di Emilio Benincasa

 

Da quando le competenze della Sanità penitenziaria sono passate dal Ministero

della Giustizia a quello della Salute, diversi sono stati i cambiamenti per il personale sanitario e, non tutti a favore.

L’indennità economica (L. 436/87), percepita fino al 2008 da tutti i lavoratori delle carceri per eventuali rischi legati all’ambiente, è sparita, non essendo riconosciuta nel settore sanitario.

Il 18 marzo scorso a Trani, alcuni rappresentanti dell’ambito sanitario carcerario pugliese si sono incontrati per dare vita al movimento di protesta “Infermieri Penitenziari”, per quella che ritengono essere l’ennesima ingiustizia compiuta a loro discapito, e perché ritengono di essere considerati professionisti di serie B.

Lavorare in un carcere non è facile affermano i lavoratori -. Una volta entrati nella struttura siamo perquisiti a campione col metal detector. Poi c’è la consegna del cellulare e degli effetti personali. C’è l’angosciante chiusura dell’enorme cancello alle spalle. Senza parlare delle sbarre alle finestre. Questo per sei ore al giorno, tutti i giorni. Il burnout è dietro l’angolo e i casi di suicidio tra noi sono in ascesa”.

La qualità della nostra vita lavorativa, rispetto ai colleghi che operano nelle strutture sanitarie pubbliche – fanno notare – è decisamente degradante. Senza parlare dei rischi legati al contagio di malattie infettive o all’incolumità personale. I tentativi di aggressione, che il più delle volte diventano aggressioni vere e proprie, non si contano più. Con l’aggravante, poi, che il detenuto è sempre sotto i nostri occhi. Mentre l’eventuale assalitore di un pronto soccorso o di un qualsiasi altro reparto, una volta guarito, va via

 

Chi sono gli Infermieri che operano nei Penitenziari?

La presenza del personale sanitario negli Istituti Pentenziari viene prevista per la prima volta nel 1931 dal Regolamento Carcerario scaturito dal Regio Decreto n°787 del 18.06.1931. Solo nel 1970 con la Legge n°740, si inizia a delineare una sommaria disciplina dei rapporti di lavoro del personale sanitario che rappresenta la radice iniziale del servizio sanitario e della continuità assistenziale all'interno degli Istituti di pena.

E' questo il periodo in cui l'assistenza e la tutela della salute era affidata e gestita dalle Casse Mutue e dalle IPAB, fino al '78 quando con la Legge n° 833 fu istituito il SSN, unico organismo pubblico preposto alla tutela del diritto costituzionale alla salute, mentre ancora la Sanità Penitenziaria rimane separata e sotto il controllo della Amministrazione Penitenziaria.

Con la legge di riforma dell'Ordinamento Penitenziario ossia la n°354/75 finalmente viene superato il Regolamento applicato sin dal 1931 e come disposto dall'art. 11, le Amministrazioni Penitenziarie hanno facoltà di avvalersi dei pubblici servizi, pertanto, vengono introdotti il servizio di psichiatria e il medico specialista. In questa fase la tutela della salute così come il personale dipende dal Ministero di Giustizia tramite il D.A.P. (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria).

In sostanza si dovrà attendere la Circolare n°3337/5787 del 1992 da parte del Ministero di Giustizia, la quale rappresenta l'embrione iniziale di un percorso e un approccio integrativo nel considerare la garanzie delle cure e della sicurezza, in detta circolare, si stabilisce che in ogni carcere debbano essere presenti due aree sanitarie (medica-infermieristica) ad integrazione con quella educativa.

Dal 1 gennaio 2000, così come disposto dal D. Lgs. N°230/99 inizia un periodo di sperimentazione da attuarsi in alcune regioni, sia in ordine alla cura e l'assistenza dei detenuti tossicodipendenti, sia per il trasferimento di specifiche funzioni sanitarie, tale periodo risulterà pieno di difficoltà soprattutto per la resistenza di tanti operatori della sanità, tra l'altro, a complicare tale percorso, in maniera indiretta, concorre anche la riforma Costituzionale del Titolo V del 18.10.2001, che trasferisce alle Regioni tutte le competenze in tema di salute, ma lascia ancora il permanere della Sanità Penitenziaria sotto il controllo del Ministero della Giustizia.

Inizia cosi un settennato nel quale, con Decreto Interministeriale del 16.05.02 viene istituita dapprima la c.d. Commissione Tinebra, una commissione di studio per indicare un modello organizzativo della Sanità Penitenziaria, lavori che saranno conclusi solo parzialmente nel 2005, con risultati poco convincenti, poi nel bienno 2005/07 lo Stato e le Regioni mettono in campo una commissione tecnica con lo scopo di redigere le Linee Guida e una proposta di legge per il definitivo passaggio di competenze in ambito di Sanità Penitenziaria dal Ministero della Giustizia a quello dalla Salute.

