Misurare il residuo gastrico ogni 6-8 ore in terapia intensiva serve davvero al paziente?
Gli infermieri di area critica devono gestire un numero crescente di valutazioni e screening. Ma alcune pratiche continuano a sottrarre tempo senza migliorare gli esiti. Tra queste, secondo le evidenze richiamate nell’editoriale, c’è la misurazione routinaria del volume residuo gastrico nei pazienti sottoposti a nutrizione enterale.
Il lavoro dell'infermiere in terapia intensiva si è progressivamente arricchito di valutazioni, scale, screening e procedure. Dolore, livello di sedazione, delirium, sindrome da astinenza iatrogena, rischio di lesioni da pressione: identificare precocemente le complicanze del paziente critico è fondamentale, ma ogni nuova attività richiede tempo, competenze e attenzione.
Il problema è che, mentre alla pratica clinica vengono continuamente aggiunte nuove attività, molto più raramente vengono eliminate quelle che le evidenze hanno progressivamente dimostrato essere inutili, inefficienti o potenzialmente dannose.
È il tema affrontato da un editoriale pubblicato su Nursing in Critical Care, che richiama l'attenzione sulla necessità di una vera e propria de-implementazione delle pratiche assistenziali a basso valore.
Non significa fare meno assistenza. Al contrario: significa liberare tempo e risorse per fare meglio ciò che produce realmente un beneficio per il paziente.
Quando una pratica assistenziale diventa "a basso valore"
Gli autori richiamano tre condizioni nelle quali una pratica clinica può essere considerata a basso valore: quando produce benefici minimi o nulli per il paziente, quando i vantaggi non sono proporzionati alle risorse impiegate oppure quando il rischio di danno supera il possibile beneficio.
Il tema assume un peso particolare nelle terapie intensive, dove tecnologia, dispositivi, procedure e attività di monitoraggio si concentrano attorno a pazienti estremamente complessi.
Ogni attività apparentemente piccola, se ripetuta più volte al giorno su numerosi pazienti, può tradursi in una quantità significativa di tempo infermieristico.
E quel tempo non è infinito.
Quando il carico di lavoro aumenta, le valutazioni più complesse possono essere eseguite frettolosamente oppure alcune attività assistenziali possono essere ritardate o non effettuate. Per questo eliminare ciò che non produce valore diventa anche una questione di sicurezza e organizzazione dell'assistenza.
L'esempio dei guanti: più non significa necessariamente meglio
Un esempio già affrontato nel Regno Unito riguarda l'utilizzo dei guanti non sterili.
La campagna "Gloves Off", promossa inizialmente dal NHS England e successivamente ripresa dalla Intensive Care Society britannica, nasce dalla constatazione che l'utilizzo inappropriato dei guanti può favorire la contaminazione e che il loro impiego eccessivo, ulteriormente accentuato durante la pandemia di Covid-19, comporta costi economici e ambientali.
È un esempio di de-adoption, cioè dell'abbandono intenzionale di una pratica quando le evidenze non ne giustificano più l'impiego sistematico.
Ma l'editoriale concentra l'attenzione soprattutto su un'altra procedura profondamente radicata nell'assistenza al paziente critico.
Il residuo gastrico misurato ogni 6-8 ore
Si tratta della misurazione routinaria del volume residuo gastrico, o GRV, nei pazienti adulti sottoposti a nutrizione enterale.
Tradizionalmente il residuo gastrico viene controllato per valutare la tolleranza alla nutrizione e, soprattutto, nel tentativo di individuare pazienti nei quali un'eccessiva quantità di contenuto nello stomaco potrebbe aumentare il rischio di vomito, aspirazione polmonare e conseguente polmonite associata alla ventilazione meccanica.
Una pratica talmente consolidata da essere ancora eseguita, secondo quanto riportato nell'editoriale, ogni 6-8 ore nella quasi totalità delle terapie intensive adulte del Regno Unito.
Eppure proprio questa procedura viene indicata come esempio di assistenza a basso valore.
Il primo problema: il residuo gastrico non dice necessariamente quanto è pieno lo stomaco
Uno dei presupposti alla base della procedura è che la quantità di materiale aspirata attraverso la sonda rappresenti in maniera attendibile il contenuto gastrico.
Secondo le evidenze richiamate dagli autori, però, il GRV non rappresenterebbe un indicatore valido e affidabile del reale volume presente nello stomaco.
Questo è un passaggio importante perché mette in discussione la premessa stessa sulla quale si fonda l'utilizzo routinario della misurazione.
Gli studi condotti sul processo decisionale degli infermieri di terapia intensiva avrebbero inoltre mostrato che molti professionisti continuano a considerare il volume residuo gastrico una misura accurata e affidabile del contenuto dello stomaco.
La prima barriera da superare, quindi, sarebbe di natura conoscitiva: prima di eliminare una pratica consolidata occorre mettere i professionisti nelle condizioni di comprendere perché le evidenze che in passato sembravano sostenerla non siano più considerate sufficienti.
E il rischio di aspirazione?
È probabilmente la domanda più importante.
