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Infermieri, non è solo insonnia: il 64 per cento vive l'ansia di non riuscire a dormire

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 17/07/2026

Professione e lavoroStudi e analisi

 

Non riuscire a dormire è un problema. Ma anche preoccuparsi continuamente di non riuscire a farlo può diventare un fattore capace di alimentare insonnia, stanchezza e disagio psicologico.

È il fenomeno definito sleep worry, traducibile come preoccupazione o ansia legata al sonno: un insieme di pensieri ricorrenti, timori e anticipazioni negative sulla possibilità di addormentarsi, dormire abbastanza o recuperare prima del turno successivo.

Uno studio intitolato Sleep Worry Among Clinical Nurses: A Cross-Sectional Study, pubblicato in anteprima sull’American Journal of Nursing, ha analizzato la diffusione del problema tra gli infermieri clinici e i fattori professionali maggiormente associati. La ricerca ha coinvolto 285 professionisti impiegati in un grande ospedale urbano cinese tra giugno e novembre 2024. Nel campione, la prevalenza della preoccupazione per il sonno ha raggiunto il 64%, con un punteggio medio di 32,14 nella scala utilizzata dai ricercatori.

Le conclusioni individuano cinque principali fattori correlati: età, qualifica professionale, reparto di lavoro, anni di esperienza infermieristica e numero di turni notturni mensili. Particolarmente esposti risultano gli infermieri più giovani, con minore anzianità, appartenenti ai livelli professionali più bassi, impiegati in Terapia intensiva o Pronto soccorso e sottoposti a un maggior numero di notti.

Che cos’è la “sleep worry”

La preoccupazione per il sonno non coincide semplicemente con una notte insonne. Riguarda il timore anticipatorio di dormire poco o male e le conseguenze che questo potrebbe avere il giorno successivo. Il lavoratore può iniziare a controllare continuamente l’orologio, calcolare quante ore restano prima della sveglia, temere di non essere lucido durante il turno o preoccuparsi di commettere errori.

Questo meccanismo può generare un circolo vizioso:

  • il professionista teme di non dormire;
  • la preoccupazione aumenta l’attivazione fisica e mentale;
  • l’aumento dell’attivazione rende più difficile addormentarsi;
  • il sonno insufficiente conferma il timore iniziale;
  • l’ansia si ripresenta alla notte successiva.

Il risultato può essere una condizione nella quale il letto, invece di essere associato al recupero, diventa il luogo nel quale aumentano controllo, pensieri e tensione.

Il 64% degli infermieri coinvolti presenta preoccupazione per il sonno

La ricerca ha incluso complessivamente 285 infermieri clinici. Il livello di sleep worry è stato valutato attraverso una scala specificamente sviluppata e validata. Nel campione analizzato, quasi due infermieri su tre hanno presentato il fenomeno.

La percentuale non indica necessariamente la presenza di un disturbo del sonno diagnosticato, ma segnala una diffusione elevata di pensieri e preoccupazioni capaci di interferire con il riposo e con il benessere psicologico.

Gli autori sottolineano che la sleep worry è riconosciuta come un importante determinante della qualità del sonno, ma che la sua prevalenza tra gli infermieri clinici era stata finora studiata meno rispetto a insonnia, stanchezza e disturbo da lavoro a turni.

I cinque fattori associati

L’analisi statistica ha identificato cinque variabili significativamente associate alla preoccupazione per il sonno:

  1. età;
  2. qualifica o livello professionale;
  3. reparto di appartenenza;
  4. anni di esperienza infermieristica;
  5. numero di turni notturni svolti ogni mese.

Gli autori precisano che, trattandosi di uno studio trasversale, non è possibile stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto. I risultati mostrano associazioni, ma non consentono di concludere che una singola variabile provochi necessariamente il disturbo.

Più vulnerabili gli infermieri giovani

Gli infermieri più giovani sono risultati maggiormente esposti. All’inizio della carriera, il professionista deve adattarsi contemporaneamente a responsabilità cliniche, ritmi di lavoro, turnazioni, procedure e dinamiche organizzative. A questo si aggiungono spesso minore sicurezza decisionale e timore di commettere errori.

Un turno notturno può quindi non terminare realmente al momento dell’uscita dal reparto. Le situazioni affrontate, i dubbi sulle decisioni prese e l’anticipazione del turno successivo possono accompagnare il professionista anche a casa, rendendo più difficile il distacco mentale dal lavoro.

Il peso dell’anzianità e della qualifica professionale

Lo studio associa livelli più elevati di sleep worry anche a una minore esperienza professionale e a qualifiche inferiori. Gli infermieri con meno anni di servizio possono disporre di strategie di adattamento ancora in costruzione e di una minore familiarità con le situazioni cliniche complesse.

