Mentre si attende che il ddl violenza diventi legge, quello delle aggressioni agli operatori sanitari è un rischio occupazionale in costante aumento, a testimonianza le vicende che quotidianamente balzano alla cronaca, ultimo in ordine di tempo accaduto all’ospedale “Dono Svizzerodi Formia, dove sembrerebbe che un medico abbia aggredito fisicamente un infermiere.

Episodio anomalo all’interno del fenomeno di violenza agli operatori sanitari?

Sembrerebbe di No, visto che tra le aggressioni una su quattro sono agite da colleghi o superiori.

 

A rivelarlo lo studio Atti di violenza verso gli infermieri e fattori associati alla violenza nel contesto ospedaliero: uno studio trasversale, che ha indagato la prevalenza della violenza verso gli infermieri in un’azienda ospedaliera del nord Italia.

 

L’International Council of Nurses (ICN) nel Position Statement del 2006 sull’abuso e la violenza verso il personale infermieristico, condanna fortemente tutte le forme di abuso e violenza dichiarando che ledono i diritti degli infermieri, la dignità e l’integrità personale e hanno implicazioni sulla qualità dell’assistenza fornita ai cittadini. Si evidenzia come gli infermieri spesso accettino gli abusi e la violenza come parte del lavoro e che questa attitudine sia condivisa di frequente dal senso comune e dall’ordinamento giudiziario.

Il documento si conclude affermando che la violenza è distruttiva ed ha un impatto profondamente negativo sugli osservatori, le vittime, i membri familiari e, in ultimo, l’assistenza e la sicurezza del paziente.

La definizione di violenza sul luogo di lavoro più comunemente accettata, anche dalla Commissione Europea è: “gli incidenti dove membri dello staff vengono abusati, minacciati o aggrediti in circostanze relative al proprio lavoro, che coinvolgono una minaccia esplicita o implicita alla propria sicurezza, benessere o salute”. Il valore di questa definizione è la sua comprensività (copre tutte le forme di violenza, sia fisiche che psicologiche) e la sua inclusività poiché non esclude i colleghi di lavoro come fonte di violenza.

 

Lo studio è stato condotto su un campione stratificato di 198 infermieri operanti in un Ospedale lombardo, dai dati rilevati è emerso che il 43% del campione dichiara di aver subito aggressioni, con una media di 4 aggressioni a testa, nei 12 mesi precedenti lo studio.

Gli aggressori sono soprattutto pazienti (53,5%) o parenti (26,7%), uomini (63,1%) di età compresa tra 36 e 50 anni (27,9%). Tra le aggressioni verbali una su quattro sono agite da colleghi o superiori.

Lo studio di Farrel & Shafiei (9) suggerisce, inoltre, che le aggressioni da parte dei colleghi preoccupino molto di più lo staff piuttosto che quelle perpetrate dai pazienti. Inoltre, se gli infermieri sono più disposti a perdonare le persone assistite, non accettano la violenza agita da parte di altri lavoratori. La creazione di un gruppo supportivo e che collabora è ritenuta essenziale per diminuire la violenza laterale e gli abusi di potere.

Per quanto riguarda gli atteggiamenti di bullismo da parte di colleghi molto diffuso è anche il sentimento che l’organizzazione non prenda provvedimenti e gli infermieri che subiscono aggressioni vengano penalizzati, ritenuti responsabili o incompetenti, oppure lasciati senza supporto da parte delle istituzioni.

 

Le conseguenze emotive, fisiche e professionali dichiarate sono gravi e prodotte sia da aggressioni fisiche che verbali. Ciononostante, tra le persone che hanno subito aggressioni, il 57% non ha chiesto aiuto e, tra coloro che lo hanno richiesto (43,0%), circa il 75% ha cercato supporto ed aiuto da parte di un collega.

L’effetto più comune dell’aggressione subita è la rabbia (53.5%) e la reazione è soprattutto l’insonnia (20.3%). Secondo la letteratura, le conseguenze dell’aggressione, sia a breve che a lungo termine, sono sia fisiche che psicologiche e si sviluppano in tutti i campi della vita di una persona: emotivo, fisico, personale e professionale.

 

Da:

Atti di violenza verso gli infermieri e fattori associati alla violenza nel contesto ospedaliero: uno studio trasversale

Michela Luciani, Valentina Spedale*, Monica Romanenghi**, Candida Ester Villa***, D. Ausili****, Stefania Di Mauro*