Infermieri

Un libro del 2002 oggi più che attuale nella sua triste ed ilare denuncia ed autoironia

 

(…) Un modo per distinguersi dagli altri infermieri è quello di indossare diversi tipi di calzature, gli storici zoccoli di legno sono ormai stati sostituiti da moderni surrogati di materiale sintetico, scomodi e a effetti microonde ma che tutti acquistano e portano per sentirsi professionisti alla moda. Tanto più il colore è strano, più l'infermiere si sente valorizzato nel suo ruolo, e non ammetterà mai di di sentire i piedi in ebollizione come in un acquitrino termale.

In televisione gli infermieri portano sempre divise variopinte dai colori vivaci e con disegni accattivanti, che da noi si vedranno tra duemila anni. Il colore più ambito è senza dubbio il “verde sala operatoria, perché come recita il vecchio adagio: “chi di verde si veste, della propria beltà si fida” e da a chi lo indossa la piacevole sensazione di sentirsi superiore agli altri. Per questo è stato adottato anche dal personale del pronto soccorso, di rianimazione, nonché dagli infermieri che hanno un'amica in guardaroba.

 

"Oggi cosa mi metto" pagina 78 - Infermieri Di David Conati e Barbara Fortelli

Sonda 2002

 

Pubblicato nel 2002, quindi dopo ben 8 anni dall'abolizione del mansionario, questo libro appariva come un irriverente quadro di quella che era la condizione del professionista infermiere. Un quadro che non faceva sconti alla categoria, a tutte le sue manie consolidate nel tempo e che con l'arma dell'ironia, cercava al contempo di denunciare una condizione di perenne ricerca di identità. Con amaro e spiccato spirito di osservazione, gli autori cercarono di denunciare una condizione che all'epoca destava già grande scalpore, affrontando il tema dell'identità, della sottomissione, dei rapporti con i medici, del demansionamento, della mancanza di personale nei reparti. Tutti temi che ancora oggi dopo altri 14 anni (22 dall'abolizione del mansionario quindi), continuano a tenere banco in ogni sede, dalle cucinette di reparto, passando dall'Ipasvi fino ai tavoli ministeriali; tavoli dove ancora, nessuno ha ben chiaro chi sia e a cosa serva l'infermiere, esattamente come denunciato tra una risata e l'altra dai nostri autori.

Comprai il libro all'epoca e ne fui colpito per quanto fosse dettagliata la fotografia che restituiva e per quanto, contemporaneamente, mi facesse ridere. Vi sono passi esilaranti come quello della divisa riportato sopra, quello in cui si descrivono le ansie delle prime pratiche “complesse” o quello in cui viene raccontata la necessità di avere un fisico bestiale per sopportare il carico di lavoro e le difese che ne conseguono, per non parlare poi del paradossale test per scoprire se “puoi diventare un vero infermiere”.

Recentemente, il libro mi è ricapitato tra le mani e l'ho riletto rimanendo ancora più colpito di 14 anni fa. Colpito perché il tempo sembra essersi fermato, perché nulla è cambiato e tutto sembra identico ad allora. Stessi temi, stessi problemi, stessi attori, stesso identico immobilismo. Ho quindi deciso di provare a contattare gli autori per porre loro qualche domanda e pur avendo cambiato lavoro, non hanno esitato a rispondere all'intervista che vi propongo di seguito. 

 

 

  • Infermieri, un titolo semplice, sintetico. Cosa vi spinse a scrivere un libro sulla categoria? 

 

Barbara Fortelli: in realtà non è stata una mia idea, ma di David. Mi ha chiesto di collaborare perché gli serviva anche il “tocco femminile” e io ho accettato di buon grado; devo dire che è stato molto divertente, un’esperienza unica.

