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Carcere di Foggia senza medico nel turno pomeridiano: infermieri soli davanti alle urgenze

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 20/07/2026

AttualitàCronache sanitarie

 

Una presunta grave criticità organizzativa e assistenziale sarebbe emersa il 19 luglio 2026 all’interno dell’Area sanitaria della Casa circondariale di Foggia, dove il turno pomeridiano sarebbe rimasto privo della prevista copertura medica.

A segnalarlo è un gruppo di infermieri in servizio, che ha trasmesso una relazione urgente al direttore generale dell’ASL Foggia, alla direzione del servizio penitenziario, al dirigente sanitario e al coordinatore infermieristico.

Secondo quanto riportato nel documento, durante il turno compreso tra le 14 e le 21 non sarebbe stato presente alcun medico di presidio e non sarebbe stato individuato un professionista sostitutivo.

Il personale infermieristico si sarebbe così trovato a garantire l’assistenza sanitaria all’interno dell’istituto senza il supporto medico previsto, affrontando situazioni cliniche complesse in un contesto già caratterizzato da specifiche criticità organizzative, logistiche e di sicurezza.

La relazione urgente inviata ai vertici dell’ASL

Gli infermieri avrebbero deciso di formalizzare l’accaduto attraverso una relazione indirizzata ai principali responsabili sanitari e organizzativi. La comunicazione non avrebbe avuto soltanto lo scopo di ricostruire gli eventi, ma anche quello di chiedere una verifica immediata sulle cause che avrebbero determinato l’assenza del medico e sulla mancata attivazione di una sostituzione.

Nel documento, il personale avrebbe evidenziato l’assenza del medico incaricato, la mancata individuazione di un sostituto, l’impossibilità di ottenere una valutazione medica interna, la necessità di attivare servizi esterni e il conseguente aumento del rischio clinico e organizzativo.

La relazione chiede inoltre che la segnalazione venga acquisita formalmente agli atti, anche a tutela dei professionisti coinvolti, i quali dichiarano di avere operato esclusivamente nell’interesse della salute delle persone detenute e nel rispetto del proprio profilo professionale.

Un detenuto con sospetto trauma cranico e stato confusionale

Tra gli episodi più rilevanti segnalati figurerebbe quello relativo a un detenuto che avrebbe presentato un trauma cranico recente, associato a stato confusionale e difficoltà nell’eloquio.

Si tratta di sintomi che possono richiedere una tempestiva valutazione clinica per escludere complicanze neurologiche e stabilire la necessità di approfondimenti diagnostici urgenti. In presenza di un trauma cranico, alterazioni dello stato di coscienza, disorientamento e difficoltà nel linguaggio rappresentano elementi che impongono particolare attenzione, soprattutto quando il paziente si trova in una struttura nella quale l’accesso ai servizi ospedalieri dipende da procedure organizzative e di sicurezza più complesse rispetto a quelle ordinarie.

Gli infermieri, non disponendo di un medico all’interno dell’istituto, avrebbero quindi tentato di attivare le risorse esterne disponibili.

Il primo tentativo con la Continuità assistenziale

Secondo la relazione, il personale avrebbe inizialmente richiesto l’intervento della Guardia medica, oggi denominata servizio di Continuità assistenziale. La risposta ricevuta sarebbe stata negativa, poiché la situazione segnalata non sarebbe stata ritenuta di competenza del servizio. Questo passaggio avrebbe ulteriormente complicato la gestione dell’evento, lasciando gli infermieri senza una valutazione medica interna e senza il supporto della Continuità assistenziale.

A quel punto sarebbe stato attivato il 118.

Anche le ambulanze sarebbero arrivate senza medico

Le ambulanze intervenute all’interno della struttura sarebbero risultate prive di medico a bordo. Il dato, se confermato, non implica necessariamente un’anomalia del servizio di emergenza territoriale, poiché l’organizzazione dei mezzi può prevedere equipaggi differenti in base alla classificazione dell’intervento e alla disponibilità territoriale.

Nel caso specifico, però, la circostanza avrebbe lasciato ancora una volta il personale infermieristico senza una valutazione medica immediatamente disponibile sul posto. Gli infermieri avrebbero quindi continuato a garantire assistenza e sorveglianza clinica, operando nei limiti delle proprie competenze e applicando i protocolli previsti, fino alla presa in carico da parte del personale dell’emergenza territoriale.

Il trasferimento al Policlinico di Foggia

Alcuni detenuti avrebbero rifiutato il trasferimento in ospedale. Il paziente con sospetto trauma cranico sarebbe stato invece trasferito al Pronto soccorso del Policlinico di Foggia, dove avrebbe potuto ricevere una valutazione medica e gli eventuali accertamenti diagnostici necessari. Il trasferimento avrebbe rappresentato la soluzione finale a una situazione che, secondo i professionisti, avrebbe dovuto essere gestita inizialmente con la presenza del medico assegnato al presidio sanitario penitenziario.

