Ospedali pronti alla guerra? In Italia il dubbio è un altro: sapremmo evacuare un reparto?
L’Europa sta passando dalla retorica della preparedness alla costruzione di piani operativi per far fronte a scenari bellici o di maxiemergenza. Tuttavia, come suggerisce il contributo di Claudio Zanon su Mondosanità, “avere un piano non equivale a sapere se quel piano funzionerà”: la prova decisiva resta la capacità del sistema sanitario di sostenerlo con personale, risorse, formazione ed esercitazioni reali.
Personalmente ritengo che la prova decisiva sia sempre e solo quella della pace però condivido pienamente la riflessione di Zanon sul test di un piano, attenzione però, di qualsiasi piano aggiungo io posto che in trent'anni di esperienza l'unica eservitazione che ho fatto ful nel servizio di emergenza urgenza dove simulammo una maxiemergenza aeroportuale; mai nemmeno sentito parlare di una banale eservitazione per l'evacuazione dei pazienti da un reparto, figuriamoci dell'intero ospedale.
Il caso tedesco: Berlino come hub sanitario
La Germania ha presentato un “Piano quadro per la difesa civile degli ospedali”, che prevede la possibilità per ogni ospedale berlinese di accogliere fino a 100 militari feriti al giorno. Il piano prevede posti letto dedicati, corsie prioritarie, formazione specifica su traumi da esplosione, amputazioni e ferite da guerra, in collaborazione con la Bundeswehr.
Non si tratta solo di ricoverare feriti: il documento ipotizza bombardamenti, crolli, combattimenti urbani e persino l’evacuazione della capitale. L’obiettivo dichiarato è garantire la continuità delle strutture sanitarie mediante una rete ospedaliera interconnessa, capace di ridistribuire pazienti e coordinare trasporti, telecomunicazioni, magazzini farmaceutici, scorte di sangue, ossigeno e dispositivi medici.
Il modello francese: capacità e formazione
La Francia ha indirizzato agli ospedali civili una circolare del ministero della Salute del 18 luglio 2025, con l’obiettivo di completare entro marzo 2026 centri regionali di smistamento dei feriti, coordinati con NATO e Unione europea. La capacità prevista è di 100 pazienti al giorno per 60 giorni, con picchi fino a 250 pazienti al giorno.
Il piano francese include anche la formazione del personale su medicina riabilitativa, disturbi post-traumatici e gestione clinica in condizioni di scarsità di risorse. Viene inoltre prospettato il possibile coinvolgimento degli operatori sanitari nel Servizio sanitario militare, segno di una strategia che integra sanità civile, difesa e gestione delle crisi maggiori.
L’Italia: un tavolo tecnico, ma molte domande aperte
Anche l’Italia ha istituito presso il Ministero della Salute un tavolo tecnico permanente per sviluppare una strategia di resilienza del Servizio sanitario nazionale, considerato un “soggetto critico” da mantenere operativo in ogni scenario. Il piano dovrebbe articolarsi in tre fasi: preparazione e accoglienza delle truppe, mobilità sul territorio nazionale e supporto nei contesti di combattimento con rientro dei feriti.
Sono previsti collaborazione civile-militare, percorsi formativi comuni, esercitazioni congiunte e linee guida condivise per definire ruoli, responsabilità e catena di comando, anche secondo i requisiti operativi minimi della NATO. Tuttavia, la criticità italiana non è tanto l’assenza di un impianto pianificatorio, quanto il rischio che esso si sovrapponga a un sistema già sotto pressione: carenze organiche, reparti saturi, difficoltà nella continuità assistenziale e scarsa pratica di esercitazioni, persino per evacuazioni ordinarie.
La Gran Bretagna mette alla prova gli ospedali
Il Ministero della Difesa britannico ha annunciato un’esercitazione che ha coinvolto oltre cento esperti militari, professionisti sanitari e funzionari pubblici, insieme a partner internazionali. L’iniziativa, guidata dal Defence Medical Command, ha verificato come Forze armate e NHS possano collaborare per curare militari feriti durante un conflitto, anche alla luce delle lezioni tratte dall’Ucraina.
I feriti vengono inizialmente assistiti sul campo, stabilizzati e successivamente trasferiti negli ospedali. Ma è qui che cominciano i problemi più complessi: un grande numero di traumatizzati richiede chirurghi, anestesisti, sangue, terapie intensive e, successivamente, riabilitazione; risorse che normalmente servono ai pazienti civili.