Con il DPCM del 1 aprile 2008, finalmente in tema di Sanità Penitenziaria le due Istituzioni cionvolte si devono e si possono confrontare in modo paritetico, ed il personale sanitario che ivi opera, finora obbligati a rispettare solo l'Ordinamento Penitenziario, sono riconosciuti non come singoli professionisti ma come figure professionali organizzate ed integrate con la rete assistenziale territoriale.

Operare come Infermiere all'interno delle strutture carcerarie riserva aspetti peculiari unici e complessi, che prescindono da altri contesti. In primo luogo, l'architettura è conformata a criteri di sicurezza con lunghi e stretti corridoi, così come gli altri ambienti di servizio comprese le infermerie, dotate anch'esse di sbarre, in secondo luogo la tipologia di "assistiti", i quali, privati della libertà, molto spesso attuano meccanismi di difesa, simulazione, aggressività nei confronti del personale infermieristico.

La salute viene strumentalizzata dal recluso e il valore della salute viene distorto, non essendo più il fine, ma il mezzo per riacquistare la libertà. Il rapporto con il vissuto della malattia si manifesta con due fenomeni principali: uno, la simulazione dei sintomi ad esempio precordialgia, sincopi, crisi epilettiche, dolore; due, con autolesionismo ad esempio, ferite da taglio, ingestione di corpi estranei, inalazione di gas, contaminazione delle ferite, tentativi di impiccagione, omissione volontaria di assunzione di farmaci salvavita, ingestione volontaria di farmaci in dosi tossiche, sciopero della fame e della sete.

 

All’infermiere che si occupa di sanità penitenziaria, vengono richieste una serie di competenze, concilianti con il detenuto che ha bisogno di cure e il sistema di sicurezza previsto dal regime penitenziario. Trovare il giusto equilibrio tra queste due culture non è una cosa facile, ma fa parte di un vasto progetto di interazione-integrazione e cooperazione che ha come unico scopo la cura del malato/detenuto. Altre competenze richieste sono la gestione organizzativa assistenziale; gestione dell'assistenza infermieristica nell'ambito della medicina generale e specialistica; gestione dell'assistenza infermieristica nell'ambito psichiatrico e delle dipendenze; Assistenza infermieristica transculturale.

L'ambiente carcerario è un mondo a sé stante, eterogeneo, in cui, chi è recluso è costretto a condividere poco spazio e a rivedere e adattare continuamente il proprio concetto di vivibilità, ebbene, esercitare la professione infermieristica in questi luoghi, significa confrontarsi con un contesto lontano dal proprio vissuto valoriale ed educativo. Sia il vissuto di malattia dei detenuti che l'assistenza infermieristica in carcere sono destinate ad alterarsi, rivestendosi di significati diversi.

La quotidianità negli istituti penitenziari, svela dinamiche che solo operando all'interno si rendono comprensibili, come dimostrano alcuni indagini descrittive realizzate con questionari in alcuni istituti. L'infermiere è percepito come un dispensatore di medicamenti. Le regole, a cui l'infermiere deve sottostare sono rigide, infatti, in carcere non è configurabile un rapporto che vada oltre la professionalità e l'empatia, ciò generalmente viene percepito dal recluso come mancanza di umanità.

L’ambiente ostacola la costruzione di una relazione terapeutica: se non si dispone di meccanismi, che impediscono lo stress emotivo, diventa un ambiente molto difficile in cui lavorare. Comunque l'infermiere è una presenza indispensabile nel contesto penitenziario poiché è la figura che sta più a contatto con il detenuto per quanto riguarda gli aspetti della somministrazione della terapia, l'educazione alla salute e tutto ciò che riguarda la clinica e la professionalità infermieristica.

E’ necessaria una lettura di tutti i fattori ambientali e umani quali il sovraffollamento, la carenza di risorse, le relazioni tra soggetti. Tali condizioni, evidenziano che all’interno degli istituti penitenziari l’obiettivo di una sanità efficace ed efficiente ha componenti parzialmente ma significativamente diverse da quelle in uso nella libera società.

A dieci anni dal DPCM, i due Sistemi stanno ancora cercando un equilibrio che metta al riparo la Riforma da ipotesi di nuovi cambiamenti che potrebbero vanificare la strada comunque percorsa, opportunamente consolidata dalla nuova riforma introdotta con legge n° 9 del 17.02. 2012 di conversione del D.L. n° 211 del 22.12.11.

In conclusione, per la professione infermieristica, si può ragionevolmente affermare che le limitazioni ambientali, organizzative e strutturali presenti in carcere limitano fortemente la possibilità per un infermiere di esprimere pienamente il proprio ruolo, complessivamente comunque l’esperienza è stimolante sotto il punto di vista professionale e umano.

riferimenti

Alfano Miglietti F. Nessun tempo, nessun corpo

Milano, Skira 2001

 

Bottari M. Principi costituzionali e assistenza sanitaria

Milano, Giuffrè,1991

 

Ceraudo F. La pena e la salute in carcere alla ricerca

di un sostanziale equilibrio

Pisa, Archimedia, 1997

 

da Il Quotidiano Italiano