Fakir muore durante l’intervento: chi erano davvero i soccorritori presenti sulla scena?
La Procura di Bologna avrebbe avviato accertamenti sull’intera sequenza dell’intervento del 19 luglio, comprendendo anche quattro operatori arrivati con l’ambulanza. La loro presenza non consentirebbe però di definirli automaticamente “sanitari”: resterebbero da chiarire qualifiche, formazione, composizione dell’equipaggio, tempi di intervento e condizioni di sicurezza della scena. Nessuna responsabilità potrebbe essere attribuita prima degli esami medico-legali e della ricostruzione completa dei fatti.
Non soltanto l’azione dei due agenti di polizia, ma anche il comportamento delle persone arrivate con l’ambulanza potrebbe entrare nella ricostruzione della morte di Abderrahim Fakir, avvenuta il 19 luglio 2026 in via Svevo, nel quartiere Pilastro di Bologna.
La Procura, guidata da Paolo Guido, avrebbe disposto l’iscrizione di un procedimento nel registro denominato modello 45-bis, relativo alle annotazioni preliminari, nei confronti delle persone coinvolte nelle diverse fasi del prolungato intervento. Tra queste figurerebbero due poliziotti e quattro operatori delle ambulanze. Al momento, tuttavia, non risulterebbero indagati nel significato ordinario del termine e l’iscrizione avrebbe principalmente la funzione di consentire gli accertamenti con le garanzie previste dalla nuova disciplina.
La Procura avrebbe precisato che l’indagine dovrebbe riguardare l’intero sviluppo della vicenda, temporalmente più ampio rispetto alle immagini circolate in rete. Il filmato rappresenterebbe quindi soltanto una parte della scena e non permetterebbe, da solo, di stabilire la sequenza completa degli eventi, le condizioni cliniche dell’uomo, le comunicazioni intercorse e le responsabilità individuali.
Quattro operatori dell’ambulanza, ma la loro qualifica resterebbe da accertare
Il punto più delicato, dal punto di vista sanitario, riguarderebbe l’identità professionale delle quattro persone indicate come operatori dell’ambulanza.
In molte ricostruzioni giornalistiche e nei commenti diffusi sui social sarebbero stati definiti genericamente “sanitari”. Questa qualificazione, però, non potrebbe essere data per certa soltanto sulla base della presenza di un mezzo di soccorso, dell’uniforme indossata o dell’appartenenza alla Croce Rossa.
Un equipaggio di ambulanza potrebbe infatti essere composto, a seconda dell’organizzazione territoriale e del livello assistenziale del mezzo, da medici, infermieri, autisti-soccorritori o volontari. La formazione, le competenze e le responsabilità potrebbero quindi variare in modo considerevole.
Prima di valutare la condotta sarebbe necessario sapere se sull’ambulanza fosse presente un medico, un infermiere oppure soltanto personale soccorritore. Dovrebbe inoltre essere chiarito se gli operatori fossero dipendenti o volontari, quale abilitazione possedessero, quale formazione avessero ricevuto sulla rianimazione cardiopolmonare e quali protocolli fossero applicabili al tipo di mezzo inviato. Senza questi elementi, utilizzare indistintamente il termine personale sanitario rischierebbe di attribuire qualifiche e doveri professionali che non sarebbero ancora stati verificati.
Essere soccorritori non significherebbe necessariamente essere professionisti sanitari
La distinzione non sarebbe puramente terminologica. Un medico e un infermiere sarebbero professionisti sanitari iscritti ai rispettivi Ordini e titolari di specifiche competenze cliniche e responsabilità. Un soccorritore volontario potrebbe invece essere formato alle manovre di primo soccorso e all’utilizzo del defibrillatore, ma non possederebbe necessariamente un titolo sanitario né competenze di valutazione clinica avanzata.
Questo non significherebbe che un volontario non abbia obblighi di intervento. Significherebbe, piuttosto, che la valutazione della sua condotta dovrebbe essere rapportata alla formazione effettivamente posseduta, ai protocolli ricevuti, al ruolo assegnato nell’equipaggio e alla situazione concreta.
La presenza della divisa della Croce Rossa non permetterebbe quindi, da sola, di sapere se le persone riprese fossero infermieri, operatori sanitari qualificati o volontari addestrati al soccorso di base. La Croce Rossa di Bologna, nella propria replica, avrebbe parlato infatti di soccorritori, sostenendo che sarebbero rimasti in attesa di poter intervenire e che avrebbero iniziato l’assistenza quando la scena sarebbe stata resa disponibile dalle forze dell’ordine.