L’esercitazione britannica ha affrontato proprio questi nodi. Non dimostra ancora che il sistema sarebbe in grado di reggere una guerra prolungata, ma rappresenta un passaggio importante: dalla pianificazione alla simulazione operativa
Il ruolo decisivo dell’infermieristica
In tutti i modelli europei, l’infermiere è chiamato a un ruolo centrale: triage in situazioni di scarsità di risorse, gestione di traumi complessi, assistenza immediata, coordinamento delle cure, comunicazione e capacità di operare con autonomia clinica in contesti degradati. In Francia, in particolare, si prevede l’attivazione di infermieri con funzioni avanzate, capaci di prescrivere e gestire clinicamente pazienti in emergenza.
Questo sposta il dibattito dal piano alla condizione del personale. Se la formazione, le dotazioni organiche e le risorse necessarie non sono garantite, la richiesta di prontezza rischia di tradursi in un ulteriore carico su operatori già esposti a turni intensi e carenze strutturali. La pandemia aveva già mostrato quanto la resilienza dipenda prima di tutto dalla sostenibilità del lavoro sanitario.
Dal piano alla prova pratica
Il merito della riflessione di Zanon è di introdurre un criterio di valutazione semplice ma rigoroso: un piano è credibile solo se può essere testato, misurato e corretto. Servono esercitazioni periodiche non solo teoriche, indicatori su tempi di attivazione, capacità di ricollocazione dei pazienti, disponibilità effettiva di farmaci, sangue, ossigeno, energia e telecomunicazioni, oltre a protocolli chiari di coordinamento con Protezione civile, Difesa e Regioni.
Per l’Italia, la domanda politica non dovrebbe essere soltanto “abbiamo un piano?”, ma: chi lo finanzia, chi lo attiva, con quali personale e competenze, e come si verifica periodicamente la sua efficacia senza compromettere l’assistenza ordinaria?
Uno studio europeo solleva una questione scomoda
Una ricerca pubblicata su Healthcare ha analizzato 35 fonti istituzionali sulla preparazione alle emergenze nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo. Gli autori hanno esaminato 175 osservazioni, individuando 62 casi il 35,4% con criticità di attuazione esplicitamente documentate.
Tra i problemi ricorrenti compaiono difficoltà di coordinamento, sistemi informatici non interoperabili, disponibilità limitata di personale specializzato e insufficiente documentazione delle esercitazioni completate. Lo studio rileva inoltre che gli impegni politici e i meccanismi istituiti sono documentati molto più spesso rispetto alle esercitazioni concluse o all’utilizzo reale in eventi concreti.
Attenzione, però: quel 35,4% non significa che un terzo degli ospedali europei sia impreparato. Lo studio analizza documenti pubblici, non misura direttamente le capacità cliniche delle strutture.
Il risultato più importante è un altro: in Europa esistono molte strategie e molti meccanismi di preparazione, ma le prove pubblicamente disponibili del loro funzionamento operativo sono meno numerose. In sostanza, sappiamo molto di quello che intendiamo fare e meno di quello che saremmo effettivamente capaci di fare durante una crisi complessa.
Una prospettiva equilibrata
La preparazione a scenari estremi non è necessariamente militarizzazione della sanità: può essere una forma di protezione della popolazione e della continuità assistenziale. Ma diventa sostenibile solo se si affrontano prima le fragilità quotidiane (personale, formazione, dotazioni, reti territoriali e capacità di maxiemergenza) invece di chiedere a un sistema già in difficoltà di assorbire un ulteriore scenario di crisi.
La lezione europea è quindi chiara: Berlino e Parigi stanno definendo capacità quantificate e percorsi formativi, Londra comincia ad affrontare il nodo esercitazioni; l’Italia ha avviato un tavolo tecnico. Il passaggio decisivo sarà trasformare i documenti in capacità verificabile, con l’infermieristica riconosciuta non come semplice risorsa da impiegare, ma come componente strategica da formare, organizzare e tutelare.
*Claudio Pier Paolo Zanon è medico chirurgo, esperto di governance sanitaria e innovazione tecnologica, con oltre quarant’anni di esperienza clinica, scientifica e manageriale nel sistema sanitario pubblico e privato. Specialista in Chirurgia d’Urgenza e Pronto Soccorso e in Oncologia, ha unito l’attività clinica alla programmazione sanitaria, contribuendo allo sviluppo di modelli organizzativi avanzati e orientati alla sostenibilità, alla continuità assistenziale e alla centralità del paziente
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