Sanità, aspettativa negata: cosa dice la legge e quando il rifiuto è illegittimo
Chiedere un periodo di aspettativa non retribuita e ricevere un diniego: è una situazione sempre più comune tra medici, infermieri e operatori del Servizio Sanitario Nazionale. Secondo i legali di Consulcesi & Partners (C&P), network specializzato in diritto sanitario, il problema è doppio: molti rifiuti sono illegittimi, ma quasi nessuno li contesta. E chi decide di assentarsi comunque rischia il licenziamento.
Cosa dice la legge
La Legge 53/2000 riconosce a tutti i lavoratori dipendenti - pubblici e privati, in ogni settore - il diritto a richiedere un'aspettativa non retribuita per gravi e documentati motivi familiari, fino a un massimo di due anni nella vita lavorativa.
Il D.M. n. 278/2000 stabilisce che il datore di lavoro deve rispondere entro dieci giorni e, in caso di diniego, motivarlo con elementi concreti e verificabili, non con formule generiche come "esigenze di servizio" o "carenza di personale".
La giurisprudenza è consolidata nel censurare i rifiuti privi di motivazione specifica e documentata.
La Cassazione
Su questo punto è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza n. 35049/2023, che ha fissato un principio di portata generale: la valutazione del datore di lavoro deve avvenire prima dell'inizio dell'assenza richiesta.
Contestazioni o controlli successivi sono incompatibili con i principi che regolano il rapporto di lavoro e violano il legittimo affidamento del lavoratore.
Nel SSN il tema è particolarmente rilevante: la carenza strutturale di personale spinge spesso le amministrazioni a negare le aspettative invocando esigenze di servizio, senza però dimostrarne la concreta incidenza. È esattamente il tipo di motivazione che i tribunali considerano insufficiente.
Il paradosso che rischia di colpire il lavoratore
«Di fronte a un no ritenuto ingiusto, il lavoratore non può semplicemente assentarsi. L'assenza non autorizzatacostituisce un grave inadempimento contrattuale e può portare fino al licenziamento disciplinare, anche quando il rifiuto risulti discutibile.
La via corretta è la contestazione formale e, se necessario, il ricorso al Giudice del Lavoro, anche in via d'urgenza», spiegano i legali di Consulcesi & Partners.
Nei casi in cui il diniego sia collegato a condizioni di disabilità del lavoratore o di un familiare, può inoltre configurarsi una discriminazione indiretta, con inversione dell'onere della prova.
Consulcesi & Partners evidenzia l'importanza di una verifica tempestiva di ogni provvedimento di diniego, alla luce dei termini brevi per l'impugnazione e dei rischi concreti connessi a condotte autonome non autorizzate.
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