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Apnee notturne, il ruolo dell'infermiere: come riconoscere e segnalare un sospetto clinico

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La Redazione
Pubblicato il: 03/08/2026

Professione e lavoroStudi e analisi

 

di  Luca Mezzofranco, odontoiatra ed esperto in disturbi respiratori del sonno  

lucamezzofranco.it 

 

Riconoscere un sospetto non significa formulare una diagnosi. Significa raccogliere indizi coerenti, descriverli con precisione e trasformarli in una segnalazione clinico-assistenziale utile. 

L’osservazione infermieristica non diagnostica l’apnea, ma può trasformare un sintomo notturno frammentario in un’informazione clinica utile, tracciabile e azionabile. 

Il paziente raramente dice: «Credo di avere un’apnea ostruttiva del sonno». Più spesso racconta di svegliarsi già stanco, di avere cefalea al mattino o di perdere la concentrazione. Il partner riferisce russamento e pause nel respiro. In reparto, l’infermiere nota un sonno frammentato, riprese inspiratorie rumorose o una vigilanzaridotta dopo la somministrazione di un farmaco sedativo. 

Sono informazioni che, prese singolarmente, possono avere molte spiegazioni. Quando però ricorrono insieme, meritano di essere raccolte e comunicate. L’infermiere non formula la diagnosi medica di apnea ostruttiva, apnea centrale o ipoventilazione nel sonno. Può però rendere clinicamente visibile ciò che altrimenti rimarrebbeconfinato alla notte: osservare un andamento, ricostruire il contesto, documentare dati verificabili e segnalare il rischio al medico. 

Il problema non è il russamento isolato 

Il russamento è frequente e, da solo, non dimostra la presenza di un disturbo respiratorio del sonno. Il sospetto diventa più significativo quando al russamento abituale si associano pause riferite o osservate, risvegli con ansimo o senso di soffocamento, sonno non ristoratore, cefalea mattutina, bocca secca, nicturia, sonnolenza o addormentamenti involontari durante il giorno.[1] 

La stessa prudenza vale in senso opposto: l’assenza di sonnolenza marcata non esclude l’OSA. Non tutte le persone percepiscono o riferiscono la sonnolenza allo stesso modo; alcune descrivono soprattutto fatica, irritabilità, difficoltà di memoria o concentrazione. Anche lo stereotipo del paziente maschio e obeso rischia di restringere troppo l’osservazione: obesità, ipertensione e circonferenza del collo aumentano il rischio, ma non sono condizioni necessarie. 

Per l’infermiere il valore non sta nell’etichetta, ma nella qualità della descrizione. È più utile scrivere «osservate ripetute apparenti pause respiratorie, seguite da ripresa rumorosa e risveglio» che «il paziente ha apnee». Dal solo rumore o dall’osservazione, infatti, non è possibile distinguere con certezza un evento ostruttivo da un’apnea centrale, un’ipoventilazione o un artefatto. 

Domande semplici, risposte che orientano 

Nell’anamnesi assistenziale bastano poche domande, purché riferite a episodi concreti: 

  • Le hanno mai detto che russa forte o quasi tutte le notti? 
  • Qualcuno ha osservato pause nel respiro, seguite da un ansimo o da un risveglio? 
  • Le capita di svegliarsi con la sensazione di soffocare o di non riuscire a respirare? 
  • Al mattino si sente riposato? Ha cefalea o bocca secca? 
  • Durante il giorno si addormenta senza volerlo, per esempio conversando, dopo i pasti o davanti alla televisione? 
  • Ha avuto colpi di sonno, incidenti o quasi incidenti alla guida o sul lavoro? 
  • Il problema è comparso o peggiorato dopo l’introduzione o l’aumento di un farmaco? 

Quando possibile, il racconto del partner o del caregiver completa quello del paziente, soprattutto in presenza di deficit cognitivi o scarsa consapevolezza degli eventi notturni. La fonte dell’informazione va sempre esplicitata: «il caregiver riferisce…» non equivale a «è stato osservato durante il turno». 

In ospedale è utile aggiungere posizione del paziente, frequenza respiratoria, eventuale uso dei muscoli accessori, qualità del segnale, andamento della saturazione su monitor clinico, ossigenoterapia, CPAP o ventilazione in corso. Un singolo valore di SpO₂ non diagnostica l’OSA: contano durata, ripetitività, qualità della traccia, condizioni di misurazione, valori abituali e quadro clinico complessivo. 

Farmaci e alcol: cercare il contesto, non il colpevole 

La sonnolenza può dipendere da deprivazione di sonno, turni, dolore, infezioni, disturbi dell’umore, patologie neurologiche e numerose altre condizioni. Per questo la ricognizione terapeutica è parte integrante dell’osservazione. 