Una delle principali ragioni per cui gli infermieri continuano a controllare il residuo gastrico è il timore che uno stomaco eccessivamente pieno possa determinare vomito, aspirazione del contenuto gastrico nelle vie respiratorie e quindi aumentare il rischio di VAP, ventilator-associated pneumonia.
La logica intuitivamente sembra convincente: se controllo quanto contenuto rimane nello stomaco, posso identificare precocemente il rischio.
Ma l'editoriale sottolinea che uno studio multicentrico randomizzato, diversi RCT monocentrici, numerosi studi prima-dopo e due revisioni sistematiche non avrebbero dimostrato un aumento delle VAP o degli eventi avversi quando viene interrotta la misurazione routinaria del residuo gastrico.
È questo uno dei punti centrali del ragionamento.
Non basta che una procedura abbia una spiegazione fisiopatologica plausibile. Per continuare a impiegare tempo e risorse deve anche dimostrare di produrre un beneficio clinico.
Abbandonare il GRV non significa smettere di controllare il paziente
C'è però un equivoco da evitare.
Dire che non è necessario misurare routinariamente il residuo gastrico non significa rinunciare alla valutazione della tolleranza alla nutrizione enterale. È esattamente qui che entra in gioco un secondo concetto discusso nell'editoriale: la sostituzione.
Per riuscire ad abbandonare una pratica consolidata non è sufficiente dire agli infermieri "non fatelo più". Bisogna fornire un'alternativa basata sulle migliori evidenze disponibili. Nel caso della nutrizione enterale, la tolleranza può essere valutata attraverso segni e sintomi clinici, anziché affidarsi automaticamente al volume aspirato dallo stomaco.
Questo aspetto è particolarmente importante perché gli studi citati dagli autori mostrerebbero che diversi infermieri non conoscono sufficientemente le modalità alternative disponibili per valutare la tolleranza alla nutrizione.
Il problema dell'"abbiamo sempre fatto così"
Eliminare una procedura può essere paradossalmente più difficile che introdurne una nuova. Quando arriva una nuova scala di valutazione, un nuovo dispositivo o un nuovo protocollo, il cambiamento richiede formazione e adattamento. Ma quando viene chiesto a un professionista di smettere di eseguire una procedura che per anni ha considerato necessaria per la sicurezza del paziente, entra in gioco qualcosa di diverso.
Bisogna modificare conoscenze, convinzioni e abitudini professionali.
Gli autori richiamano due processi fondamentali: unlearning e substitution.
Il primo può essere tradotto come "disapprendimento": il professionista deve rivedere ciò che ha imparato e modificare le proprie convinzioni alla luce di nuove evidenze.
Ed è un processo che può generare resistenza. Se per anni un infermiere ha imparato che misurare il residuo gastrico serve a prevenire l'aspirazione, sentirsi dire che quella procedura non è necessaria significa mettere in discussione una parte del proprio sapere professionale.
Il secondo processo è la sostituzione: la vecchia pratica deve essere rimpiazzata, quando necessario, da un comportamento assistenziale sostenuto da evidenze migliori.
Il vero obiettivo è recuperare tempo infermieristico
La questione va quindi oltre il residuo gastrico. Il GRV rappresenta soprattutto un esempio di un problema organizzativo molto più ampio: quante attività vengono ancora eseguite dagli infermieri perché previste dalla routine, dal protocollo o semplicemente dalla consuetudine, nonostante abbiano scarso valore clinico?
In terapia intensiva il tema assume una rilevanza ancora maggiore. L'infermiere deve riconoscere precocemente delirium, dolore, alterazioni della sedazione, complicanze, lesioni da pressione e numerosi altri problemi. Sono attività ad elevato valore assistenziale che richiedono osservazione, ragionamento clinico e competenze specialistiche.
Continuare contemporaneamente ad aggiungere nuovi compiti senza eliminare quelli divenuti superflui rischia di produrre un paradosso: avere sempre più cose da documentare e controllare, ma sempre meno tempo per osservare realmente il paziente.
De-implementare è parte dell'Evidence-Based Nursing
C'è infine un dato provocatorio riportato nell'editoriale: secondo le ricerche citate, possono essere necessari mediamente circa 17 anni perché nuove evidenze scientifiche vengano integrate nella pratica clinica. Abbandonare procedure ormai consolidate potrebbe richiedere ancora più tempo.
Ed è forse questo il messaggio più interessante per la professione infermieristica.
L'Evidence-Based Nursing non consiste soltanto nell'introdurre nuovi interventi quando emerge una nuova evidenza. Significa anche avere la capacità di riconoscere quando ciò che facciamo non è più supportato dalle conoscenze disponibili e avere il coraggio organizzativo e professionale di smettere di farlo.
Nel caso del volume residuo gastrico, le evidenze richiamate dall'editoriale mettono in discussione il controllo routinario come metodo per guidare la nutrizione enterale nel paziente adulto critico e sottolineano che la sua sospensione non si associa a un aumento di VAP o eventi avversi.
Liberare gli infermieri dalle pratiche a basso valore non significa quindi ridurre l'assistenza. Significa spostare tempo, competenze e attenzione verso ciò che può realmente modificare gli esiti del paziente.
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