Gli infermieri: garantita l’assistenza nei limiti delle competenze

La relazione sottolineerebbe che gli infermieri hanno continuato a operare esclusivamente nell’interesse della salute delle persone detenute e nel rispetto del proprio profilo professionale. Questo passaggio appare particolarmente rilevante perché distingue la responsabilità assistenziale infermieristica dalla valutazione, diagnosi e prescrizione di competenza medica.

Gli infermieri possono rilevare i parametri vitali, effettuare la valutazione infermieristica, riconoscere segni e sintomi di deterioramento, applicare protocolli e procedure, attivare i percorsi di emergenza, garantire sorveglianza e assistenza, documentare quanto osservato e comunicare la situazione agli altri professionisti.Non possono però essere chiamati a sostituire strutturalmente la figura medica quando questa è prevista dall’organizzazione del servizio.

Il rischio di uno sconfinamento imposto dall’organizzazione

Quando manca il professionista titolare di specifiche competenze, il problema non riguarda soltanto la carenza di personale.

Si crea il rischio che gli altri operatori presenti vengano spinti, anche implicitamente, ad assumere decisioni che eccedono il proprio ambito professionale.

In questi casi, documentare la situazione e attivare i livelli gerarchici rappresenta una misura fondamentale sia per la sicurezza del paziente sia per la tutela del lavoratore.

La relazione formale serve infatti a dimostrare quali risorse fossero disponibili, quali professionisti risultassero assenti, quali richieste di supporto siano state effettuate, quali risposte siano state ricevute e quali decisioni siano state adottate dal personale presente.

Un elevato rischio organizzativo e assistenziale

Secondo gli infermieri, l’assenza della copertura medica avrebbe prodotto un significativo aumento del rischio clinico e organizzativo.

Il rischio organizzativo deriva dall’impossibilità di garantire il modello assistenziale programmato e dalla necessità di ricorrere a soluzioni esterne non sempre immediatamente disponibili.

Il rischio assistenziale riguarda invece la possibilità che una condizione clinica urgente non venga valutata con la tempestività necessaria.

In una struttura penitenziaria questo rischio può essere ulteriormente aggravato dai tempi richiesti per le procedure di sicurezza, dalla difficoltà nell’accesso diretto ai servizi ospedalieri, dalla necessità di accompagnamento e sorveglianza, dalla limitata disponibilità di mezzi e dalla presenza di persone con patologie croniche, disturbi psichiatrici o dipendenze.

La continuità della presenza sanitaria rappresenta quindi un elemento essenziale dell’organizzazione penitenziaria.

La richiesta di individuare cause e responsabilità

Gli infermieri chiedono che venga avviata un’approfondita verifica interna. L’accertamento dovrebbe chiarire perché il medico non fosse presente, se l’assenza fosse stata comunicata, quali procedure fossero previste per la sostituzione, perché non sia stato individuato un sostituto, chi avesse la responsabilità di garantire la copertura e se siano state rispettate le disposizioni aziendali.

La richiesta di verifica non equivale all’attribuzione automatica di responsabilità. Spetterà all’ASL e alle direzioni competenti ricostruire formalmente la catena organizzativa, acquisire le dichiarazioni degli operatori e verificare turni, comunicazioni e disposizioni di servizio.

La relazione come strumento di tutela professionale

I firmatari chiedono che il documento venga acquisito agli atti quale segnalazione formale della criticità. Questo passaggio assume una duplice funzione. Da una parte consente all’amministrazione di conoscere ufficialmente il problema e di adottare eventuali misure correttive.

Dall’altra tutela gli infermieri, attestando che il personale ha segnalato tempestivamente l’assenza del medico, ha richiesto supporto e ha operato nei limiti consentiti. In materia di sicurezza delle cure, la tracciabilità delle segnalazioni è fondamentale.

Un problema non documentato rischia di rimanere invisibile. Un problema formalmente comunicato obbliga invece l’organizzazione a prenderne atto e a valutarne le conseguenze.

Sanità penitenziaria, un contesto assistenziale ad alta complessità

La vicenda riporta l’attenzione sulle condizioni della sanità penitenziaria, un settore nel quale l’assistenza deve conciliare tutela della salute e regole di sicurezza. Le persone detenute conservano il diritto a ricevere cure appropriate e tempestive, secondo i principi garantiti dal Servizio sanitario nazionale.

All’interno delle carceri, tuttavia, l’accesso all’assistenza è condizionato da vincoli che non esistono nei normali contesti territoriali. Il detenuto non può recarsi autonomamente in un ambulatorio, contattare liberamente il proprio medico o raggiungere il Pronto soccorso. L’intero percorso dipende dall’organizzazione interna, dalla disponibilità dei professionisti e dal coordinamento tra amministrazione penitenziaria, ASL e servizi di emergenza.

La presenza del medico non è un elemento accessorio

In un presidio sanitario penitenziario, la copertura medica non può essere considerata un elemento secondario. Il medico è necessario per valutare condizioni acute, formulare diagnosi, prescrivere terapie, decidere trasferimenti, gestire patologie croniche instabili, intervenire in caso di urgenze psichiatriche e collaborare con il personale infermieristico.