La richiesta al 118 sarebbe partita per una presunta crisi psichiatrica
Secondo i primi accertamenti riportati, gli agenti avrebbero richiesto l’intervento del 118 segnalando una persona in possibile crisi psichiatrica.
La chiamata iniziale avrebbe quindi potuto determinare l’invio di un mezzo configurato per un’assistenza di base e non necessariamente di un’ambulanza medicalizzata. Questo aspetto sarebbe decisivo, perché la centrale operativa assegnerebbe le risorse sulla base delle informazioni disponibili al momento della richiesta. Se la situazione fosse stata classificata inizialmente come agitazione o crisi comportamentale e non come arresto cardiaco, grave difficoltà respiratoria o perdita di coscienza, la composizione dell’equipaggio potrebbe essere stata differente da quella necessaria per un’emergenza cardiocircolatoria avanzata. Resterebbe da accertare quando le condizioni dell’uomo sarebbero cambiate, chi avrebbe rilevato per primo la perdita di coscienza, quali comunicazioni sarebbero state trasmesse alla centrale e se fosse stato richiesto un mezzo con competenze avanzate.
Il video mostrerebbe soltanto una porzione dell’intervento
Le immagini diffuse online mostrerebbero Fakir immobilizzato a terra dagli agenti e la presenza di alcuni operatori nelle vicinanze. Nel filmato l’uomo chiederebbe ripetutamente aiuto, per poi non rispondere più. Quelle immagini avrebbero comprensibilmente generato interrogativi sulla tempestività dei soccorsi. Non permetterebbero però di stabilire con certezza il momento esatto dell’arresto cardiaco, la presenza o assenza di polso, la qualità della respirazione, le indicazioni ricevute dai soccorritori o le condizioni di accesso al paziente.
La stessa Procura avrebbe sottolineato che i fatti sarebbero più estesi rispetto alla registrazione circolata in rete e che dovrebbero essere valutati attraverso tutti i video disponibili, comprese le immagini degli apparati in uso alle forze di polizia, le registrazioni delle chiamate, le testimonianze e gli accertamenti medico-legali.
Quando la scena avrebbe potuto considerarsi sicura?
La Croce Rossa avrebbe sostenuto che gli operatori non avrebbero potuto intervenire mentre l’uomo era ancora fisicamente controllato dagli agenti e che l’assistenza sarebbe iniziata quando sarebbe stato consentito l’accesso. La questione centrale sarebbe quindi stabilire in quale momento la scena potesse essere considerata sufficientemente sicura per permettere ai soccorritori di avvicinarsi.
Nei contesti caratterizzati da agitazione, violenza o rischio per gli operatori, il personale di soccorso potrebbe essere tenuto ad attendere la messa in sicurezza da parte delle forze dell’ordine. Tuttavia, una persona immobilizzata, progressivamente non responsiva o apparentemente priva di respiro efficace potrebbe richiedere una rivalutazione immediata della priorità clinica.
Gli accertamenti dovrebbero chiarire se gli operatori avessero chiesto di accedere, se fossero stati invitati ad attendere, se avessero osservato segnali di deterioramento e se vi fosse stato un momento nel quale l’intervento sarebbe potuto iniziare prima.
Non sarebbe corretto stabilirlo esclusivamente guardando una ripresa da un’unica angolazione.
Le accuse di omissione di soccorso resterebbero opinioni da verificare
L’associazione Nessuno Tocchi Ippocrate, sul canale social ha espresso una posizione estremamente critica, sostenendo che i soccorritori sarebbero rimasti inattivi per alcuni minuti e che le manovre di rianimazione avrebbero dovuto iniziare prima.
Secondo tale ricostruzione, una volta che l’uomo sarebbe stato immobilizzato e avrebbe perso conoscenza, la scena avrebbe potuto considerarsi accessibile e sarebbe stato necessario iniziare immediatamente la rianimazione cardiopolmonare.
Per stabilire se vi sia stato un ritardo e se questo abbia avuto rilevanza causale, sarebbe necessario conoscere le reali condizioni di Fakir in ogni fase, i tempi delle chiamate, il momento della perdita di coscienza e la possibilità concreta degli operatori di iniziare le manovre, e questo sarà la magistratura a stabilirlo.
È comunque comprensibile la rabbia che avrebbe spinto i rappresentanti di Nessuno Tocchi Ippocrate a usare parole durissime, arrivando a definire «schifosa» la lentezza con cui il personale della Croce Rossa si sarebbe preparato a intervenire quando, secondo la loro lettura delle immagini, Fakir sarebbe già stato in condizioni disperate.
