Sanità penitenziaria: cos'è e come funziona il Peer to peer
Nel sistema carcerario italiano la salute resta una delle sfide più urgenti e meno visibili. Popolazione detenuta sempre più anziana, alti tassi di disagio psichico, dipendenze, malattie infettive e un rischio suicidario nettamente superiore rispetto alla popolazione generale. In questo contesto, una revisione integrativa della letteratura appena pubblicata rimette al centro una strategia spesso sottovalutata ma supportata da evidenze crescenti: gli interventi peer to peer, cioè tra pari.
Lo studio, dal titolo “Interventi peer to peer nella promozione della salute all’interno della comunità carceraria: revisione integrativa della letteratura”, è firmato da Alessandra Trentin (Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento) e Anna Brugnolli (CisMED, Università degli Studi di Trento), che ne è anche l’autrice di riferimento.
Un carcere che invecchia e si ammala
I dati di contesto sono chiari e preoccupanti. Oltre il 40% delle persone detenute in Italia ha più di 50 anni, almeno un quarto presenta problemi di dipendenza e l’incidenza della tubercolosi è molto più alta rispetto alla popolazione libera. Ancora più allarmante è il fronte della salute mentale: tra il 2010 e il 2020 il tasso di suicidio in carcere è stato circa quindici volte superiore a quello esterno, con un aumento costante di atti autolesivi, anche negli istituti minorili.
Nonostante un quadro normativo che riconosce il diritto alla salute come parte integrante del percorso rieducativo, le risposte istituzionali faticano a essere sistematiche ed efficaci. È qui che entrano in gioco gli interventi tra pari.
Cosa sono gli interventi peer to peer
Per “peer” si intendono detenuti o ex detenuti formati per svolgere un ruolo attivo di supporto, educazione o accompagnamento verso altri detenuti. La revisione analizza cinque principali modelli:
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Peer education, focalizzata su informazione e prevenzione sanitaria
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Peer support, basata sull’ascolto e sul sostegno emotivo
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Peer mentoring, con relazioni strutturate di accompagnamento
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Peer listening, spesso orientato alla prevenzione del suicidio
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Peer health training, per la promozione di stili di vita sani
Tutti condividono un elemento chiave: la relazione tra persone che vivono la stessa condizione detentiva, percepita come più credibile, empatica e accessibile rispetto a quella con i professionisti.
Come è stata condotta la revisione
Le autrici hanno analizzato la letteratura scientifica pubblicata tra il 2014 e febbraio 2025, consultando cinque grandi banche dati internazionali (Medline, PubMed, CINAHL, Embase e PsycINFO). Sono stati inclusi studi quantitativi, qualitativi e a metodo misto, oltre a revisioni sistematiche e narrative.
Dopo uno screening rigoroso, sono stati selezionati 13 studi e una revisione narrativa, prevalentemente condotti nel Regno Unito e negli Stati Uniti, ma anche in India, Africa e altri Paesi europei. Gli esiti osservati riguardavano self-care, salute mentale, aderenza terapeutica e ospedalizzazione.
Risultati: benefici concreti e misurabili
Il quadro che emerge è sorprendentemente coerente.
Gli interventi di peer support e peer mentoring risultano i più completi ed efficaci. Migliorano la salute mentale, riducono ansia, insonnia, ideazione suicidaria e comportamenti autolesivi, soprattutto nelle prime fasi della detenzione. Rafforzano inoltre il senso di comunità e la collaborazione con il personale sanitario.
Sul fronte clinico, alcuni dati sono particolarmente significativi: in uno degli studi analizzati, l’86% delle persone coinvolte in programmi peer accedeva regolarmente alle visite ambulatoriali e il 91% assumeva correttamente la terapia, con una conseguente riduzione delle ospedalizzazioni.
La peer education si dimostra invece molto efficace nella prevenzione delle malattie infettive e sessualmente trasmissibili. In alcuni contesti, l’adesione ai trattamenti per l’epatite C è aumentata fino al 500% in pochi mesi, mentre la diagnosi precoce di tubercolosi ha superato nettamente quella delle carceri senza programmi peer.
Benefici anche per chi aiuta
Un aspetto spesso trascurato riguarda gli effetti sui detenuti che svolgono il ruolo di peer. La revisione mostra che questi programmi favoriscono empowerment, autostima, competenze comunicative, leadership e senso di responsabilità. Per persone che vivono una condizione di forte marginalità, si tratta di risultati tutt’altro che marginali.
Limiti e nodi aperti
Le autrici non nascondono i limiti della letteratura disponibile: studi eterogenei, campioni ridotti, pochi disegni sperimentali e scarsa standardizzazione degli esiti. Mancano anche valutazioni economiche robuste e dati sul lungo periodo.
In Italia, il problema è aggravato dall’assenza di programmi nazionali strutturati e di sistemi di monitoraggio condivisi. Le esperienze esistono, ma restano locali, frammentate e difficili da valutare.
Perché servono politiche nazionali
Secondo Trentin e Brugnolli, le evidenze sono ormai sufficienti per fare un salto di scala. Gli interventi tra pari non sono solo efficaci, ma anche sostenibili e adattabili a contesti molto diversi. Possono migliorare la qualità della vita in carcere, ottimizzare l’uso dei servizi sanitari e contribuire al reinserimento sociale, con potenziali ricadute positive anche sui costi indiretti del sistema penitenziario.
La conclusione è netta: senza una cornice nazionale che coordini, sostenga e valuti questi programmi, il rischio è continuare a disperdere esperienze che funzionano. Investire sui pari, in carcere, non è solo una scelta sanitaria. È una scelta di politica pubblica.
Trentin A, Brugnolli A. Interventi peer to peer nella promozione della salute all’interno della comunità carceraria: revisione integrativa della letteratura. Assist Inferm Ric2025;44(4):147-160. doi 10.1702/4616.46251
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