Questo codice è un falso ideologico perché:
- mente sulla deontologia che sarebbe necessaria per risolvere i problemi degli infermieri
- mente sui problemi della professione
- mente sulle soluzioni possibili.

Esordisce così il Prof.re Ivan Cavicchi, sociologo ed esperto in politiche sanitarie, demolendo il nuovo Codice deontologico degli Infermieri, approvato il 13 Aprile 2019.

La stragrande maggioranza degli articoli è roba vecchia, molti sono culturalmente inguardabili, cioè veri e propri rottami concettuali del passato, e in ragione di ciò tante sono le aporie, le contraddizioni, le lacune. Nessun sforzo dico nessun sforzo di rinnovamento come se l’ordine fosse di volare il più basso possibile. Devo dire che la commissione, di cui non conosco la composizione, ha volato veramente basso, continua Cavicchi, che in maniera cruda afferma: con il nuovo codice la deontologia è morta, non c’è più.

Riportiamo di seguito gli articoli contestati e le ragioni delle riflessioni del prof.re Cavicchi.

Gli articoli ignoranti.
- si definisce l’infermiere in modo del tutto burocratico (iscritto all’ordine…) senza chiarire chi è (identità) cosa fa (ruolo) (art. 1) e la sua esclusività ontologica...dimenticando la grande regola “operari sequitur esse” le sue azioni il suo agire non sono mai garantiti da una definizione dell’essere infermiere (art. 2). Eppure i più grandi problemi di questa professione derivano proprio dalla negazione in un modo o nell’altro della sua identità.
 
- La “relazioni di cura” è scopiazzata dal codice dei medici ma senza risolverne le aporie. Cosa vuol dire che “il tempo di relazione è tempo di cura”? Significa un modo diverso di essere infermiere, cioè una modalità assistenziale diversa nei confronti della cura, o semplicemente una revisione delle piante organiche? (art. 5).
 
- Sulla cooperazione e collaborazione (art. 12) siamo al puro imbarazzo, bastava leggere il titolo 17 del lavoro di Trento per avere chiare le definizioni di “complementarietà reciproca”, e le distinzioni tra di “cooperazione” “collaborazione” ,”coordinazione”, ma anche per avere a disposizione nuove letture dei rapporti tra professioni come la definizione di “interazione cooperativa”, “complementarietà reciproca vicariante”, perfino le “eccezioni al ruolo” che alla Fnopi piacciono tanto,  e per non parlare della “coevoluzione interprofessionale”. E’ del tutto evidente che per la Fnopi, che propone la professione come un macrofago istigato a mangiare le competenze degli altri, non è interessante sviluppare dei rapporti cooperativi.
 
- Su tutti gli articoli sulla comunicazione e sull’informazione è meglio stendere un velo pietoso: chi ha scritto il codice ignora la cibernetica, la svolta linguistica del 900, confonde il senso con il significato, riduce la comunicazione ad un messaggio, e altre amenità di questo genere, per cui è la solita storia trita e ritrita.
 
- Stessa cosa a proposito di “relazione con il malato”: si riconferma, in questa società post in tutto, il più vieto paternalismo assistenziale, ma a parte questo ancora non si è capito che relazione vale come conoscenza e non può essere banalizzata a giustapposizione. Per la Fnopi il malato “archè” è solo una utopia. Eppure è proprio questo archè che oggi da a tutti del filo da torcere.
 
- Una menzione particolare merita l’art. 37 (linee guida e buone pratiche assistenziali) con il quale si definisce, alla faccia della professione intellettuale, l’infermiere come una trivial machine cioè, un operatore banale, che, per agire si limita ad attenersi alle linee guida, mostrando in questo modo di non conoscere né il dibattito sulle linee guida, né le problematiche delle evidenze, né le grandi contraddizioni dell’uso delle procedure, né la tragedia della medicina amministrata.
 
Gli articoli politici
Sono gli articoli che non fanno deontologia ma politica.
Il primo articolo” responsabilità nell’organizzazione” (art. 30) quello che i giornali hanno tradotto come “l’infermiere manager” fa sorridere per la sua ingenuità come se fosse possibile istituire nuovi ruoli professionali attraverso il codice deontologico
. Fa sorridere meno la velleità che si nasconde sotto questo articolo che dietro il verbo “partecipare” ad una funzione, nasconde il verbo, mai ammesso, che è “competere” con la funzione per la funzione cioè comandare.
 
Si tratta comunque di un articolo del tutto privo di fondamento deontologico
 
Il secondo riguarda la partecipazione al governo clinico (art. 32) se prima non si definisce cosa debba essere il governo clinico è difficile capire cosa voglia dire per un infermiere parteciparvi. Ma nel codice non c’è nessuna definizione. Se il governo clinico è inteso come si legge nel documento “A First Class Service: Quality in the new NHS” come “il sistema attraverso il quale le organizzazioni sanitarie si rendono responsabili per il miglioramento continuo dei loro servizi (omissis …)” è un conto, se al contrario si intende per governo clinico una esclusiva competenza medica, l’infermiere ad una competenza esclusiva di un'altra professione non può partecipare, al massimo può coadiuvare. La stessa cosa vale anche per lui, alle sue competenze esclusive, nessuna altra professione può partecipare.
 
Ma nel caso in cui si definisse la partecipazione al governo clinico come un concetto largo, non ha alcun senso per gli infermieri dargli un rilievo deontologico, perché l’intero sistema in ogni sua componente parteciperà alla sua definizione. Quindi anche l’Oss partecipa al governo clinico, e perfino il malato. L’ambiguità dell’art. 32 mi sembra del tutto funzionale al discorso delle competenze avanzate. Un codice serio dovrebbe evitare operazioni simili
 
Il terzo, a partire da una vera e propria “marchetta” che la deontologia Fnopi fa alla politica (art .52) al fine di rafforzare le proprie alleanze con le regioni a proposito di regionalismo differenziato contro gli ordini dei medici e le loro iniziative di difesa della deontologia (in particolare l’ordine di Bologna), in realtà, è un combinato disposto tra articoli, non pieno ma strapieno di contraddizioni:
- mi chiedo come è possibile abusando della deontologia fare una marchetta alla regione Emilia Romagna (art. 52) e nello stesso tempo sancire con l’art. 42 la libertà dell’infermiere da condizionamenti specificando, anche in modo molto autolesionista che, i condizionamenti da evitare riguardano “indebite pressioni di soggetti terzi tra cui persone di riferimento, altri operatori, imprese e associazioni”,
 
- mi chiedo ancora come si fa a stabilire con gli articoli 47 e 49, rispettivamente “l’obbligo del rispetto delle norme deontologiche” e la loro “natura vincolante”, e nello stesso tempo, permettere agli infermieri “impegnati in incarichi politico istituzionali nell’esercizio delle proprie funzioni” di essere liberi da vincoli anche nel caso in cui quello che fanno è platealmente contro la loro deontologia. (art. 52).
 
Sarebbe troppo facile infierire su queste clamorose stupidaggini, mi limito a prendere atto che nel codice commissionato dalla Fnopi ad una commissione di esperti, approvato da ben 102 presidenti la deontologia è morta, non c’è più.
 

 

Da Quotidiano Sanità