Gentile Redazione,

il nuovo  codice degli infermieri è sostanzialmente privo di  ragionevolezza perché non c’è  “relazione tra i mezzi per la  realizzazione delle aspirazioni  e i  risultati “( J.Dewey,1924-25); non sono  stati ricercati e scelti quei mezzi che avrebbero potuto produrre gli effetti tanto attesi del cambiamento.

Sono mancate  idee chiare sull’obiettivo  e su come arrivarci. E’ mancata anche la volontà di determinare  mutamenti al modo di essere infermiere, basti pensare agli argomenti non considerati  sul suicidio assistito e sulla programmazione  delle direttive anticipate. Non si capisce bene se è mancata la volontà di addentrarsi in contenuti politicamente sconvenienti, o se sono mancate le conoscenze, le più valide ed estese possibili, delle quali servirsi. E’ mancata la filosofia, quella “scienza nella quale coincidono il fare ed il sapersi servire di ciò che si fa”.(Eutidemo platonico,288e 290 d). Colpisce l’ innaturalità del Codice, l’ attivazione di comportamenti reattivi al fastidio procurato dal codice di Pisa:

  • voluta assenza di Carlotti e Cavicchi in commissione;
  • ad un pensiero generoso(Pisa) si è contrapposto,  forzatamente, un pensiero ingeneroso senza forma, senza sguardo infermieristico e privilegiando la connotazione giuridica piuttosto che quella professionale ed etica, sottolineando: l’assenza del  diritto di avere diritti( creare ed approvare pensiero e con esso il proprio codice); il mancato  inizio di significanza come professione intellettuale .

 

All’art.1 si dice che l’infermiere  (..) deve essere  “consapevole”. Molti infermieri oggi non si comportano con la consapevolezza di essere dei  professionisti perchè il rapporto tra autonomia e responsabilità, per comodità altrui, è sempre sbilanciato  verso la responsabilità piuttosto che  verso l’autonomia. Questo è un limite evidenziato, maldestramente, in un codice e non affrontato come problema nei contesti ordinistici. Essere consapevoli è un diritto per “forza” del professionista e non un arduo compito da svolgersi per tutta una vita professionale senza un ruolo definito. C’è ancora    chi chiede “conoscenza di sé come infermiere”, chiede di un sapere obiettivo, non privilegiato,  un sapere che avrebbe richiesto  di fare un “inventario” di ciò che si sa di noi.

Nell’art.2 si scrive che  “L’Infermiere orienta il suo agire al bene della persona (..)”, ma che  “le sue azioni si realizzano e si sviluppano nell’ambito della pratica clinica, dell’organizzazione, dell’educazione e della ricerca”; manca, dentro la clinica, l’ambito di conoscenza del malato. La clinica osservazionale limita la clinica infermieristica obbligandola a stare nel contenitore bio-chimico-fisico e quindi a conoscere solo parzialmente il malato; la conoscenza del malato  richiederebbe l’utilizzo di un sapere più relativo ai linguaggi,( assenti ), alla filosofia, comunicazione,  sociologia, psicologia, alla transcultura. La relazione di cura senza questi saperi, e dentro una clinica osservazionale,  è, e resta,  accidentale,  banale affiancamento. Dire che  (..) “il tempo di relazione è tempo di cura”(art.4)  senza accompagnare l’espressione con definizioni di cognitività, che permettano di capire il grado di conoscenza, di autonomia e di responsabilità richieste nell’atto relazionale, è pura banalità.

Riconoscere l’importanza dell’opinione del malato e del suo linguaggio permetterebbe  all’infermiere di trarre conclusioni in scienza e coscienza, per  favorire  le diagnosi, la cura pedagogica e la “cura sui”. Nel codice deontologico non vi è nessuna traccia del sapere relativo alla cultura di vita dei malati: ciò che ci è onticamente più prossimo, il malato, rimane sconosciuto nel suo significato ontologico( Heiddeger,1927,pag66).