La qualifica professionale può inoltre riflettere il livello di autonomia, il riconoscimento organizzativo, le opportunità di carriera e la percezione di controllo sul proprio lavoro. Per questo gli autori suggeriscono non soltanto interventi sul sonno, ma anche:

  • formazione aggiuntiva;
  • percorsi chiari di avanzamento professionale;
  • tutoraggio;
  • sostegno psicologico;
  • maggiore supporto organizzativo.

Terapia intensiva e Pronto soccorso tra le aree più esposte

Il reparto di lavoro è risultato un altro fattore significativo. Gli infermieri impiegati in Terapia intensiva e Dipartimento di emergenza sembrano presentare un rischio maggiore rispetto ai colleghi di altre aree. Le ragioni possono essere ricondotte alle caratteristiche di questi contesti:

  • pazienti instabili;
  • elevata intensità assistenziale;
  • necessità di decisioni rapide;
  • esposizione frequente a eventi critici;
  • contatto con morte e sofferenza;
  • carichi emotivi elevati;
  • interruzioni continue;
  • responsabilità sulla sicurezza;
  • ritmi difficilmente prevedibili.

Il professionista può terminare il turno in uno stato di attivazione che non si interrompe automaticamente una volta lasciato l’ospedale. La mente continua a elaborare quanto accaduto, mentre il corpo deve tentare di passare rapidamente dalla vigilanza intensa al riposo.

Più turni notturni, maggiore preoccupazione

Il numero di turni notturni mensili rappresenta uno dei fattori più intuitivamente collegati al fenomeno. Il lavoro notturno altera il normale ritmo circadiano e costringe il lavoratore a dormire in orari nei quali l’organismo è biologicamente predisposto alla veglia.

Il sonno diurno può essere disturbato da luce, rumore, impegni familiari e obblighi quotidiani. Anche quando il numero complessivo di ore appare sufficiente, la qualità del recupero può risultare inferiore.

Le turnazioni irregolari possono inoltre rendere difficile stabilire una routine. Il corpo è costretto a continui adattamenti tra mattine, pomeriggi, notti e riposi, mentre il professionista può iniziare a preoccuparsi anticipatamente di non riuscire a recuperare.

Non è solo una questione di benessere individuale

La qualità del sonno degli infermieri non riguarda esclusivamente la salute del lavoratore. La privazione di sonno e la stanchezza possono influire su attenzione, memoria, tempi di reazione, capacità decisionale e gestione delle informazioni. La letteratura citata dagli autori collega il sonno insufficiente a possibili conseguenze sulla performance professionale e sulla sicurezza dei pazienti. La revisione bibliografica allegata allo studio comprende lavori sul rapporto tra qualità del sonno ed errori nella somministrazione dei farmaci, deficit di memoria e qualità dell’assistenza.

Gli stessi ricercatori raccomandano di approfondire in futuro il legame tra sleep worry, prestazioni lavorative e patient safety.

Il rischio del circolo tra paura dell’errore e difficoltà a dormire

Per un infermiere la preoccupazione per il sonno può assumere una forma specifica: non soltanto il timore di sentirsi stanco, ma quello di non essere sufficientemente lucido per assistere i pazienti.

La sequenza può diventare particolarmente insidiosa:

  • il lavoratore teme di dormire poco;
  • teme che la stanchezza possa causare un errore;
  • l’ansia aumenta la difficoltà di addormentamento;
  • il mancato riposo incrementa realmente la stanchezza;
  • il timore di sbagliare aumenta ancora.

Interrompere questo meccanismo richiede quindi interventi sia individuali sia organizzativi.

Le soluzioni non possono ricadere soltanto sull’infermiere

Raccomandare genericamente di “dormire di più” rischia di spostare sul singolo la responsabilità di un problema legato anche all’organizzazione del lavoro. Gli autori suggeriscono interventi mirati soprattutto per le categorie più vulnerabili, comprendendo:

  • sostegno psicologico;
  • formazione e sviluppo di competenze;
  • percorsi professionali chiari;
  • ottimizzazione della turnistica;
  • maggiore flessibilità organizzativa;
  • reali pause di riposo e per il pasto.

Nel documento viene sottolineata l’importanza, per gli infermieri impegnati nei turni notturni o rotanti, di poter richiedere e utilizzare formule di programmazione più flessibili, insieme a pause effettivamente fruibili durante il servizio.

Ottimizzare la turnistica

Una programmazione più rispettosa del recupero dovrebbe evitare, per quanto possibile:

  • sequenze eccessive di notti;
  • rientri ravvicinati;
  • cambi rapidi tra notte e mattina;
  • riposi insufficienti;
  • turnazioni imprevedibili;
  • prolungamenti frequenti dell’orario;
  • modifiche dell’ultimo momento.

