norepinefrina e la dopamina, che sono naturalmente presenti nel cervello per facilitare la comunicazione tra le cellule nervose.Proprio perché ancora sconosciuta, la depressione non è riconosciuta in Italia come patologia invalidante, spesso bistrattata e banalizzata e forse non adeguatamente curata.

 

Da tempo si è aperto il dibattito sulla possibilità o meno di aprire i cancelli del suicidio assistito e dell'eutanasia al paziente con patologia psichiatrica, dibattito spinto da una sempre maggiore richiesta di accesso alla dolce morte da parte di categorie svantaggiate e sole, come anziani, portatori di handicap, malati di depressione, tutti soggetti fragili, indifesi, spesso mal curati, che trovano nella morte la scorciatoia ai loro problemi.

Non sono quindi malati terminali, non hanno nessuna sofferenza fisica, ma sofferenze invisibili come quelle dell'anima, che non sono supportate da nessuna prognosi infausta, ma che sono altrettanto feroci, tanto da decidere in coscienza o meno di mettere fine a questo dolore spesso sordo e vissuto in solitudine.

E' giusto quindi offrire ai mali dell'anima questa via d'uscita?

Lucio Magri, fondatore de Il Manifesto, scelse di recarsi in Svizzera per sottoporsi al suicidio assistito, non era malato, non aveva nessuna patologia giunta allo stadio ultimo; era solo una persona che sentiva come “intollerabile” la vita, tanto da volerla terminare a 79 anni.

Ma quanto Lucio Magri, come chiunque altro porti con sé questo mal di vivere è realmente in grado di decidere lucidamente di morire?

Un caso eclatante, finito tra i banchi di un tribunale, fu ancora quello di un ex magistrato calabrese, che all'insaputa di tutti decise di recarsi a Basilea, in Svizzera, dove gli venne praticato il suicidio assistito. L'ex magistrato non aveva nessuna malattia terminale, ma uno stato depressivo. La famiglia raggiunta al telefono dalla Clinica Svizzera veniva informata della morte del loro congiunto; la figlia ha avviato un procedimento giudiziario a carico degli operatori della clinica, non ritenendo possibile che una commissione abbia ritenuto idoneo il padre per il suicidio assistito.

Malattia terminale e dolore fisico, malattia psichiatrica e dolore dell'anima, si equivalgono? Davvero l'eutanasia è la strada da percorrere nel secondo caso?

La malattia che raggiunge lo stadio finale, quella che mette la medicina di fronte all'impossibilità di trovare una cura, il male che avanza, che non lascia via d'uscita, la libertà di scegliere, di essere liberi fino alla fine, consapevoli e nella piena facoltà mentale.

Ma aprire i cancelli alla morte, a chi soffre di depressione, è lecito?

Non siamo di fronte ad una malattia terminale, il dolore è lancinante, distruttivo, forse più di quello fisico, quel dolore che ammanta una vita intera, e non ti fa vedere via d'uscita, con la differenza che per depressione c'è ancora molto di intentato, se solo si investissero più risorse, se fosse riconosciuta come malattia invalidante e come tale fosse curata.

Nell'editoriale che accompagna l'articolo che descrive lo studio, Paul Applebaum, del New York State Psychiatric Institute e del Dipartimento di Psichiatria della Columbia University, ha commentato i dati raccolti così : “Sollevano molti dubbi sull'uso del suicidio assistito nei pazienti psichiatrici, ad esempio, più della metà dei casi analizzati avevano disordini della personalità, che solleva dubbi su quanto fosse reale il loro desiderio di morire”.

Aaron Kheriaty, psichiatra e direttore del Medical Ethics Program dell'Università della California di Irvine, esprime la sua preoccupazione, dal momento in cui, molti studi riportati dalla commissione olandese sono trattabili.

Quando apriamo i cancelli di fine vita ai pazienti psichiatrici rischiamo di abbandonare i malati,quando potrebbe esserci una speranza”.

In Itali la legge sull'Eutanasia giace ancora tra i banchi di Camera e Senato, ma il dibattito ci tocca ugualmente perché, il flusso migratorio di italiani che vanno “a morire”all' estero si fa sempre più imponente.

 

La tenebra è solo una grande domanda di luce”

Alda Merini

 

Fonte : Suicidio assistito. Giusto estenderne il diritto ai pazienti psichiatrici?(Quotidiano Sanità)