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Intervista ad Andrea Filippini: riflessioni sulla comicoterapia e l'infermieristica teatrale.

Vincenzo Rauccidi
Vincenzo Raucci
Pubblicato il: 17/02/2019 vai ai commenti

Attualità

Abbiamo chiesto ad Andrea Filippini, Infermiere, editore, teatrante e responsabile scientifico del progetto formativo Infermieristica Teatrale, di parlarci di comicoterapia, clownterapia e di infermieristica teatrale.

 

Parto con il ringraziare la redazione per l’invito e approfitto per fare gli auguri di buon anno in ritardo a chi ci lavora e a chi la legge.

Essendo la domanda parecchio aperta, la prendo larga, parto dagli anni 70. Nei miei primi sei anni, non so quanto consapevolmente, ho deciso cosa fare della mia vita: a tre anni volevo fare l’infermiere, a quattro l’alpinista, a cinque l’attore e a sei il pilota di elicottero. A parte quest’ultimo sogno infranto ai tempi delle medie con l’arrivo degli occhiali, ho perseguito le altre strade, simultaneamente. Poi, piano piano, ho realizzato quanto si stavano contaminando a vicenda.

Diplomato infermiere a neanche 19 anni, dopo sei anni di dipartimento emergenza, nel 1996 iniziai a lavorare in Oncoematologia Pediatrica, luogo magico che mi cambiò la vita. Un gruppo di età media sotto i 30 anni alla continua ricerca dell’arte, assistenziale a lavoro e spesso anche nella vita privata; una caposala che tra le innumerevoli qualità aveva anche quella che faceva di tutto per venire incontro ai nostri impegni privati, alle nostre vite parallele, perché sapeva che poterle vivere ci avrebbe portato in ospedale sempre carichi e con il sorriso; tutte le altre figure professionali, della stessa caratura, i genitori e i parenti che ci hanno messo le loro creature nelle nostre mani con il massimo della fiducia e i bambini e bambine che ci hanno donato quotidianamente vere e bellissime lezioni di vita.

Tutto questo impennò l’energia e l’intensità della contaminazione teatr-o-spedale.

A metà degli anni duemila frequentai un percorso straordinario alla facoltà di Modena per ottenere il titolo di Laurea in Infermieristica e la tesi risultò l’occasione perfetta per creare un progetto: ipotizzai di dividere tutto il personale di un grande ospedale in due parti più simmetriche possibili, dove una parte avrebbe seguito un laboratorio di teatro per due anni e l’altra no. Obiettivo della tesi e della ricerca era dimostrare che chi fa teatro ha più strumenti per stare meglio. Qualche stagione più tardi mi laureai con la tesi intitolata: “Infermieri e comicoterapici, binomio impossibile? Progetto di un sogno”.

Aspettando di trovare l’ospedale che credesse in questa ricerca iniziai a proporre laboratori della durata di un giorno. Nel frattempo, in crisi con l’aziendalizzazione del luogo di cura e sempre in cerca di esperienze nuove, decisi e andai sei mesi a Lashkar Gah, nel sud dell’Afghanistan, nell’ospedale di una ONG. Un’esperienza che ha messo in discussione tutto me stesso e tutta la mia vita, cambiandola nel profondo.

Al mio ritorno, presi un lungo periodo di pausa per rimettere a posto i pezzi dell’anima infranta dalla guerra. Tutte le persone che incontravo mi facevano sempre le classiche domande (Com’e andata? Come stai? Com’e l’Afghanistan? Com’e la guerra?), alcune volte arrivavano a darmi qualche domanda/consiglio tipo Sarai seguito da qualcuno? Inizierai un percorso per farti aiutare?

Non avevo chiaro il motivo, quelle parole non mi tornavano e non era per una forma di mio pregiudizio mac’era qualcosa che non quadrava e il dubbio, con il tempo, prendeva forma. In neanchecinque minuti c’era già anamnesi, diagnosi e cura. La nostra società, che siamopoi noi, ci lascia “godere” le nostre emozioni? Ce le lascia vivere, anche quelle brutte?

Quanto siamo liberi di essere tristi? Quanto ci mettiamo ad etichettare la tristezza in depressione? Entusiasti in iperattivi, stanchi e deboli in malati, dubbiosi in paranoici? Notai una leggerezza nell’uso di termini così pieni di significato che non mi piacque affatto sia per interesse personale ma anche per interesse sociale; sembrava che dovessimo essere tutti malati per forza. E di conseguenza tutti da essere seguiti in un percorso terapeutico. Con questo non dico che non fosse indicato ma sicuramente una scelta così importante ha bisogno di tempo per essere metabolizzata e di serenità nel modo di affrontarla. Cosa non semplice di questi tempi, in cui sembra che non ci sia tempo per riposarsi, chi si ferma è perduto!

Così trovai rifugio come sempre nel teatro.

L’utilizzo, a mio parere insidioso, del termine terapia mi fece riflettere pure sul titolo della mia tesi: mi dava fastidio leggere terapia e la leggerezza con cui l’avevo usata.

Iniziò il processo interno e come metodo di giudizio usai l’approccio ad un testo teatrale: analisi del luogo e del periodo storico in cui ha vissuto l’autore, analisi della vita dell’autore, e quindi anche le sue motivazioni e intenzioni, analisi dell’eventuale periodo storico in cui si svolge il fatto (se diverso da quello dell’autore), poi comprensione del testo in generale prima e poi ogni vocabolo dopo, dando valore ad ogni singola parola.

