di Sandra Sansolino

 

Su Quotidianosanità.it, in data 4 dicembre, è stato pubblicato un articolo che tratta di una ricerca effettuata dall’University College di Londra, la quale avrebbe stabilito che l’effetto benefico sulla salute del matrimonio risulterebbe in un minor rischio di ammalarsi di demenza, rispetto alle persone sole.

Alla lettura di tale articolo, ovviamente, salgono in mente un sacco di battute anche piuttosto facili, di come, nella vita quotidiana, si potrebbe pensare all’effetto contrario, o di contro, è lecito chiedersi se il matrimonio, pur avendo effetto benefico contro la demenza, non abbia di nefasti su altre problematiche. A ognuno la propria sentenza, noi siamo andati a leggere l’articolo originale visto che le traduzioni già digerite non ci accontentano.

In primo luogo vediamo che lo studio è stato definito revisione sistematica e metanalisi di studi osservazionali, e questo ci pare un buon segno, visto che, come per molti altri quesiti, è impossibile effettuare dei trial.

In tale revisione sono stati inclusi 15 studi per un totale di 812 047 partecipanti.

La comparazione è stata effettuata tra i coniugati e coloro che sono single da sempre e i vedovi. Non è stata trovata alcuna associazione congrua con i divorziati.

Sono stati presi in esame sono gli studi pubblicati e il risultato finale delle anili mostra un rischio aumentato del 42% per i single e 20% per i vedovi rispetto agli sposati, indipendentemente da età e sesso.

Non vi sono sostanziali differenze, invece, tra gli sposati e i divorziati.

La differenza viene tuttavia ridotta in ogni categoria per gli studi condotti più recentemente ove sono stati effettuati aggiustamenti legati al titolo di studio dei partecipanti e all’elemento confondente dello stato di salute generale di coloro che hanno sempre vissuto da soli.

Lo studio non prende in esame la qualità di vita o le condizioni socio-economiche che a nostro parere dovrebbero essere fondamentali, soprattutto durante questo periodo storico, che influenzano il grado di attenzione alla salute.

Lo stato di vedovanza, invece, pare aumentare il rischio di insorgenza di demenza a causa dell’effetto negativo dello stress a carico dei neuroni dell’ippocampo, questa, che rimane una teoria, spiegherebbe in parte perché aumenta il rischio ai vedovi, ma non ai divorziati, siccome risulterebbe più stressante il primo evento rispetto al secondo. Da sottolineare, però, che il numero di divorziati tra i soggetti esaminati, è inferiore rispetto alle altre categorie, non dando così un valore statistico definitivo.

L’analisi sociologica del fenomeno di rimanere single è stata spiegata paragonando la tendenza ad essere meno socialmente gradita la persona single, ma solo fino agli ultimi anni del 20°secolo, ritenendo che nell’epoca precedente soprattutto persone con determinati tratti caratteriali, psicologici o comunicativi erano quelle che più probabilmente rimanevano single, per questo i ricercatori chiudono la forbice negli studi più recenti, quando cioè è socialmente accettato rimanere single, divenuta condizione più comune e il matrimonio non è più la norma sociale.

Da sottolineare anche la difficoltà di raccogliere dati per i single, in quanto non essendoci un convivente che riporti le eventuali problematiche, essi rischiano di sottovalutare certi segnali ed essere quindi sottovalutati di conseguenza.

Come sempre, sono necessari studi ulteriori che stratifichino la popolazione e che suggeriscano un piano d’azione e prevenzione nel caso venisse confermato un legame tra single, aumentato rischio di insorgenza di demenza e contatto sociale e abitudini di vita, visti come fattori di rischio modificabili su cui agire in ambito socio-sanitario

http://jnnp.bmj.com/content/early/2017/10/30/jnnp-2017-316274

 

http://jnnp.bmj.com/content/89/3/231

 

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