di Chiara D'Angelo

A Udine, ma non è l’unica realtà esistente, è stato riaperto l'ambulatorio infermieristico delle volontarie della Croce Rossa Italiana.

 

Lo si apprende da un articolo della stampa locale (Messaggero Veneto, CLICCA) che ne descrive le peculiarità e, proprio per questo, solleva in noi una perplessità.

Leggiamo infatti che nell'ambulatorio operano 7 infermiere volontarie che si occuperanno di effettuare iniezioni (su prescrizione medica), misurazione di pressione, glicemia e piccole medicazioni.

Quello che invece ci lascia perplessi è ciò che leggiamo poche righe dopo: le infermiere della CRI che operano in questo ambulatorio (che prende il posto di uno precedentemente chiuso in un'altra zona della città ed attraverso il quale transitavano circa 2000 persone all'anno) come vengono formate, per svolgere poi questo tipo di attività in autonomia? Si diventa infermiere CRI dopo un corso di due anni al termine del quale viene riconosciuta la qualifica di... Operatore Socio Sanitario Specializzato!

 

Con il rispetto che sentiamo di dovere alle meritevoli volontarie della Croce Rossa, non possiamo però prescindere dalla nostra strenua lotta per la difesa delle prerogative della nostra Professione su cui ogni giorno ci troviamo a dover dibattere, contestare, rimarcare, precisare che le prestazioni assistenziali infermieristiche sono proprie degli infermieri e non di altre figure sanitarie, pertanto gli sconfinamenti possono generare il sospetto di esercizio abusivo della professione.

 

Udine non è, per fortuna, un ospedale da campo in territorio devastato da guerre o catastrofi, pertanto è opinione di chi scrive che dovrebbero valere le stesse regole che valgono altrove, anche a poche centinaia di metri di distanza dove si trova l'Ospedale Civile o il Distretto Sanitario. 

 

di Infermiere Arrabbiato

Era un po’ di tempo che effettivamente non sentivo le mani brulicare di quel prurito che nasce quando qualcosa stona e mi vien voglia di scriverlo, farne dieci milioni di fotocopie e stamparla su tutti gli alberi e le stazioni d’Italia. In verità basterebbe molto meno. Uso volontariamente il condizionale perché la stonatura sta proprio nel congiuntivo che segue: se solo si volesse. Ma in realtà si vuole? Il silenzio del piano di sopra sulla questione è aberrante e si va ad aggiungere alla frustrazione che impera sul tacere altre questioni infermieristiche importanti, ingigantendo la già infinitamente profonda crepa della depersonalizzazione professionale. Si miei cari amici e colleghi.

 

Se non bastava il demansionamento lavorativo, la dequalifica professionale, i contratti squallidi, la confusione legislativa, il sovraffollamento universitario, la disoccupazione imperante, l’identificazione dell’utenza e delle cooperative lavorative con la figura dell’OSS (non fingiamo di non sapere) da oggi possiamo deliziarci il palato con un nuovo gusto di amara sconfitta: la figura dell’INFERMIERE VOLONTARIO. Chi è costui? E’ una persona che tramite un corso all’interno di un’organizzazione volontaria svolge ASSISTENZA a persone che necessitano di risolvere un bisogno mettendo a disposizione del prossimo il proprio tempo gratuitamente. Benissimo. Io sono il principale fautore dell’umanizzazione altruistica sociale su vasta scala: il mio mito è Madre Teresa di Calcutta e la mia filosofia di vita è riassunta in Giovanni 15, 9-17 figuriamoci se criticherei il volontariato o chi lo fa. Ma quello che mi fa veramente rodere il culo è la denominazione con la quale viene designata tale figura, che viene preparata non tramite un corso di laurea e che nulla ha a che vedere con l’INFERMIERE 739/94.

