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L’infermiere di famiglia in Italia. Dalle denunce alle Linee Guida

Elsa Frogionidi
Elsa Frogioni
Pubblicato il: 01/05/2018 vai ai commenti

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L’infermiere di famiglia, come proposta di un modello di gestione alternativo alla centralizzazione sanitaria degli interventi atti a favorire e mantenere lo stato di salute delle persone, è stato formalizzato a livello istituzionale intorno agli anni 2010 dal NurSind. Un ruolo e funzione delineato sin dal 1998 dall’OMS UE con il documento programmatico « Salute 21: la salute per tutti nel XXI secolo », approvato a seguito di ampie consultazioni tra i 51 Stati membri e altre grandi organizzazioni scientifiche sanitarie.Gli attori protagonisti fautori dei 21 obiettivi descritti, il medico di base e l’infermiere di famiglia,con competenze integrate tra loro citate nei documenti della stessa OMS Doctors for Health, WHO Global Strategy for Changing Medical Education and Medical Practice for Health for all Nurses and Midwives for Health e A WHO European Strategy for Nursing and Midwifery Education; dove all’infermiere di famiglia è richiesto di essere competente come erogatore di assistenza, decisionalista, comunicatore, leader di comunità e manager”. (Documento OMS Infermiere di Famiglia traduzione a cura di quotidiano sanità)

Un progetto che incontra alcuni ostacoli negli ambiti professionali della categoria medica e conseguenti diatribe giudiziarie. Andrea Bottega (Segretario Nazionale Nursind) su quotidiano sanità nel febbraio del 2012, forniva la sua ricetta per sanare l’insostenibile intasamento dei pronti soccorsi, (problema ancora cocente, irrisolto, vedi escalation delle aggressioni), e non mancandogli coraggio di svelare ciò che è sotto gli occhi di tutti scriveva:
“In questi anni si è proceduto a tagli…strutture ospedaliere… posti letto… personale… ma non si è avuto il coraggio di rivedere la convenzione con i medici di medicina generale. Una convenzione che è un ‘tassametro’ per il Servizio sanitario nazionale che si trova spesso a pagare due volte lo stesso servizio. Infatti, mentre il paziente è in cura, magari per mesi, presso una struttura ospedaliera lo Stato che paga i medici e gli infermieri della struttura continua, nello stesso tempo, a pagare anche la quota al medico di famiglia che nel 90% dei casi non si fa mai vedere o sentire…..Nursind sottolinea dunque come la figura dell’infermiere di famiglia, “presente in molti Paesi e prevista dal documento salute 21 della Regione dell’Oms, permette di seguire ‘in famiglia’ le persone con problemi di salute e non autosufficienti. È – spiega il Nursind – una figura di raccordo con la struttura ospedaliera, il medico di base e specialista e il distretto socio sanitario. È da anni che anche l’ordine professionale degli infermieri, Ipasvi, spinge per l’implementazione di questa figura, ma sembra che il sistema debba collassare prima che ci si accorga delle grandi potenzialità e professionalità che gli infermieri possono offrire ai cittadini”.

L’Ordine dei Medici di Lucca non gradì l’analisi, portò in Tribunale il Sindacato NurSind e NurSind vinse la disputa. Il Giudice non solo condannò l’Ordine dei Medici a risarcire le spese legali, nella sentenza del 2015 riconobbe il valore della proposta NurSind…” una proposta di intervento legislativo in favore della creazione e/o promozione della figura dell’infermiere di famiglia, allo scopo di decongestionare i pronto soccorso degli ospedali dall’elevato numero di pazienti con c.d. “codice bianco” e di dar vita ad una figura professionale di raccordo con la struttura ospedaliera, il medico di base e specialista e il distretto socio sanitario…”

Infatti grazie agli innumerevoli interventi e pressione congiunta del NURSIND e dell’oggi OPI per l’istituzione dell’infermiere di famiglia, nel luglio 2014 è presentato, su iniziativa dei senatori Fucci, Distaso, Sisto, Ciracì, Laffranco un primo progetto di legge: Modifiche agli articoli 3-quinquies e 3-sexies del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e altre disposizioni concernenti l’istituzione e le competenze dell’infermiere di famiglia, e sul finire dell’anno anche i senatori Simeoni, Fucksia, Taverna e Vacciano del M5S propongono il loro DDL Introduzione della figura dell’infermiere di famiglia e disposizioni in materia di assistenza infermieristica domiciliare. Entrambi i disegni di legge, ahimè, non sono ancora mai stati discussi dalle commissioni parlamentari, l’iter procedurale di una legge per l’istituzione dell’infermiere di famiglia è ancora in bozzolo.

