Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Antonietta Chiarizi, Concetta Di Biase e Cinelli Maurizio, infermieri.

I tre autori ripercorrono la storia normativa e concettuale dell'Infermiere di famiglia che,  da elemento sperimentale in alcune regioni potrebbe diventare con il prossimo Patto per la salute elemento strutturale e di sistema nel nostro Paese.

 

 

I profondi cambiamenti della professione infermieristica, in particolare dagli anni ‘90 ad oggi, hanno evidenziato un importante impatto sulla cultura professionale, sui livelli di responsabilità e sui confini di autonomia, i quali dovrebbero contribuire a modificare la consapevolezza del ruolo, dell'identità e della coscienza professionale, l'assetto delle organizzazioni sanitarie e l'immagine sociale.

 

Per gli infermieri questo si identifica con la capacità di trovare nel Profilo Professionale, nel Codice Deontologico e nell’ordinamento didattico spunti originali di riflessione e confronto in grado di offrire ulteriore slancio e vigore ad un esercizio professionale che, oggi, anche a fronte dei cambiamenti economici e sociali, trascina con sé un rischio del tutto evidente, quello di trascurare il paziente al di fuori dell'ospedale.

 

L’aumentata aspettativa di vita e l’aumento delle patologie croniche, così come l’aumento delle esigenze di salute hanno inciso sul modello ospedalocentrico e, ad oggi, si cercano soluzioni e setting alternativi all’ospedale per garantire una maggiore appropriatezza di intervento assistenziale.

 

Tutto ciò ha spostato, quindi, l’attenzione sul sistema territoriale promuovendo così quest’ultimo come sede primaria di cure.

 

Ed è proprio nell’ambito delle cure primarie che vengono individuati i ruoli e le competenze dell’infermiere, indispensabili per esercitare la professione. Vengono, inoltre, individuati i servizi a disposizione del cittadino sul territorio come l’assistenza domiciliare cioè la possibilità di fornire al domicilio dei pazienti interventi assistenziali ed educativi atti a mantenere il livello di benessere, salute e funzione; e l’ambulatorio infermieristico finalizzato alla presa in carico attiva dei pazienti con strategie di prevenzione e promozione della salute. È proprio in questo contesto che la politica della “Salute per Tutti” perseguita dell’OMS, assume un ruolo di cruciale importanza. In particolare, nel documento “The Family Health Nurse”, prodotto dall’OMS nel 2000, viene per la prima volta descritta una nuova figura professionale: l’infermiere di famiglia.

 

L’infermiere di famiglia è un professionista sanitario che progetta, attua, valuta interventi di promozione della salute, prevenzione delle malattie, educazione e formazione. È colui che si occupa dell’assistenza infermieristica all’individuo, alla famiglia e alla collettività. Da quando l’OMS ha istituito la figura dell’infermiere di famiglia, solo nel 2012 con il decreto Balduzzi, si è assistito a una riorganizzazione delle cure primarie. Lo stesso decreto, infatti, introduce di fatto la figura dell’infermiere di famiglia.

 

Questa norma propone il pieno riconoscimento della professione infermieristica come figura di riferimento per lo sviluppo e il potenziamento dei servizi territoriali.

 

Questa figura è chiamata ad offrire un significativo contributo nel perseguire gli obiettivi volti a promuovere e a conservare la salute della popolazione lungo tutto l’arco della vita. L’ infermiere di famiglia è quel professionista che opera in collaborazione con il Medico di Medicina Generale; la sua funzione primaria è quella di assicurare la continuità assistenziale sia in ambito domiciliare sia in quello ambulatoriale, fornendo tutti i servizi di maggiore richiesta degli utenti e diventando un punto di riferimento per la comunità in termini di informazione sanitaria, prevenzione e promozione della salute e accesso ai vari servizi a disposizione dei cittadini.

 

Il vero valore aggiunto alla professionalità e alla competenza infermieristica, sta nel rapporto che si instaura con le famiglie, cercando di dar vita ad un’azione educativa destinata ad implementare le capacità di autocura e di adattamento dei pazienti e della famiglia alla malattia cronica. Un altro aspetto importante di questa figura è il percorso formativo delineato sulla scorta del documento Health 21.

 

In numerosi atenei italiani sono attivi dei Master di 1° livello, per la formazione degli infermieri di famiglia, caratterizzati da un percorso formativo avanzato per l’acquisizione di competenze specifiche in merito al continuum assistenziale, comprese la promozione della salute, la prevenzione delle malattie, la riabilitazione e l’assistenza infermieristica all’individuo, alla famiglia e alla collettività. Il tirocinio formativo rappresenta un momento particolarmente delicato per il Master: consiste in alcune esperienze sul campo, durante le quali i tirocinanti sono affiancati a personale specializzato.

 

Nella realtà italiana questa figura non è stata ancora percepita nella sua totalità e soprattutto nelle sue potenzialità. In Italia, negli ultimi anni, si è lavorato molto per inserire questa figura nel Sistema Sanitario Nazionale, ma senza successo, se non a livello locale/regionale.

 

Le prime sperimentazioni dell’infermiere di famiglia sono avvenute tra il 2015 e il 2016 nelle regioni Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Puglia, Toscana, Lombardia. In quest’ultima regione, nel 2014 è sorto il primo ambulatorio dell’infermiere di famiglia. Nel 2016, invece, il Piemonte ha aderito al progetto europeo CoNSENSo, basato sull’infermiere di famiglia, figura chiave in grado di sostenere le persone anziane e le loro famiglie. Tutti gli anziani, presenti all’interno del territorio interessato dal progetto, vengono assegnati ad un infermiere di famiglia. Quest’ultimo effettua una valutazione complessiva dei bisogni di ogni singolo paziente, in collaborazione con il Medico di Medicina Generale, verifica i requisiti di sicurezza dell’abitazione, affronta eventuali problematiche sociali, garantisce la fornitura dei farmaci, facilita l’adozione di ausili, aiuta quindi gli anziani sani o malati che siano a vivere autonomamente presso il proprio domicilio il più a lungo possibile.

 

Una svolta importante si è avuta nel 2009, in Italia, infatti, è nata l’AIFeC (Associazione Infermieri di Famiglia e di Comunità) con l’obiettivo di promuovere e sviluppare i principi dell’assistenza sanitaria primaria basata sulla centralità del cittadino, l’ottimizzazione e la qualità degli interventi, nonché sul sostegno ai professionisti nelle attività di ricerca per l’evoluzione dell’assistenza sanitaria di base per l’individuo, per la famiglia e per la collettività.

 

L’Infermiere di Famiglia può gestire i processi infermieristici in ambito familiare e di comunità di riferimento e operare in collaborazione con il Medico di Medicina Generale, il Pediatra di libera scelta e l’équipe multiprofessionale per aiutare l’individuo e le famiglie a trovare le soluzioni ai bisogni di salute e gestire le malattie croniche e le disabilità. Poiché dopo la giusta diagnosi e la scelta della migliore terapia, il paziente ha assoluta necessità di essere seguito, guidato e aiutato nei suoi bisogni di salute. È altresì importante che si crei un team, una sinergia professionale a favore del paziente, una micro-equipe che sia in grado di farsi carico davvero del paziente h24 nel rispetto e nella complementarietà dei ruoli, competenze e funzioni di chi può assistere il paziente sul territorio, nella piena domiciliarietà.