 

Allora perché accostare il nome di una professione all’aggettivo VOLONTARIO? Volontario è l’aggettivo con cui si designa colui che deliberatamente sceglie di dedicare il proprio tempo a questioni sociali ed umane di importanza rilevante. INFERMIERE è il professionista che… (vedi profilo professionale, CLICCA). Che accostamento è dunque? Per caso avete mai sentito chiamare FISIOTERAPISTA VOLONTARIO qualcuno che aiuta un anziano a camminare in modo corretto col deambulatore? Abbiamo mai sentito parlare di un TECNICO DELLA RIABILITAZIONE PSICHIATRICA VOLONTARIO? Sarebbero bizzarre queste idee e oltremodo assurde eppure, come al solito, quasi a confermare che la rovina è molto vicina, di nuovo la fantasia incarna una realtà bel precisa contestualizzandola nuovamente male e la figura professionale intaccata è sempre la stessa: l’INFERMIERE.

 

Il danno è duplice, triplice, quadruplice? Ah non saprei nemmeno dirlo e si va a sommare al monte-carichi totale di pessimismo e sfiducia in cui aleggiano oggi gli infermieri. Penso alle mie vecchiette alla quale cerco di ( con una difficoltà immensa visti i tempi ristretti di assistenza ) di dare un’assistenza che sia contemporaneamente scientificamente valida ed umanamente altruista. Cosa penserebbero se dovessero incontrare nei loro via-vai tra ospedale e clinica un INFERMIERE VOLONTARIO? Si sa che il cervello umano funziona per associazione di idee: 2+2 fa 4 a casa di tutti. Accosteranno una figura non qualificata alla mia.

La mia non trova significato solo nell’accezione propria dell’ aggettivo possessivo. Eh no, io non sono mica cosi riduttivo.

La mia, nostra, vuole dire: sacrifici immensi per pagare le tasse, ore infinite di tirocinio demansionante, lezioni ed esami a togliere il sonno, continua formazione e tutto questo spesso per ritrovarsi anche vittima della disoccupazione alienante che attualmente vige. O peggio ancora del raccomandato di turno che prende il posto tuo grazie alla spinta giusta. E ancora: aggiornamento, delusioni, responsabilità, cavilli legali, silenzio da parte degli organi IPASVI su molte questioni, meritocrazia assente, frustrazione.

 

Questo e molto altro è riassunto nella parola INFERMIERE. Ma come può passare in sordina un evento così grave? Che cosa devono pensare le persone quando gli si presenta di fronte qualcuno definito “INFERMIERE VOLONTARIO”? Di certo non obietterà a tale presentazione ne credo si metta a chiedere le referenziali per sapere di quale corso si è avvalso chi ha davanti. Proprio mentre scrivo questo su Facebook è esplosa l’ennesima polemica.

INFERMIERI VOLONTARI SI dicono: è solo una denominazione, non cambia mica il mondo una denominazione, loro sanno di essere solo operatori e comunque si formano con un tirocinio di due anni e un corso”.

INFERMIERI VOLONTARI NO (di cui mi faccio portavoce e butto faccia, anzi, penna) dicono ovviamente NO.

E non mi sconvolge solo questo, oltre al silenzio consueto, ma anche come questi INFERMIERI VOLONTARI si difendano a spada tratta da lamentele che sono mosse con ragione assoluta dagli Infermieri 739/94. No INFERMIERI VOLONTARI, non è che si può affrontare la questione sul piano dello “spirito del volontariato” concludendo con un bel panegirico che “se non ci fossero i volontari sarebbe peggio per le persone”.

 

Non è su quanto ne trae beneficio l’utenza di un servizio che si può aprire un costruttivo dibattito: sarebbe come risolvere la questione delle competenze OSSS ( tre s )/ INFERMIERE valutando il grado di beneficio che ne ricava il paziente dalla somministrazione di una pasticca. Non regge, anzi sa di mancanza di argomenti per controbattere, un confronto i cui pilastri reggono sul teorema dello spirito umanistico.

 

Qui si tratta di rispondere SI o NO alla domanda: è giusto che l’attività di assistenza infermieristica per la quale serve una laurea e una formazione scientifica con responsabilità propria nell’erogazione della stessa può essere accostata nella denominazione ad un’attività che, seppur socialmente utile, nulla ha a che vedere con la prima? Quindi accostare il nome di una professione intellettuale e retribuita al termine “volontario”?

