Invitato dall’associazione culturale Sanidade Sassari, in rappresentanza del sindacato degli infermieri NurSind, mercoledì 14 novembre ho partecipato allatavola rotonda "dateci uno sbocco e vi solleveremo il mondo", insieme al direttore generale dell’Azienda Ospedaliero Universitaria, alle direttrici didattiche dei cdl infermieristica e ostetricia, la presidente dell’ordine delle ostetriche, il presidente del cdl in infermieristica e il direttore del dipartimento materno infantile. Convocata per mettere a confronto le aspirazioni degli studenti dei corsi di laurea in infermieristica e ostetricia, la tavola rotonda ha affrontato numerosi argomenti a partire dall’occupazione, passando per il senso ed il valore della laurea magistrale, accennando al confronto con la realtà estera. Ho avuto la “fortuna” di parlare per ultimo e così, il mio intervento ha preso una piega del tutto inaspettata, costruito sugli spunti offerti dagli autorevoli precedenti interventi.


Ancora oggi si considera imprescindibile il rapporto medico infermiere come se gli infermieri avessero ancora il compito di assistere il “luminare” e non i pazienti. È deprimente dover ricordare che ogni considerazione riguardo l’offerta occupazionale ed il potenziale occupazionale stesso, dovrebbe passare dal più corretto rapporto paziente-infermiere che, come dimostrato dallo studio internazionale finanziato in Italia dal NurSind, Rn4Cast, ha dimostrato come sia importante arrivare al rapporto di sei pazienti per infermiere al fine di abbattere, tra l’altro, il tasso di mortalità intra ospedaliera direttamente collegato.


La laurea magistrale rappresenta oggi un importante passo avanti formativo che non sembra però avere conseguenze nella pratica lavorativa. Difatti non esiste una carriera infermieristica codificata con altrettanta codificata e distinta retribuzione in base alle competenze acquisite e spese nella pratica assistenziale. La percezione è che la magistrale sia vissuta quasi come “un parcheggio in attesa di” un’occupazione per esempio. Ed in effetti non sembra che le politiche sanitarie in atto prevedano niente di diverso dalla possibilità di poter insegnare nel corso di laurea stesso, gratuitamente nei corsi integrati. Un po’ pochino considerato che i posti dirigenziali sono davvero limitati e che neanche il ruolo di posizione organizzativa sembra essere interessato da questo requisito a mio giudizio minimo.
Avanzare allora la proposta di rendere istituzionale la figura del tutor clinico nelle aziende sede dei tirocini formativi, sembra quindi un passo dovuto. Ed in effetti, almeno per quanto riguarda Sassari, questa figura non esiste o quasi. Gli infermieri di reparto si trovano quindi ad accompagnare gli studenti nel loro percorso, senza nessun riconoscimento con buona pace della qualità della formazione: sono gli studenti stessi a lamentarsi che una pratica eseguita da un “tutor”, trova totale smentita dal “tutor” del reparto seguente e in rari casi viene mutuata dalla letteratura.


E se l’infermiere piange, l’ostetrica non ride, considerata la costante diminuzione delle nascite e la soppressione dei punti nascita un po’ ovunque, tanto più in Sardegna, regione con solo un milione e mezzo di abitanti. Ma non tutto può ridursi al parto e così l’ostetrica può trovare grandi sbocchi sul territorio nel campo dell’educazione sanitaria e della prevenzione, rami in cui gli investimenti continuano ad essere assenti o quasi. Inoltre, a mio modesto parere, ove sussistano le condizioni minime di garanzia, lo sviluppo della natalità a domicilio, mutuata dalle esperienze nazionali ed internazionali, rappresenterebbe una grande opportunità per la donna e per la professione.


Svolto il test unico di accesso, i dati raccontano che infermieristica non è la materia di prima scelta. La motivazione di questo dato credo che sia ovvia e vada ricercata in alcuni elementi caratterizzanti la professione: da un lato la norma che ha posto in capo all’infermiere responsabilità altissime, dall’altro la totale mancanza di proporzione tra queste responsabilità e la retribuzione, vincolata a tabellari ancorati ancora all’epoca della professione ausiliaria. La conseguenza e quindi l’ulteriore caratteristica si riscontra nel riconoscimento sociale ed il prestigio professionale, totalmente assenti anche per colpa dei media in certi casi che ancora chiamano infermiere, chiunque non indossi il camice del più riconoscibile medico.


Mentre parlavo vedevo facce che annuivano e che al contempo si interrogavano se non ci fosse qualcosa da salvare e così sono passato presto alla fase della proposta che non può mai mancare quando si parla di infermieristica tanto più se l’uditorio è composto da studenti. Così ho provato a spiegare loro che nonostante tutto continui a ruotare sull’ospedale, non ci si rende conto del potenziale sterminato che esiste sul territorio, li dove i pazienti possono essere assistiti pienamente nel comfort e nella comodità di casa loro o al massimo negli ambulatori infermieristici e case della salute, totalmente inesistenti in Sardegna, previste dalla riforma, necessarie e quindi sbocco potenziale d’occupazione. È chiaro che il futuro si chiama infermiere di famiglia e comunità (IFEC) e il suo sviluppo sull’isola rappresenterebbe la piena applicazione dell’articolo uno del codice deontologico. La super specializzazione della professione infatti, deve ancora passare attraverso il convincimento della politica nell’opera di pressione verso la categoria medica ancora troppo diffidente nell’applicazione di protocolli e procedure concordate come nel caso delle auto infermieristiche. È per questo auspicabile che gli infermieri comincino ad occuparsi di politica e comincino ad entrare nelle amministrazioni regionali e nazionali così come contribuiscano a tenere viva la fiamma del sogno della contrattazione separata perché non è più possibile che la categoria più rappresentativa dell’intero servizio sanitario continui a dover sottostare alle esigenze di altri senza poter valorizzare le proprie e dare seguito alla normativa vigente.
Parole che alla fine hanno rincuorato i ragazzi e infondo un po’ anche me

 

Andrea Tirotto