Le Regioni italiane, invece nella loro autonomia gestionale sanitaria, viste le risorse economiche di bilancio irrisorie e la necessità di garanzia dei LEA, in apprezzamento dell’appropriatezza del progetto, muovono i primi passi verso il nuovo modello. La locuzione “infermiere di famiglia” è accantonata, le Regioni preferiscono utilizzare termini differenti, come infermiere di comunità, prossimità, care o case manager, domiciliare, ambulatoriale e di Cure Primarie (infermiere primary care). Probabilmente la motivazione è nella contrarietà di alcune istituzioni della categoria professionale medica, che continuano ad accendere le polemiche sui media: Comunicato SNAMI, Doctor33 infermiere di famiglia improvvisazione pericolosa, ecc..

Le prime sperimentazioni dell’infermiere di famiglia sono state attivate  intorno al 2015-2016 dalle Regioni: Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Puglia, Toscana, Valle d’Aosta e Lombardia. Proposte di leggi Regionali per istituire la funzione dell’infermiere di famiglia, sono state depositate in Lazio, Sicilia e Lombardia, normative che attualmente sono ancora in stallo, nonostante diversi progetti sanitari a conduzione infermieristica si siano ben inseriti nella collettività.

In Lombardia nel Varesotto quattro anni fa, il primo ambulatorio lombardo di infermieri di famiglia sul modello dei generalist nurse inglesi è stato aperto e ora è parte di una rete in progressiva integrazione con la medicina del territorio.

Il Piemonte è la Regione apripista e leader per l’infermiere di famiglia, con la delibera del giugno 2017 riconosce la valenza strategica dell’Infermiere di famiglia e comunità nel potenziare l’offerta dei servizi territoriali e domiciliari. Un progetto che ha le sue radici nella formazione e partenariato nel 2005 con l’Università degli Studi di Torino e nel 2012 con l’Università di Novara per i master on demand in Infermieristica di Famiglia e di Comunità. Collaborazioni che hanno valso alla Regione Piemonte nel 2013 il riconoscimento da parte della Commissione Europea di essere il Reference Site nel partenariato per l’invecchiamento sano e attivo (EIPonAHA).

Nel 2016 il Piemonte insieme alle istituzioni pubbliche sanitarie e accademiche di Francia, Croazia e Austria accede al progetto Europeo CoNSENSo (Community Nurse and Supporting Elderly in a Changing Society). I risultati sono ottimi, il 22 febbraio a Klagenfurt, in Carinzia, nel convegno dedicato alla sua attuazione, la Regione Piemonte presenta i dati. Nella sua relazione spiega che nell’integrazione della continuità assistenziale Ospedale-territorio, ha potenziato l’assistenza domiciliare e creato ambulatori che si occupano delle cronicità; l’Infermiere di Famiglia in Piemonte ha competenze precise: intercettare gli stati di fragilità prima che si trasformino in disabilità; gestire in modo integrato le cronicità con medici curanti e specialisti; insegnare ad autogestire la malattia; cercando d’implementare programmi di teleassistenza.

Il contagio è iniziato e anche la Regione Liguria da quest’anno ha avviato una sperimentazione triennale del progetto europeo Co.N.S.E.N.So.- COmmunity Nurse Supporting Elderly iN a changing Society. Lo scopo è incrementare gli interventi domiciliari centrati sulla figura dell'Infermiere di Famiglia e Comunità per far vivere a casa il più a lungo possibile le persone anziane e nell'ambito del progetto Enhance - "European Curriculum For Family and Community Nurse", è previsto un programma di formazione in collaborazione tra Università di Genova (Dissal), di Tessaglia (Grecia) e Finlandia Orientale.

Intanto l’O.P.I. di Roma in collaborazione della Regione capofila Piemonte ed altri sei stati UE, nell’intento di promuovere lo sviluppo di politiche sanitarie a favore dell’infermiere di comunità aderisce al bando di ricerca europeo Horizon 2020, ottenendo anche un finanziamento da parte del Ministero della Salute, si propone di effettuare un ampio studio sull’infermiere di famiglia e di comunità nella presa in carico dei cittadini over 65 .

Un percorso ad ostacoli in evoluzione, che disegna una sanità italiana a macchia di leopardo. La spinta verso nuovi modelli innovativi come l’infermieristica di comunità, sembrano variare a seconda della “buona volontà”, caparbietà di alcuni dirigenti sanitari e/o politici più lungimiranti e non legati ad interessi individuali di parte. Le Linee Guida internazionali per l’infermieristica di famiglia ci sono e stanno sviluppandosi da oltre 20 anni. L’Italia ora sta costruendo le proprie, insieme ad una nuova cultura che si profila meno medico-centrica e maggiormente distribuita verso tutte le competenze professionali esistenti in sanità. L’Infermiere e il medico, un matrimonio che ha necessità di trovare nuove interazioni e collaborazioni al fine di portare a segno la comune mission, la salute delle persone.

 

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