 

Sto facendo zapping tra Facebook e World, quindi cari amici sono in tempo reale, e i sostenitori continuano a spostare la questione sull’importanza del volontariato piuttosto che rispondere semplicemente alla domanda: è lecito o no chiamare INFERMIERE una figura che non ha questa qualifica, giustificando questo furto di identità professionale col suffisso – VOLONTARIO? Qualcuno dice che è storicamente importante l’origine del nome. Quindi? Questo risponde alla domanda: è giusto o no? Altri dicono: l’infermiere attuale è una figura evoluta a partire proprio da quella. Come è vero che il Chirurgo passa per il barbiere e l’ostetrica dalle mannare, ma non per questo abbiamo oggi il BARBIERE VOLONTARIO che ricuce lembi di pelle in sala operatoria. Ma che confusione crea questo al paziente, agli operatori di altro settore, a noi stessi ci rendiamo conto?

 

La professione INFERMIERISTICA sta faticando (con assoluta incertezza di risultato tra l’altro) ampiamente a far riconoscere all’utenza la propria autonomia e identità nonostante le mille-mila battaglie legislative condotte. Perché rendere ancora più fosche le tinte di questo profondo rosso sanitario? Se lo Stato non equipara la figura dell’INFERMIERE VOLONTARIO a quella dell’INFERMIERE perché si è proceduto ad inquadrarle con tale denominazione? Io sono sicuro che se prendiamo 10 persone e presentiamo la figura dell’ INFERMIERE VOLONTARIO esse penseranno: è un laureato devoto che, quando stacca dal turno in ospedale dedica il suo tempo libero come volontario”. Si proprio cosi. Un francescano laureato. Una Candy Candy nei tempi della sciagura economica-sanitaria. Un eroe quasi.

 

La dicitura VOLONTARIO crea anche un valore aggiunto a quella che gli utenti credono essere una persona laureata e qualificata come INFERMIERE. Non si può sacrificare il nome, faticosamente acquisito, di una professione in favore del retaggio storico che ne decreta l’etimologia. D’accordo sul volontariato, sullo spirito di umanità e su chi va in guerra a soccorrere i poveri, ma l’INFERMIERE non si tocca.

La memoria storica crea disinformazione, io ne ho prova tangibile perché TUTTE le persone che ho incontrato, e peggio ancora anche colleghi, sulla questione “Infermiere volontario” rispondono appunto, ricalcando quanto detto sopra: è un INFERMIERE che dedica il suo tempo libero al volontariato. E quando ci saranno INFERMIERI qualificati accanto a INFERMIERI VOLONTARI cosa accadrà? Uno verrà visto come mercenario e l’altro come “sinceramente disinteressato”, vista la parità dei titoli? Non è cosi.

Infermiere è colui che possiede questi titoli abilitanti a renderlo tale e di certo la popolazione non va a dirimere il dubbio informandosi, ma prende per buono ciò che gli viene detto e sulla base delle conoscenze che ha ne elabora una conclusione errata.

 

In conclusione vorrei ricordare a quel Medico che sicuramente leggerà questo articolo, quello che poco fa ha scritto che anche la professione Medica fa parte spesso del volontariato e quindi va bene cosi (glissando anch’esso la domanda: è legittimo accostare due termini cosi a rischio?) che proprio coi MEDICI gli INFERMIERI hanno avuto a discutere per una problematica simile: possiamo farci chiamare DOTTORI vista la laurea o DOTTORI crea confusione nell’utente?

 

Allora mi sembra di vedere che è la stessa, eterna, infinita, sfiancante storia dal triste epilogo: tutti vogliono, in virtù degli studi fatti e della divisa, il proprio riconoscimento professionale, univoco e che non crei ridondanze o interpretazioni da parte di terzi. Tutti tranne l’Infermiere, che deve rimanere come al solito nel silenzio del suo reparto a mangiarsi la laurea poichè non ha tempo di pranzare in quanto deve sporzionare il cibo ai pazienti perché il demansionamento occasionale in fondo non è vero demansionamento.

Peccato solo che occasionale sia diventato sinonimo di “giornaliero” e “costante”, cosi come Infermiere e Infermiere volontario diventeranno la stessa cosa (anche se alcuni già pensano sia cosi) se non si interviene.

 

 

Per maggiori informazioni su Norme Regolamentari del Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana e Disciplina del corso di studio delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana - Decreto del 9 Novembre 2010 - Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n°9 del 13.01.2011 clicca QUI