L’assenza può generare ritardi, trasferimenti potenzialmente evitabili e un uso improprio dei servizi di emergenza esterni. Può inoltre aumentare la pressione sugli infermieri, chiamati a gestire l’attesa e a mantenere sotto controllo pazienti potenzialmente instabili.

Continuità assistenziale e responsabilità dell’organizzazione

Il punto centrale non è stabilire se gli infermieri abbiano saputo affrontare l’emergenza.

Secondo la relazione, avrebbero attivato tutti i canali disponibili e garantito l’assistenza fino al trasferimento del paziente.

La domanda riguarda invece l’assetto organizzativo: perché un turno sanitario in una struttura complessa sarebbe rimasto senza medico e senza una sostituzione programmata?

La continuità assistenziale non può dipendere esclusivamente dall’iniziativa del personale presente.

Deve essere garantita attraverso turni completi, procedure di sostituzione, reperibilità effettiva, contatti chiari, protocolli condivisi con il 118, accordi con la Continuità assistenziale e le strutture ospedaliere, nonché sistemi di escalation verso i responsabili.

Quando queste misure non funzionano, il rischio viene trasferito dal sistema ai singoli professionisti.

Infermieri esposti a un aggravio improprio di responsabilità

L’assenza del medico avrebbe determinato, secondo la segnalazione, un significativo aggravio di responsabilità per gli infermieri. Il termine non implica necessariamente che siano state assunte competenze non proprie. Indica piuttosto la pressione derivante dal dover gestire, in assenza del supporto previsto, situazioni nelle quali ogni scelta può avere conseguenze cliniche e legali.

Il professionista deve contemporaneamente assistere il paziente, riconoscere il livello di urgenza, cercare un medico, contattare i servizi esterni, documentare ogni passaggio, coordinarsi con la Polizia penitenziaria, gestire eventuali rifiuti al trasferimento e sorvegliare gli altri detenuti assistiti. Un carico che rischia di compromettere la sicurezza e di aumentare stress, conflittualità e possibilità di errore.

Il rifiuto del trasferimento e la necessità di documentare

La relazione riferisce che alcuni detenuti avrebbero rifiutato il trasferimento in ospedale. Anche questo aspetto richiede una gestione particolarmente accurata. Il rifiuto deve essere espresso da una persona capace di comprendere, preceduto da informazioni sui rischi, adeguatamente documentato e gestito secondo le procedure aziendali. In assenza di un medico, la situazione diventa ancora più delicata, perché la valutazione della capacità decisionale e delle conseguenze cliniche può richiedere competenze non esclusivamente infermieristiche.

Il diritto alla salute non si ferma davanti alle mura del carcere

La Costituzione tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, senza distinzioni legate alla condizione giuridica. La persona detenuta mantiene quindi il diritto a ricevere prestazioni sanitarie appropriate, continue e tempestive.

La privazione della libertà non può tradursi in una riduzione dell’accesso alle cure. Per garantire questo principio servono organici adeguati, continuità medica e infermieristica, accesso agli specialisti, gestione delle emergenze, percorsi diagnostici e integrazione tra carcere e territorio. Ogni carenza organizzativa può avere conseguenze più gravi proprio perché la persona detenuta dipende interamente dall’istituzione per ottenere assistenza.

Una vicenda che richiede accertamenti formali

Le circostanze descritte derivano dalla relazione attribuita al personale infermieristico e dovranno essere verificate dalle autorità e dalle direzioni competenti. Sarà necessario accertare se il medico fosse effettivamente assente per l’intero turno, se fosse stata prevista una sostituzione, se il personale avesse correttamente attivato tutti i servizi, se le procedure aziendali fossero adeguate e se l’episodio rappresenti un caso isolato o una criticità ricorrente.

Fino alla conclusione degli accertamenti, è necessario mantenere una formulazione prudente e distinguere i fatti già documentati dalle circostanze ancora da confermare.

La sicurezza degli operatori coincide con la sicurezza dei pazienti

La vicenda mostra ancora una volta che tutelare i professionisti non significa contrapporre le loro esigenze a quelle delle persone assistite. Un infermiere lasciato solo di fronte a situazioni che richiedono integrazione medica è un professionista esposto a un rischio maggiore. Ma è anche il segnale di un sistema nel quale il paziente potrebbe non ricevere tempestivamente la risposta più appropriata.

Garantire la copertura dei turni significa tutelare i detenuti, proteggere gli infermieri, ridurre il ricorso improprio al 118, evitare trasferimenti tardivi, assicurare appropriatezza e limitare il rischio clinico.

Gli infermieri chiedono ora una risposta organizzativa concreta, non soltanto una ricostruzione dell’accaduto. La priorità è impedire che un presidio sanitario penitenziario possa nuovamente trovarsi privo della figura medica prevista, lasciando il personale infermieristico a gestire da solo situazioni potenzialmente tempo-dipendenti.

 

comunicato stampa: Infermieri di Capitanata