Davanti alla scena a cui abbiamo assistito è difficile non provare sgomento, dolore e persino un moto di repulsione. Ma proprio nei casi che suscitano una reazione emotiva così forte è necessario ricordare un principio essenziale: i processi non possono e non devono celebrarsi sui social. Le immagini sollevano domande legittime, ma l’accertamento dei fatti, delle qualifiche degli operatori, dei tempi di intervento e delle eventuali responsabilità spetta alla magistratura, sulla base dell’intera ricostruzione e non di un singolo frammento video.
Il saturimetro non basterebbe per stabilire che cosa sia accaduto
Nei commenti al video sarebbe stata contestata anche l’eventuale applicazione di un saturimetro quando l’uomo sarebbe già apparso privo di coscienza.
In caso di arresto cardiaco, il saturimetro non sarebbe lo strumento sul quale basare la valutazione iniziale. La priorità sarebbe verificare la responsività, la respirazione e i segni di circolo, attivando le manovre rianimatorie e il defibrillatore quando indicato.
Anche in questo caso, però, le immagini non chiarirebbero se il dispositivo fosse stato utilizzato come unico intervento, come parte di una valutazione più ampia oppure in un momento precedente all’accertamento dell’arresto. Dovrebbe essere inoltre verificato chi lo avrebbe applicato e quale livello di addestramento possedesse.
Il modello dell’emergenza territoriale potrebbe aver inciso sulla risposta
La vicenda potrebbe riportare l’attenzione sulla composizione degli equipaggi del soccorso territoriale. Non tutte le ambulanze sarebbero medicalizzate e non tutte avrebbero necessariamente un infermiere a bordo. In numerose realtà, i mezzi di base sarebbero affidati a soccorritori formati, spesso appartenenti ad associazioni convenzionate o organizzazioni di volontariato.Questo sistema consentirebbe una copertura capillare del territorio, ma renderebbe indispensabili protocolli chiari, addestramento uniforme e disponibilità rapida di mezzi avanzati quando le condizioni cliniche peggiorano. Nel caso di Fakir dovrà essere verificato quale tipologia di ambulanza fosse stata inviata, con quale codice, quali informazioni fossero state comunicate e se la centrale avesse successivamente attivato ulteriori risorse.
L’autopsia dovrebbe chiarire la causa della morte
Gli accertamenti medico-legali saranno determinanti per comprendere la causa del decesso e la possibile relazione tra le diverse fasi dell’intervento. L’autopsia valuterà l’eventuale presenza di patologie pregresse, effetti di sostanze, traumi, conseguenze dell’immobilizzazione, insufficienza respiratoria, arresto cardiaco o altri fattori. Soltanto dopo questa analisi sarà possibile stabilire se un intervento sanitario più precoce avrebbe potuto modificare l’esito e se eventuali ritardi abbiano avuto un concreto rapporto causale con la morte.
Prima di questi risultati, qualunque conclusione sulla possibilità di salvare Fakir resta un’ipotesi.
Il procedimento non equivarrebbe a un’accusa
L’iscrizione nel registro modello 45-bis non dovrebbe essere confusa con una dichiarazione di responsabilità. La nuova procedura sarebbe destinata a registrare preliminarmente i nomi delle persone alle quali viene collegato un fatto astrattamente rilevante, ma che potrebbe essere stato commesso in presenza di una causa di giustificazione. Gli accertamenti riguarderebbero quindi la necessità di comprendere l’intervento nel suo complesso e non implicherebbero che i due agenti o i quattro operatori dell’ambulanza abbiano commesso un reato. La qualificazione giuridica dei fatti potrebbe cambiare o il procedimento potrebbe essere archiviato qualora non emergessero condotte penalmente rilevanti.
La posizione della famiglia e la richiesta di indagini indipendenti
L’avvocato Fabio Anselmo, incaricato dalla famiglia, avrebbe chiesto che gli accertamenti venissero svolti da un organismo autonomo rispetto al Corpo di appartenenza degli agenti coinvolti. La richiesta riguarderebbe in particolare l’esigenza di garantire un’indagine indipendente, come previsto dai principi elaborati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nei casi di morte durante interventi delle forze dell’ordine. Anche questa posizione dovrebbe essere considerata nell’ambito del confronto pubblico, senza anticipare il risultato delle indagini o assimilare automaticamente la vicenda ad altri casi giudiziari citati dal legale.
