Prima o poi arriva per ogni bravo studente di infermieristica: la redazione della tesi di laurea.

Ricordo che nel lontano 2002, in un'epoca in cui vigeva ancora l'ordinamento didattico del Diploma Universitario in Scienze Infermieristiche, il collegio degli infermieri di Sassari volle coinvolgermi in un convegno focalizzato sulla questione della ricerca infermieristica. La professione era stata ordinata intellettuale già da otto anni ma la sua evoluzione, attraverso l'emancipazione dalla subordinazione dalla classe medica, per mezzo di una piena consapevolezza del ruolo professionale come disposto dalle norme, stentava a decollare, così come praticamente al palo, risultava anche la questione della ricerca scientifica. E la ricerca scientifica era considerata all'epoca la via indispensabile al riscatto perché pareva l'unica pratica su cui si potesse contare per essere accolti alla discussione tra pari in ambito sanitario. Se si voleva essere riconosciuti davvero come professione intellettuale, sembrava quasi che bisognasse dimostrare di saperne più di altri, dell'universo mondo scientifico, sembrava questo l'unico modo per togliere i medici da quella condizione di superiorità che perdurava come niente fosse.

 

E d'altronde cosa poteva importare ai medici della nostra evoluzione normativa se il giorno prima eravamo abituati ad obbedire e il giorno dopo sommessamente continuavamo a farlo? E parliamoci chiaro, se nel duemiladue la realtà era più o meno questa, non è che oggi le cose siano troppo cambiate nonostante la ricerca in ambito infermieristico abbia trovato la sua strada, abbia trovato autorevoli interpreti ed autori e abbia contribuito a definire ambiti operativi ed evolutivi certamente importanti. La ricerca è diventata attività di qualcuno, evoluta ma continua ad essere qualcosa di tremendamente distante dal lavoro quotidiano che ogni giorno si sviluppa nelle corsie degli ospedali italiani, nonostante un obbligo deontologico ce ne ricordi la necessità al fine di adempiere correttamente al nostro dovere.

 

Le dissi queste cose nella relazione che gli organizzatori mi affidarono. E ricordo che mi pregarono di portare proprio un lavoro, qualcosa che dimostrasse che fossimo capaci anche a Sassari di stare al passo coi tempi. Invece no, come al solito feci di testa mia, non portai il risultato di nessun lavoro anche perché probabilmente non avevo niente di valido a parte il risultato di una piccola indagine economica sui termometri a mercurio. Decisi di affrontare la questione della "Infermieristica e Ricerca" partendo proprio dal fatto che ogni studente, alla fine del suo percorso doveva svolgere una tesi, una "proposizione, enunciato che richiedono di essere dimostrati". Cos'è la preparazione di una tesi di laurea se non il primo esercizio di vera ricerca scientifica che ogni studente deve affrontare? E così, sostenni che la redazione della tesi di laurea fosse una vera e propria ricerca scientifica e che a questo esercizio si dovesse arrivare attraverso un percorso formativo mirato, da integrarsi nel piano didattico dell'epoca.

L'analisi delle tesi fino ad allora svolte dimostrò inequivocabilmente che la professione soffriva dell'influenza della classe medica. I relatori erano medici (come oggi) e tutto ruotava più o meno sempre sulla descrizione di una pratica assistenziale, codificata, posta una qualche procedura medica o chirurgica e una qualche particolare patologia. Pochi erano gli studenti che si avventuravano su temi diversi, inesplorati e intrinsechi alla professione stessa, come la teoria della comunicazione, il counseling, la storia, gli aspetti giuridici ad esempio. Praticamente inesistenti i lavori legati alla raccolta di dati per il raffronto tra tecniche in rapporto alla insorgenza di infezioni ospedaliere per esempio, impensabile qualsiasi lavoro legato a modelli evolutivi di sorta.

Un'occasione persa allora e un'occasione persa ancora oggi nonostante si siano fatti molti passi avanti.

 

Mi perdoneranno i lettori se ancora continuo ad avere un occhio critico sul tema ma ad ogni sessione di laurea mi incuriosisco e non perdo occasione di stuzzicare gli studenti chiedendo loro su cosa verterà la tesi di laurea. Ebbene, per quanto raccontato finora, continuo ad avere sempre la solita amara sorpresa e sono davvero pochi gli argomenti che colpiscono la mia attenzione. Quale contributo innovativo può esserci in tesi che ancora continuano a cercare di descrivere il ruolo infermieristico nella gestione di una particolare terapia , medica o chirurgica? Cosa non si è ancora detto a riguardo, indipendentemente da quale sia l'atto diagnostico terapeutico stabilito dal medico? Certo, potrà essere esaltata una competenza particolare e la sua complessità ma alla fine, al di la dell'atto tecnico, preciso, puntuale, codificato e protocollato, quale contributo ne ha davvero l'infermieristica?

 

Posto l'apprendimento delle basi tecniche per l'esercizio della professione, mi colpisce allora lo studente che decide di approcciarsi alla tesi partendo da una certezza che confessa essersi consolidata durante il tirocinio pratico, ossia che l'infermiere è davvero il responsabile dell'assistenza e che questa si realizza ponendo al centro l'individuo e considerando la sua patologia quale fattore accessorio alla formulazione di diagnosi infermieristica e redazione di un piano assistenziale proprio di quel paziente e di nessun altro.

Mi piacerebbe che si interrogassero sulla tutela della privacy ad esempio, non già quale lettura di un diritto ma quale problema di difficile realizzazione pratica ove non esistano camere di degenza singola. Sarei felice ancora, di collaborare con studenti che si pongono il problema del demansionamento che toglie preziose ore di lavoro all'assistenza del paziente ove per assistenza si intenda anche la necessità di ascoltarne paure ed emozioni. Chi ha ben chiaro il suo ruolo sa che potrebbe contare su di me nell'esplorare questioni di economia sanitaria, magari derivanti dalla lievitazione dei costi per l'uso improprio di un presidio o l'applicazione scorretta di una procedura o dello smaltimento dei rifiuti. Ecco insomma studenti capaci di orientare la loro attenzione, la loro ricerca e quindi la loro tesi ad un vero contributo evolutivo della professione che qualifichi maggiormente la stessa e la conduca a quel livello di dignità che solo a parole politica e amministrazioni sembrano riconoscerci in ogni occasione, dal 1994 fino ai giorni recenti del passaggio ad ordine professionale.

 

Alla professione sono ben noti i problemi legati alla organizzazione del lavoro dequalificante e demansionante, spero che le nuove generazioni, ancor prima di intervenire nelle corsie, non stiano contribuendo alla certificazione di un demansionamento scientifico dal quale spero invece sappiano da subito prendere le distanze imponendo temi originali, fondati sulla ragione vera dell'infermieristica professione intellettuale.

 

Andrea Tirotto

 

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