 

David Conati: io lavoravo come coordinatore di un team di lavoro (sono IPAFD) e avendo avuto da sempre la passione per la scrittura (ora faccio l’autore a tempo pieno), nel corso degli anni di lavoro in ambito sanitario, sia in struttura che sul territorio, ho raccolto moltissimi aneddoti e curiosità osservando i miei colleghi all’opera. Vedere le cose attraverso una lente ironica è sempre stata una mia caratteristica e quindi era inevitabile che il taglio fosse di questo tipo. Benché negli anni mi siano state mosse diverse critiche da molti ex colleghi (che non l’avevano letto), tengo a precisare che non è affatto un libro denigratorio, anzi, e ribadisco che solo i più forti sanno ridere di se stessi… Poi, siccome l’universo delle infermiere è una galassia prevalentemente femminile, per avere anche il punto di vista dell’altra metà del cielo ho chiesto a Barbara di collaborare alla stesura perché tra le infermiere che lavoravano nel mio team era quella con maggior senso dell’umorismo.

 

  • Cosa ricordate delle fasi della stesura, quale parte si dimostrò più difficile per essere adattata al racconto e quale, invece, vi fece più divertire?

 

Barbara Fortelli: è passato molto tempo e faccio fatica a ricordare. Io ho collaborato per una parte minore, ma rivivere i momenti della scuola è stato bello, molti ricordi che riaffioravano, la poesia che abbiamo composto… direi un po’ tutto dai.

 

David Conati: la galleria dei ritratti fu una cosa abbastanza divertente (se ci si pensa ciascun professionista nel suo reparto acquisisce delle “manie” che a volte viste da fuori possono sembrare buffe); tanto che elaborammo anche una ballata in rima su tutti i tipi di infermiere che però per ragioni di spazio non fu inserita nella pubblicazione. Paradossalmente fu anche la cosa più difficile perché temevamo che qualche collega si riconoscesse troppo e se la prendesse parecchio…

 

  • Gli infermieri dell’epoca erano pronti a ridere di se stessi? Quelli di oggi si divertirebbero con il vostro racconto?

 

Barbara Fortelli: secondo me gli infermieri di adesso fanno un po’ fatica a capire alcune situazioni… se mi confronto con i miei colleghi “freschi” di laurea vedo tutt’altre persone da come eravamo noi, sono molto più… come dire… tecnici, meno di cuore… almeno alcuni; credo invece che chi ha vissuto quei tempi di “terrore” (perchè con le suore, e non me ne vogliano, era così) si sia molto divertito a leggere il libro. Se ci prendiamo sempre troppo sul serio la vita è veramente noiosa e triste…

 

David Conati: no. Infatti lo presero quasi come un atto di “lesa maestà”. Come sempre quelli che si offesero di più furono quelli che non andarono al di là della copertina, perché in realtà il contenuto non era offensivo, anzi, come ho detto in apertura solo i più forti sanno ridere di se stessi e noi non avevamo alcuna intenzione di offendere piuttosto di “far notare” per riderci su. Oggi in ambito sanitario molte cose sono cambiate e diversi passaggi sembrano un racconto lontanissimo nel tempo. Altri però mi paiono comunque attuali.

 

  • Fino a quando avete continuato a fare gli infermieri, avete notato cambiamenti rispetto a quanto avevate descritto?

 

Barbara Fortelli: sicuramente la vecchia scuola regionale ti massacrava di più, e non scherzo. Io ho studiato molto di più in quei tre anni che non in 4 di Università e due di Master che ho appena finito… ma ha anche saputo formarci dal punto di vista etico e sentimentale, a guardare al di là della patologia…

 

David Conati: io ho lavorato sul campo (nel vero senso della parola visto che gestivo l’attività territoriale nelle zone montane della provincia di Verona) fino al 2002. Poi mi sono occupato di formazione per una serie di circostanze più o meno casuali (ma come sostiene il Maestro Ooogway “il caso non esiste”) ho dovuto fare delle scelte professionali diverse. Comunque ancora oggi, quando mi capita di rimettere piede in una struttura sanitaria o confrontarmi con ex colleghi noto che molte “abitudini” sono rimaste pressoché invariate nel tempo. Ovvero è aumentata la tecnologia ma le persone sotto sotto, coltivano sempre le stesse piccole o grandi “disabitudini”…

 

  • La scelta di cambiare lavoro, c'entra qualcosa con la condizione che così brillantemente raccontaste?