La controversia sul servizio della Tgr
Parallelamente all’inchiesta, sarebbe emersa una polemica interna alla Tgr Emilia-Romagna sulla mancata trasmissione integrale di un servizio giornalistico dedicato alla vicenda. Il Comitato di redazione, insieme a Usigrai, Aser e Fnsi, avrebbe contestato la scelta della direzione di chiedere modifiche al montaggio e di non trasmettere il servizio nella forma originariamente predisposta. La direzione avrebbe invece richiamato problemi di verifica e l’assenza della posizione della Questura nel contributo. La controversia riguarderebbe il modo in cui il servizio pubblico avrebbe raccontato l’episodio, ma non fornirebbe elementi utili a determinare le responsabilità operative dei soccorritori o degli agenti.
Chiamarli “sanitari” potrebbe anticipare una conclusione non dimostrata
Nel dibattito pubblico, l’utilizzo delle parole avrebbe un’importanza particolare.
Definire tutte le persone presenti con l’ambulanza come “sanitari” potrebbe suggerire che fossero medici o infermieri, dotati quindi di competenze cliniche avanzate e di obblighi professionali specifici. Al momento sarebbe più prudente parlare di operatori dell’ambulanza o soccorritori, fino alla conferma delle rispettive qualifiche.
Se emergesse che alcuni erano volontari non appartenenti alle professioni sanitarie, la loro condotta dovrebbe comunque essere valutata, ma secondo parametri differenti. Dovrebbero essere accertati il livello di formazione ricevuto, la capacità di riconoscere un arresto cardiaco e la possibilità di eseguire le manovre previste.
L’assenza di una qualifica sanitaria non escluderebbe qualsiasi responsabilità, ma impedirebbe di attribuire automaticamente obblighi propri di un medico o di un infermiere.
Servirebbero fatti, non sentenze tratte dai social
Il video avrebbe sollevato domande legittime e non potrebbe essere ignorato. Le richieste di chiarimento sulla tempestività dei soccorsi sarebbero comprensibili, soprattutto davanti alle immagini di un uomo che chiederebbe aiuto e che successivamente apparirebbe privo di risposta. Al tempo stesso, la ricostruzione non potrebbe essere affidata alla sola percezione dei social. Gli accertamenti dovrebbero comprendere i filmati integrali, le registrazioni della centrale operativa, i tempi di arrivo, le qualifiche degli equipaggi, i protocolli, le testimonianze e i risultati dell’autopsia.
Soltanto allora sarebbe possibile capire se i soccorritori avrebbero potuto agire prima, se ne avrebbero avuto la formazione e se un eventuale ritardo abbia inciso sulla morte.
Fino a quel momento, la vicenda dovrebbe essere raccontata con prudenza. Abderrahim Fakir sarebbe morto durante un intervento complesso nel quale avrebbero operato agenti e personale delle ambulanze. Le responsabilità, se presenti, dovrebbero essere accertate individualmente e non attribuite sulla base di una divisa, di pochi minuti di video o di una definizione professionale ancora non verificata.
Una condanna umana, una responsabilità giornalistica
Come esseri umani, non possiamo restare indifferenti davanti alle immagini diffuse. Le scene mostrate dal video sono dure, dolorose e suscitano inevitabilmente turbamento. Vedere un uomo immobilizzato, ascoltarlo chiedere aiuto e assistere al progressivo precipitare della situazione impone domande serie sulla gestione dell’intervento e sulla tempestività dell’assistenza.
Condannare umanamente ciò che appare nelle immagini non significa, però, trasformare l’indignazione in una sentenza. Il compito del giornalismo è distinguere tra ciò che è visibile, ciò che viene riferito e ciò che deve ancora essere accertato.
Per questo è necessario riportare i fatti disponibili con prudenza, verificare le qualifiche e i ruoli di tutte le persone presenti, ricostruire l’intera sequenza temporale e attendere gli esiti degli accertamenti medico-legali e investigativi. Un filmato, per quanto impressionante, potrebbe non restituire da solo l’intero contesto dell’intervento.
La sofferenza provocata da quelle immagini resta. Restano anche il diritto della famiglia di Abderrahim Fakir a conoscere la verità e il dovere delle istituzioni di fornire risposte complete, trasparenti e indipendenti.
Ma l’attribuzione di eventuali responsabilità spetterà alla magistratura, sulla base delle prove, delle testimonianze, dei protocolli applicabili e delle competenze effettive di ciascun operatore.
Come persone, esprimiamo dolore e condanna morale davanti a quanto abbiamo visto. Come giornalisti, abbiamo il dovere di non sostituirci ai giudici: raccontiamo i fatti, poniamo le domande necessarie e attendiamo che la giustizia ricostruisca con rigore ciò che è realmente accaduto.
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