Meritano attenzione oppioidi, benzodiazepine, ipnotici, gabapentinoidi e altri farmaci con effetto sedativo, soprattutto quando sono associati o modificati di recente. Gli oppioidi possono alterare la qualità del sonno, aumentare la sonnolenza e associarsi a ipoventilazione correlata al sonno, apnea centrale e OSA.[4] Vanno registratidose, orario di somministrazione, livello di sedazione, frequenza respiratoria e andamento dei parametri. Non spetta all’infermiere suggerire sospensioni autonome: il dato assistenziale serve a chiedere una rivalutazione della terapia e del monitoraggio. 

Anche il consumo serale di alcol e l’associazione con farmaci sedativi meritano una domanda non giudicante. L’obiettivo non è attribuire automaticamente una causa, ma capire se russamento, difficoltà di risveglio o sonnolenza siano comparsi o peggiorati in un contesto potenzialmente rilevante. 

Osservazione, screening e diagnosi non sono sinonimi 

Confondere questi tre livelli espone sia alla sottovalutazione sia alla sovradiagnosi. 

Osservare significa descrivere ciò che si vede, si misura o viene riferito: apparenti pause respiratorie, riprese con ansimo, addormentamenti involontari, parametri e loro andamento. 

Fare screening significa stimare una probabilità mediante uno strumento validato, all’interno di un percorso e secondo le procedure dell’organizzazione. STOP-Bang esplora russamento, stanchezza, apnee osservate, ipertensione, indice di massa corporea, età, circonferenza del collo e sesso. L’Epworth Sleepiness Scale quantifica invece la propensione soggettiva ad assopirsi in otto situazioni quotidiane.[2,3] 

I due questionari misurano dimensioni diverse. STOP-Bang è sensibile nell’individuare persone a rischio, ma può produrre falsi positivi; l’Epworth misura la sonnolenza, che può avere molte cause. Un punteggio basso non chiude il caso quando anamnesi e osservazione restano significative. Le linee guida raccomandano di non usare questionari o algoritmi clinici, da soli, per diagnosticare l’OSA.[2] 

Diagnosticare richiede una valutazione medica complessiva e, quando indicato, un esame del sonno tecnicamente adeguato, come polisonnografia o monitoraggio cardiorespiratorio domiciliare. Il contributo infermieristico è quindi decisivo a monte: selezionare informazioni attendibili e farle arrivare al professionista che devedecidere l’approfondimento. 

La sicurezza viene prima dell’etichetta 

La domanda sulla guida non è un dettaglio. L’OSA si associa a un maggiore rischio di incidenti stradali e occupazionali; il rischio concreto riguarda soprattutto la sonnolenza e la perdita di vigilanza.[5,6] Se una persona riferisce colpi di sonno, invasione di corsia, tamponamenti, quasi incidenti o necessità di fermarsi per non addormentarsi, la segnalazione al medico deve essere tempestiva. La persona non dovrebbe mettersi alla guida o svolgere attività pericolose mentre è assonnata, in attesa della valutazione prevista dal percorso locale. 

In RSA e a domicilio la sonnolenza può concorrere al rischio di caduta insieme a nicturia, fragilità, deficit visivi o motori, ipotensione, decadimento cognitivo e polifarmacoterapia. Non è corretto attribuire automaticamente una caduta all’OSA. È però corretto includere sonno, vigilanza e farmaci nella valutazione multifattoriale e nelpassaggio di consegne. 

Smartwatch, app e saturimetri: indizi, non verdetti 

I dati generati dal paziente possono essere utili: mostrano la ricorrenza delle segnalazioni, favoriscono il colloquio e talvolta aiutano a ricostruire il periodo in cui il problema è comparso. Non vanno né ignorati né trasformati in diagnosi. 

Alcune funzioni di smartwatch hanno oggi autorizzazioni regolatorie per identificare pattern suggestivi di rischio. La loro stessa indicazione precisa però che non diagnosticano l’apnea e che l’assenza di una notifica non ne esclude la presenza.[7] Applicazioni che registrano il russamento, stime degli stadi del sonno e saturimetriconsumer non misurano necessariamente flusso aereo, sforzo respiratorio, arousal o tempo reale di sonno. Movimento, perfusione periferica, posizionamento e qualità del sensore possono alterare la lettura. 

Di fronte a un report, è utile chiedere quale dispositivo e quale funzione siano stati usati, in quante notti, in quali condizioni e con quali sintomi. Nella documentazione si può registrare «il paziente mostra una notifica del dispositivo», non «smartwatch positivo per OSA». 