Il termine terapia è per noi sanitari di uso comune, cito comunque il vocabolario online della Treccani.it: terapìa s. f. [dal gr. ϑεραπε?α]. – 1. In medicina, studio e attuazioneconcreta dei mezzi e dei metodi per combattere le malattie. 2. In botanica, t. vegetale, lo stesso che fitoterapia. 3. In usi fig., provvedimento o insieme di provvedimentiadottati, o auspicati, per risanare o restaurare opere e servizi pubblici, perporre rimedio a condizioni di dissesto o scadimento materiale oppure a situazionicomunque giudicate negative, soprattutto per la collettività (sotto l’aspetto sociale,politico, economico, morale, ecc.).

I sorrisi, così come le risate, la comicità e il buon umore, possono essere considerati terapia?

Parlando con Luca, un mio parente in sedia a rotelle dalla nascita, mi disse: “Qualcuno mi deve spiegare perché se tu vai a cavallo fai equitazione, mentre se ci vado io faccio Ippoterapia”.

Sorridere e ridere sono un istinto che abbiamo da sempre e da sempre è in cima alla piramide dei nostri bisogni, che noi siamo sani, diversamente sani o malati.

E sono anche un diritto, nel senso che ognuno deve potersi muovere e agire per perseguire il proprio istinto e il proprio bisogno (senza ovviamente togliere lo stesso diritto a qualcun altro). E sono pure un dovere. Sì, un dovere, perché, come diceva sempre una mia carissima collega, se non portiamo un sorriso in ospedale, che ci andiamo a fare?

Il risultato della lunga riflessione è che non ritenevo e ritengo tuttora giusto accostare questo istinto/bisogno/diritto/dovere, così importante della vita di ogni persona, ad un termine usato per contrastare una malattia. E visto che verba volant, le scripta devono essere chiare e non fraintendibili proprio perché manent. Per questo si modificò il nome del progetto e divenne Infermieristica Teatrale.

Poco dopo incontrai colleghi con percorsi simili e il progetto divenne collettivo con i medesimi obiettivi: la salute di chi si prende cura e la diffusione della cultura assistenziale nella società.

Così come la persona malata è al centro della cura, la persona che cura è al centro della nostra formazione. Noi cerchiamo di prenderci cura di chi si prende cura, fornire loro uno strumento ulteriore, quello teatrale, per vivere e metabolizzare meglio le emozioni forti e quotidiane, come persona, come professionista e come parte della collettività assistenziale. Le nostre residenze sono accreditate per le professioni sanitarie e non solo infermieristiche, proprio perché tutte dipendono tra loro e necessitano di comprendersi, contaminarsi e migliorarsi. Delle 20 persone partecipanti, in una percentuale minima, possono partecipare anche persone interessate pur non essendo figure sanitarie, proprio perché è importare raccontarsi, spiegarsi e permettere al mondo esterno di conoscerci, nei nostri pregi e nei nostri difetti, nelle nostre forze e pure nelle nostre debolezze, perché possiamo raccontarci che siamo l’élite dell’élite dell’élite assistenziale ma per l’immaginario collettivo noi siamo solo quello che viene raccontato su di noi, e non deve essere un granché visto che spesso le persone malate a nostro carico, facendoci un complimento, ci dicono che siamo molto meglio di quanto viene detto sulla sanità, un bellissimo e sempre gradito complimento basato su di un preconcetto indotto dai mass media. Per questo stesso motivo noi facciamo spettacoli e libri che ci raccontano, così magari un giorno qualcuno dopo ore di attesa in PS, vedendo due sanitari fuori in pausa, non li aggredisce ma magari offre loro pure il caffè, perché una pausa fatta bene ricarica a mille ma una pausa riconosciuta può fare miracoli.

Il tutto può riassumersi nel titolo della canzone “You’ll never walk alone” (mai camminerete soli), adottata dai tifosi del Liverpool e di altre squadre da cantare allo stadio per i loro beniamini. Noi, con licenza poetica, l’abbiamo cambiata in “You’ll never work alone” (mai lavorerete soli), proprio perché condividere il sogno assistenziale aiuta anche nei momenti più cupi in cui ci sentiremo soli. Perché assistere è un’arte, come diceva pure la buona Florence; e noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di aggiungere un mattone nella costruzione continua della più bella delle arti belle: prendersi cura, curare e comunicare con le persone bisognose.

 

PS: Mi accorgo ora di non aver risposto riguardo ai ClownDottori. Vero, non ho risposto, ma a pensarci non so davvero cosa dire. Conosco il clown come figura artistica, ho visto vari spettacoli a teatro, ho fatto alcuni laboratori nel mio percorso formativo, è un’arte bellissima, ma io non sono un clown, non ho le competenze, sarei semplicemente una brutta copia che fa male oltre che a sè stesso e a chi guarda, anche ai clown e al teatro. Per non parlare di farlo in ospedale, rischierei di far piangere se non arrabbiare persone che hanno già i loro di problemi (decisamente più importanti, gravi e complessi) e che magari l’ultima cosa che vogliono è vedersi entrare nella loro camera un clown, e per di più scarso!

 

Grazie e buona arte assistenziale!

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