Sta rimbalzando in ogni dove la notizia diffusa dall’Istat secondo cui ad agosto 2015, rispetto all’analogo dato del 2014, in Italia sarebbero avvenuti dal 1 gennaio 45000 decessi in più. Proiettato su base annua il dato porta a 68000 morti in più rispetto al 2014 (+11.3%).

Un dato sicuramente da confermare ma che, pur ritoccato dalle rilevazioni definitive, certamente verrà confermato nell’ordine di grandezza. Ed è un dato estremamente allarmante poiché, per ritrovare una impennata della mortalità di questa portata, dobbiamo tornare indietro fino al 1943 e prima ancora al 1915-18.

In quelle annate sappiamo fin troppo bene cosa stava succedendo in Italia, insanguinata dalle più grandi e sanguinose guerre mai conosciute.

E oggi, invece? Nel 2015 l’Italia non è in guerra, e le cause di questa vorticosa impennata della mortalità sono tutte da indagare. Non è giustificata nemmeno dal noto aumento dell’età media degli italiani, che potrebbe portare, al massimo, a 16000 decessi in più, spiega Gian Carlo Blangiardo dell’Università Bicocca di Milano.

I dati disaggregati non sono ancora noti, e quando verranno diffusi si potrà meglio comprendere dove si annida il problema (fasce d’età, malattie, zone geografiche, fasce socio-economiche). Ma già ora ci si deve imporre un ragionamento alla ricerca delle possibili cause. Sicuramente può influire il dato dell’Agenzia Europea per l’ambiente secondo cui l’Italia si classifica al primo posto per morti derivanti da inquinamento.

A questo tristissimo primato poi dobbiamo senza dubbio aggiungere una riflessione sull’andamento economico e sull’accesso alle cure. In primo luogo la crisi economica ha drasticamente ridotto la capacità delle famiglie di far fronte alle proprie esigenze, e fra queste anche quelle sanitarie. Qualche tempo fa pubblicavamo proprio in questo senso un report che delineava lo scenario.

In secondo luogo, poi, ci si deve interrogare sull’appropriatezza delle prestazioni sanitarie rese, se queste siano di livello adeguato a rispondere al bisogno di salute dei cittadini. Sappiamo per certo che gli organici delle nostre strutture sanitarie sono paurosamente sottodimensionati, il personale è sottoposto a inaccettabile stress lavorativo e condizioni di lavoro intollerabili; il demansionamento dei professionisti, costretti a distogliersi dalle proprie competenze per svolgere mansioni di profili inferiori, sottrae competenze che invece dovrebbero essere spese a beneficio del paziente; per converso l’assegnazione a personale non qualificato di compiti che richiedono competenze superiori a quelle possedute (meccanismo perversamente sollecitato dal risparmio economico che ne deriva per le aziende) ipoteca gravemente la sicurezza e l’adeguatezza dei servizi prestati. Anche a questo riguardo ci sono Studi internazionali (RN4CAST, clicca) che correlano scientificamente maggiori livelli di istruzione del personale a minor mortalità dei pazienti.

E’ indispensabile che chi ha la responsabilità di guidare il nostro Paese e la nostra Sanità si interroghi seriamente ed approfonditamente su questi temi, perché non possiamo guardare altrove mentre i nostri concittadini muoiono più di quanto sia ragionevole attendersi.

Se le cause possono essere ricondotte, anche solo lontanamente, alle carenze che il sistema sanitario sta manifestando e alle restrizioni economiche, che hanno pesato e pesano sul SSN più di quanto non lo abbiano fatto o non lo facciano su altri settori dei servizi pubblici, è indispensabile cambiare rotta, altrimenti saremo responsabili di aver portato in Italia una nuova guerra, strisciante, ma drammaticamente letale, che vede contrapposti da un lato i cittadini, i loro bisogni sanitari e i loro diritti costituzionali e dall’altro lo Stato e i servizi che esso stesso può e deve garantire. E le vittime stanno tutte da una parte.

 

Fonte: Italia, perché nel nostro Paese si muore di più? (da Il Fatto Quotidiano)