 

L’art.17 non smentisce quanto sopra detto:  (..)“ l’Infermiere valorizza e accoglie il contributo della persona, il suo punto di vista” (..) e facilita l’espressione della sofferenza(…).E’  riduttivo limitarsi ad accogliere il punto di vista del malato, la sua narrazione, e poi dimostrarsi incapaci di declinarlo verso l’epistemologia ; oneroso e frustrante  per il malato non far conseguire alla sua narrazione un impegno di cura infermieristico in cui siano percepibili le “ragioni ontologiche della cura” (Mortari,2015). E’ riduttivo anche limitarsi a “facilitare l’espressione della sofferenza” perché non si tratterebbe di esercitare compassione, non essendoci solidarietà attiva, ma solo di riferirsi reciprocamente a identità di stati emotivi fra chi ha compassione e chi è compassionato, cosa che rende patetico l’intervento infermieristico, ma non specifico. Lo stesso  per l’espressione (..) “favorire l’adesione al  percorso di cura”: se valorizzi il malato non puoi limitarti a favorirgli il  percorso di cura; i malati non sono tutti uguali,  non è detto che necessitino tutti  di aderire al  percorso di cura appropriato, che  potrebbe non essere loro adeguato. Qui si contempla solo la soluzione semplice, e cioè l’adesione al percorso di cura; il ruolo dell’infermiere è, secondo questo codice, già nella prescrizione della norma, subordinato al decisore della cura, che risulta essere sempre e solo  il medico( con il percorso appropriato) e non anche  il malato con il suo punto di vista. La semplificazione batte la complessità (art.37). Il paziente batte “l’esigente” (Cavicchi, 210). Si  richiede all’infermiere, “nell’interesse prioritario del malato, di attenersi al principio della evidenza scientifica (37), e quindi solo di “partecipare” al percorso di cura ( art.13)senza derogare dalle evidenze, anche quando, empiricamente, l’appropriatezza sembra non funzionare (Cavicchi,2018).

E’ “quell’attenersi”(art.37), “quell’obbedire” che toglie ogni autonomia e speranza  all’agente attivo.

 

L’art 7  – Cultura della salute, “l’infermiere (..) promuove stili di vita sani”; ormai egli  sa che i soli indicatori universali non sono più sufficienti e che servono indicatori esistenziali capaci di differenziare il bisogno differenziato portato da identità differenziate, per promuovere e mantenere la salute e ridurre le disuguaglianze. Promuovere  cultura della salute, ridurre le disuguaglianze sono attività che richiedono cognizione professionale; inoltre, non possono essere inserite nel Capo della responsabilità, non esistendo per altro il Capo della autonomia. Vi invito a leggere per questo il documento “Closing the gap:increasing access and equity” e i tanti lavori fatti in Italia sulle diseguaglianze e capirete quanto sia regressivo questo articolo.

 

L’art.52 è imbarazzante; condivido  quanto il  Prof.Cavicchi ha scritto nel merito.

 

La voce  “Libera professione”(Capo VII) è una bella novità.. L’art.40 è l’unico articolo che riceve il mio consenso. Un articolo chiaro, in cui l’autonomia intellettuale è tale perché l’infermiere  “è autore della propria opera” ( Cavicchi,2018). L’infermiere si occupa in modo trasparente dei propri costi per la sua opera nella complessità. Lo fa  attraverso la stipula di un contratto:  una  approvazione fra beneficiario–contraente e professionista che sceglie ed è scelto. Parla di appropriatezza e di adeguatezza di un piano assistenziale. Un infermiere reinterpretato,  padrone di se,  che da autore valuta gli scopi e gli effetti della cura; scansa le prestazioni e gli appalti con le gare, dove è predefinito  il bisogno e standardizzato l’intervento; dove contano  le divise pulite ed il decoro e meno l’impegno e la conoscenza ampia e colta. E’ un articolo che sembra scritto da un componente apparso al momento e poi scomparso. L’art.39 ( come  41,44) inutile e  ipocrita (valenza  tecnica del termine) scritto da chi attende  dall’esterno la soluzione ad un problema che non esisterebbe se l’infermiere fosse portatore di un sapere specifico. La forma contrattuale, (40),  con un relativo preventivo concordato, era sufficiente. L’art.44 è pura ipocrisia, il contrasto all’abusivismo si fa con le politiche ordinistiche, smascherando organizzazioni , conosciute, dove gli  infermieri liberi professionisti hanno  comportamenti da dipendenti mascherati da partita iva.

 

Quello  che ferisce  di più  è il dover fare a meno del plauso morale: non si è fatto come la propria natura ci diceva di fare  , ma il contrario; là dove la propria natura è  naturalmente lauta, umanista, accogliente. E’ mancata  la compassione per gli infermieri, la simpatia verso di loro ;  la “simpatia   costituisce la struttura di tutti i sentimenti morali” ( A. Smith, 1759).

 

Marcella Gostinelli

Infermiera