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Infermieri convenzionati come i medici di famiglia? La proposta Eurispes riapre il dibattito

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 03/08/2026

Comunicati StampaProfessione e lavoroStudi e analisi

Da anni il dibattito pubblico sulla carenza infermieristica si concentra su una domanda apparentemente semplice: quanti infermieri mancano all'Italia? Il rapporto Eurispes "Oltre il lavoro dipendente. Nuovi modelli organizzativi del lavoro nell'area infermieristica", curato da Antonio Alizzi e Maria Rosaria Della Porta, propone di ribaltare la prospettiva. La tesi centrale, ripresa anche nel comunicato di presentazione dello studio, è che la carenza infermieristica sia soprattutto il sintomo di un'inefficienza strutturale del mercato del lavoro, più che una semplice emergenza numerica. La domanda da porsi, secondo Eurispes, non è tanto "quanti infermieri mancano", ma "come" il sistema sanitario li impiega, li trattiene e li valorizza.

 

I numeri di partenza

Il quadro quantitativo resta comunque un punto di partenza necessario. L'Italia conta 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media europea di 8,9. Al 30 giugno 2026 risultano iscritti all'Albo unico nazionale gestito dalla FNOPI 464.193 professionisti. I divari territoriali sono marcati: si va dagli 86,2 infermieri ogni 10.000 residenti del Lazio ai 52,2 della Campania, passando per Trentino-Alto Adige e Liguria ai vertici e Calabria e Sicilia in coda.

Ma per Eurispes ridurre il problema al solo dato quantitativo significa non cogliere la complessità del fenomeno. Il rapporto distingue tre dimensioni distinte e interconnesse: la carenza quantitativa vera e propria, il disallineamento organizzativo (la distribuzione degli infermieri tra ospedale e territorio, tra regioni, tra funzioni) e le inefficienze del mercato del lavoro, ovvero la difficoltà strutturale di far incontrare domanda e offerta di lavoro infermieristico in modo efficiente.

 

I segnali dell'inefficienza

È proprio su quest'ultima dimensione che il comunicato Eurispes insiste con maggiore forza. Il mercato del lavoro infermieristico presenta diverse disfunzioni: precarietà, turn-over elevato, scarsa mobilità interna, condizioni contrattuali poco attrattive e barriere al riconoscimento dei titoli conseguiti all'estero. Il paradosso è che queste disfunzioni convivono, in alcuni casi, con carenze di personale e difficoltà di inserimento di nuove figure professionali: un sistema che, pur avendo bisogno di infermieri, non sempre riesce a collocare quelli disponibili dove servono davvero.

Diversi indicatori raccontano questa fatica. Lo stipendio medio della professione infermieristica in Italia si attesta intorno ai 32,4mila euro annui, ben al di sotto della media Ocse di circa 39,8mila euro. L'età media dei professionisti attivi è di 45 anni, con un terzo della forza lavoro under 40 e una quota consistente prossima alla pensione, il che pone interrogativi sul ricambio generazionale nei prossimi anni. A questo si aggiunge la mobilità verso l'estero: circa 5.770 infermieri italiani lavorano fuori dal Paese, con il Regno Unito che assorbe il 44% dei flussi, seguito da Svizzera (24%) e Belgio (12%).

Il rapporto sottolinea inoltre come aumentare semplicemente i posti di formazione universitaria, da solo, produca risultati limitati se non si interviene anche sull'organizzazione del lavoro e sulle condizioni professionali.

 

Il nodo dell'autonomia professionale

La seconda parte del rapporto analizza il percorso normativo che, dagli anni Novanta a oggi, ha trasformato l'infermiere da figura esecutiva legata al "mansionario" a professionista autonomo e responsabile, attraverso tappe come la riforma sanitaria del 1992, il profilo professionale del 1994, la legge 42/1999 e la legge Gelli-Bianco del 2017. Nonostante questo percorso normativo, secondo Eurispes l'autonomia riconosciuta sulla carta non sempre trova piena traduzione nella pratica quotidiana: permangono vincoli istituzionali, resistenze culturali legate alla centralità della professione medica e problemi di sostenibilità economica e organizzativa.

 

Verso nuovi modelli: l'esempio dei medici di famiglia

Il cuore propositivo del rapporto è il confronto con il modello di convenzionamento già esistente per i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, che non sono dipendenti del Servizio sanitario nazionale ma professionisti convenzionati attraverso graduatorie regionali e Accordi Collettivi Nazionali. Applicare una logica analoga agli infermieri, sostiene Eurispes, aprirebbe una via intermedia tra il lavoro subordinato tradizionale e la libera professione pura, capace di coniugare autonomia, flessibilità organizzativa e integrazione nel servizio pubblico, senza scivolare nella precarietà.

In questa direzione si erano mossi gli emendamenti al disegno di legge sulle professioni sanitarie, poi non portati avanti in Parlamento, che prevedevano il reclutamento diretto degli infermieri tramite contratti di collaborazione libero-professionale e il riconoscimento delle prestazioni infermieristiche nei Livelli Essenziali di Assistenza. Un percorso che, spiega Eurispes, oggi si riaffaccia anche come proposta di legge e di cui si era fatto interprete anche il presidente di ENPAPI Luigi Baldini, il quale aveva indicato nel bacino dei 30000 liberi professionisti una risorsa da coinvolgere.

La conclusione del rapporto

Il messaggio finale di Eurispes è netto: continuare a leggere la carenza infermieristica come una semplice emergenza di numeri condanna il sistema a rincorrere il problema con deroghe e soluzioni tampone, come quelle adottate durante la pandemia per l'ingresso di personale formato all'estero. Il vero nodo, ribadisce lo studio, è l'inefficienza del mercato del lavoro: un sistema che forma professionisti ma non riesce a trattenerli, valorizzarli e allocarli dove effettivamente servono.

Andare "oltre il lavoro dipendente" significa quindi esplorare meccanismi alternativi, come il convenzionamento, capaci di restituire efficienza al sistema, a condizione però che siano regolati con equo compenso, tutele adeguate e trasparenza delle procedure. L'obiettivo, conclude Eurispes, non è tanto "avere più infermieri", quanto costruire le condizioni perché i professionisti già formati possano esercitare pienamente il proprio ruolo ed essere trattenuti nel Paese. Solo un approccio integrato, capace di tenere insieme autonomia, tutele e programmazione, può trasformare l'attuale crisi in un'occasione di riforma strutturale del lavoro infermieristico.