Dall’osservazione alla consegna 

Una segnalazione generica — «ha dormito male» — difficilmente modifica il percorso. Una comunicazione strutturata rende invece il dato azionabile. Lo schema SBAR può essere adattato così: 

  • Situazione: «Durante il turno ho osservato ripetute apparenti pause respiratorie, seguite da ansimo e risveglio». 
  • Background: diagnosi note, obesità o comorbidità respiratorie e cardiovascolari, uso abituale di CPAP, farmaci sedativi o oppioidi con dose e orario. 
  • Assessment assistenziale: posizione, numero di episodi nel periodo osservato, stato di vigilanza, frequenza respiratoria, SpO₂ e qualità del segnale, ossigeno o supporto ventilatorio in corso, interventi effettuati e risposta. 
  • Richiesta: rivalutazione clinica, indicazioni sul monitoraggio e sulla terapia, eventuale avvio del percorso diagnostico. 

La documentazione deve essere accurata, completa e veritiera, come richiama il Codice deontologico FNOPI 2025; lo stesso Codice riconosce l’integrazione intra- e interprofessionale quale elemento fondamentale della risposta ai bisogni di salute.[8] Registrare la fonte del dato, il professionista informato, l’ora della comunicazionee le indicazioni ricevute tutela la continuità assistenziale. 

Quando non è più un problema di screening 

Un sospetto cronico di OSA non coincide con un’emergenza. Difficoltà marcata a risvegliare il paziente, nuovo deterioramento dello stato di coscienza, bradipnea o respirazione superficiale dopo oppioidi o sedativi, cianosi, dispnea importante, ipossiemia persistente o rapidamente peggiorativa, instabilità emodinamica o aritmierichiedono invece l’attivazione dei percorsi assistenziali urgenti previsti dal contesto. 

In questi casi non si deve attendere un questionario sul sonno: il problema immediato è la possibile compromissione respiratoria. Se, dopo la somministrazione di un oppioide, il paziente è difficilmente risvegliabile, respira solo 8 volte al minuto e la SpO₂ continua a diminuire nonostante il sensore sia ben posizionato, questi sono idati da comunicare subito. Parlare in quel momento di «probabile OSAS» sarebbe fuorviante: la priorità è riconoscere e gestire una possibile depressione respiratoria acuta, anche correlata al farmaco, non classificare un disturbo cronico del sonno. 

Vedere, documentare, collegare 

Nell’assistenza il sonno lascia tracce: nel racconto del caregiver, nei risvegli ripetuti, nella cefalea del mattino, nella sonnolenza durante il giorno, nella difficoltà a mantenere la vigilanza. Nessuna di queste tracce, isolatamente, autorizza una diagnosi. Insieme, se raccolte bene, possono però cambiare il percorso di cura. 

Il contributo infermieristico più importante non è dare un nome al disturbo, ma evitare che i segnali vadano perduti: osservare senza sovrainterpretare, fare domande concrete, proteggere la sicurezza, documentare con precisione e collegare il dato assistenziale alla valutazione medica. È in questo passaggio — dalla notte alla cartella, dalla cartella alla consegna — che un sospetto diventa realmente utile alla persona assistita. 

 

Bibliografia essenziale 

  1. Behrents RG, Shelgikar AV, Conley RS, et al. Obstructive sleep apnea and orthodontics: An American Association of Orthodontists White Paper. Am J Orthod Dentofacial Orthop. 2019;156(1):13-28.e1. doi:10.1016/j.ajodo.2019.04.009.
  2. Kapur VK, Auckley DH, Chowdhuri S, et al. Clinical practice guideline for diagnostic testing for adult obstructive sleep apnea. J Clin Sleep Med. 2017;13(3):479-504. doi:10.5664/jcsm.6506.
  3. NICE. Obstructive sleep apnoea/hypopnoea syndrome and obesity hypoventilation syndrome in over 16s. Guideline NG202. 2021.
  4. Rosen IM, Aurora RN, Kirsch DB, et al. Chronic opioid therapy and sleep: an American Academy of Sleep Medicine position statement. J Clin Sleep Med. 2019;15(11):1671-1673. doi:10.5664/jcsm.8062.
  5. Tregear S, Reston J, Schoelles K, Phillips B. Obstructive sleep apnea and risk of motor vehicle crash: systematic review and meta-analysis. J Clin Sleep Med. 2009;5(6):573-581.
  6. Garbarino S, Guglielmi O, Sanna A, Mancardi GL, Magnavita N. Risk of occupational accidents in workers with obstructive sleep apnea: systematic review and meta-analysis. Sleep. 2016;39(6):1211-1218. doi:10.5665/sleep.5834.
  7. American Academy of Sleep Medicine. Health Advisory: Sleep Apps and Devices that Self-Assess Risk of Obstructive Sleep Apnea. 2025; U.S. Food and Drug Administration. Sleep Apnea Notification Feature (K240929). 2024.
  8. Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche. Codice deontologico delle professioni infermieristiche. 2025, artt. 18 e 36.