 

Barbara Fortelli: sinceramente considero la professione infermieristica una delle più belle del mondo, e senza gli infermieri la sanità non reggerebbe. Ho cambiato perché ero arrivata al punto di non amare più come prima il mio lavoro, ero sempre a “far pastiglie” come dico io, ossia a preparare terapie, scrivere e scrivere… e i malati? Non avevo più tempo per parlare con loro.. così ho messo a frutto la laurea in scienze della formazione e adesso faccio l’educatrice in una residenza per anziani e ho moltissima soddisfazione; nelle riunioni mi rendo conto che so più cose io degli ospiti che non gli infermieri, perché faccio quel che mi piace: empatia con loro, ci parlo, li guardo li capisco… vado a casa che son contenta, cosa che non mi succedeva più; e sto di più con la mia famiglia!

 

David Conati: no. O forse ni. È stato un lavoro che mi ero scelto e lo facevo volentieri. La scelta è stata dettata dal fatto che a un certo punto se volevo fare “il salto di qualità” dovevo dedicarmi maggiormente alla scrittura… L’ambiente sanitario comunque ancora oggi è una fucina di artisti, forse proprio per “sfogare” le tensioni che si accumulano nel corso del lavoro… (d’altra parte non dimentichiamo che anche Giacomo Poretti del famoso trio Aldo Giovanni e Giacomo era un IP)

 

  • Secondo voi oggi cosa è cambiato da allora? Di cosa pensate ci sia bisogno affinchè l’infermiere diventi un professionista con la p maiuscola che ci auspichiamo? Chi e cosa sarà l’infermiere del futuro prossimo?

 

Barbara Fortelli: la ricerca sicuramente sta dando i suoi buoni frutti anche se l’infermiere è sempre visto come subalterno al medico… E’ una professione che va riconsiderata, sia dal punto di vista economico che professionale, merita e merita di più… L’EBM va diffusa maggiormente, vanno prese in considerazione le linee guida, ancora sottovalutate nelle piccole realtà; va premiata la buona volontà e l’impegno, lo studio, la preparazione… E delle competenze? Ne vogliamo parlare? Mi hanno fatto una testa come un pallone al Master, e Saiani docet: le competenze vanno valorizzate e rispettate! Occorrono infermieri, mi fa rabbia vedere tanti ragazzi che hanno buona volontà ancora in cerca di un posto di lavoro. E perché no, anche un riconoscimento economico come nel resto dell’Europa… e basta che altrimenti inizio a dire cose che è meglio non dica.

 

David Conati: sicuramente maggior visibilità da parte dei mass media e una rivalutazione di immagine visto che l’infermiere/a è sempre presentato come una figura subalterna incapace di prendere decisioni. E noi sappiamo benissimo che non è così, anzi spesso hanno una manualità e un'abilità tecnica che i medici non hanno, per non parlare della capacità di relazionarsi con gli "im-pazienti".

 

  • Consigliereste a vostro figlio di intraprendere gli studi di infermieristica?

 

Barbara Fortelli: Sinceramente? No! Troppi sacrifici. E poi lui vuole disegnare i video giochi o fare il cuoco!!!

 

David Conati: (ne ho 4) Consigliare no, non è una scelta che si consiglia perché non è una professione facile, ma tendenzialmente non consiglierei una strada, qualsiasi fosse, preferirei (per quanto possibile) che potesse o cercasse di scegliere da solo. L’importante è che cerchi di essere felice qualsiasi cosa faccia perché non esiste il secondo tempo.

 

 

Andrea Tirotto