La flessibilità non dovrebbe significare soltanto disponibilità del lavoratore ad adattarsi alle esigenze del servizio, ma anche capacità dell’organizzazione di considerare bisogni personali, cronotipo, età, condizioni di salute e carichi familiari.

Sostegno psicologico e medicina del sonno

Gli autori propongono una collaborazione tra management infermieristico, psicologi ed esperti di medicina del sonno per sviluppare modelli multidimensionali di tutela della salute degli operatori.

Gli interventi potrebbero includere:

  • screening periodici;
  • consulenze specialistiche;
  • programmi per la gestione dell’ansia;
  • educazione sul sonno;
  • tecniche cognitive e comportamentali;
  • percorsi dedicati agli infermieri neoassunti;
  • supporto dopo eventi clinici particolarmente traumatici.

L’obiettivo non è medicalizzare ogni difficoltà di riposo, ma intercettare precocemente le situazioni che rischiano di diventare persistenti.

Intelligenza artificiale e monitoraggio personalizzato

Tra le prospettive indicate figura anche l’utilizzo di sistemi di monitoraggio del sonno basati sull’intelligenza artificiale. Dispositivi indossabili e strumenti digitali potrebbero raccogliere dati reali sui ritmi di riposo degli infermieri, consentendo di analizzare il rapporto tra turni, durata del sonno, risvegli e recupero. L’integrazione di questi dati in sistemi di analisi avanzata potrebbe favorire interventi personalizzati.

Una simile applicazione richiede però particolare cautela. I dati relativi al sonno sono informazioni sanitarie e non dovrebbero essere utilizzati per controllare o penalizzare i lavoratori. Qualunque progetto dovrebbe prevedere consenso, riservatezza, finalità chiare e separazione tra tutela della salute e valutazione della performance.

I limiti dello studio

Gli autori segnalano alcuni limiti che impongono prudenza nell’interpretazione. La ricerca è stata condotta in un’unica struttura e su un campione relativamente contenuto. I risultati non possono quindi essere automaticamente estesi a tutti gli infermieri o a sistemi sanitari differenti.

Lo studio non ha inoltre valutato alcune variabili potenzialmente rilevanti, come:

  • resilienza psicologica individuale;
  • sostegno familiare;
  • cultura organizzativa;
  • qualità delle relazioni nel gruppo;
  • carico assistenziale reale;
  • durata complessiva del sonno;
  • eventuali disturbi già diagnosticati.

La natura trasversale non permette infine di stabilire relazioni causali. Non è possibile sapere, ad esempio, se l’elevato numero di turni notturni generi direttamente sleep worry o se intervengano altri fattori.

Saranno necessari studi multicentrici, campioni più ampi e ricerche longitudinali o interventistiche.

La traduzione delle conclusioni dello studio

Nelle conclusioni, gli autori scrivono:

Lo studio ha evidenziato un’elevata prevalenza della preoccupazione legata al sonno tra gli infermieri clinici e ha identificato cinque fattori influenti: età, qualifica professionale, reparto di lavoro, anni di esperienza infermieristica e numero di turni notturni al mese.

I ricercatori aggiungono che sono essenziali interventi mirati per gli infermieri:

  • più giovani;
  • con qualifiche professionali inferiori;
  • impiegati in Terapia intensiva o Pronto soccorso;
  • con minore anzianità;
  • sottoposti a un maggior numero di notti.

Tali interventi dovrebbero comprendere supporto psicologico, ulteriore formazione, chiari percorsi di avanzamento di carriera e una migliore organizzazione della turnistica.

 

 

Il sonno degli infermieri è una questione organizzativa

Il risultato più rilevante dello studio non è soltanto la percentuale del 64%. È l’indicazione che la preoccupazione per il sonno non può essere trattata esclusivamente come una fragilità individuale. Età, reparto, anzianità, qualifica e numero di notti sono elementi strettamente collegati all’organizzazione del lavoro.

Questo significa che la risposta deve coinvolgere direzioni sanitarie, coordinatori, servizi di prevenzione, medicina del lavoro e rappresentanze professionali. La tutela del sonno richiede organici adeguati, turni sostenibili, pause reali e una cultura che non consideri la stanchezza una componente inevitabile della professione. Perché un infermiere che riposa meglio non è soltanto un lavoratore più tutelato. È un professionista nelle condizioni di assistere con maggiore lucidità, attenzione e sicurezza.

 

da: Zhou, X, Wang, X. Sleep Worry Among Clinical Nurses: A Cross-Sectional Study. [published online ahead of print July 1, 2026]. Am. J. Nurs.. Available from: Journals@Ovid Full Text at https://ovidsp.ovid.com/ovidweb.cgi?T=JS&PAGE=reference&D=ovftz6&NEWS=N&AN=00000446-900000000-99713. Accessed July 17, 2026.