Colpevole del reato militare di rivelazione di comunicazione, questo il capo d’accusa per il Maresciallo-Infermiere dell’ospedale militare che, indagò sulla potabilità dell’acqua.

(Da la Nazione- La Spezia)

Come ormai di prassi in Italia, è semplice passare dallo stato di “garantista dei diritti” a “traditore della patria”.

Il maresciallo è infatti accusato di aver riferito al Segretario del Partito dei Diritti dei militari, Luca Comellino, i limiti delle analisi compiute sull’acqua dai laboratori militari.

I fatti risalgono al 2011, l’ infermiere si trova sulla nave Duilio; l’acqua che viene bevuta sulla nave è autoprodotta con dei dissalatori. I dubbi sollevati dall’infermiere sulla potabilità dell’acqua, inducono il Comandante a fare effettuare delle ulteriori analisi dall’Arpal. Risultato: la non conformità dell’acqua per uso umano, per la presenza di Trialometani ed idrocarburi, sostanze cancerogene volatili, sostanze che il laboratorio militare non aveva rilevato.

A questa clamorosa scoperta ne seguì un’interruzione della prassi dell’acqua autoprodotta e vi fu un’interrogazione parlamentare.

A quest’ultima rispose il sottosegretario alla Difesa, Filippo Milone, che pur sottolineando la presenza di sostanze cancerogene, affermava come le analisi eseguite nei laboratori militari fossero conformi.

Qualche tempo dopo, in concomitanza con l’allarme Legionella sulla nave Malpighi, il ministro Roberta Pinotti, dichiara che nei laboratori militari vengono eseguite solo i controlli batteriologici, mentre i controlli fisico-chimici vengono eseguiti in laboratori esterni convenzionati.

Le due dichiarazioni contraddittorie vennero evidenziate da Luca Comellino, che in un articolo sollevò dei dubbi sulla corretta esecuzione delle analisi dell’acqua e sui reali titoli e certificazioni dei laboratori militari.

Parte dunque un’indagine, e nello scandagliare i computer, i carabinieri trovano i contatti dell’infermiere con Comellino, in merito all’acqua. Per questo il Maresciallo- infermiere viene indagato per rivelazione di comunicazione.

 

Un paradosso tutto italiano che lascia un senso di sconforto e di profonda ingiustizia, laddove rivelare un pericolo e metterlo in evidenza, diventa una colpa e non un merito.

 

 

 

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